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“Tutti conoscono il dolore, anche gli dèi”: Salvatore Quasimodo tra Omero e San Giovanni

Salvatore Quasimodo non stava simpatico; il Nobel, poi, caduto nel 1959, fu preso per una offesa. D’altronde, c’è sempre qualcuno che merita il premio più del premiato – in poesia, poi, è il regno del rancore, si dà rango allo sciacallo della malizia. Gianni Brera, morto SQ, la raccontò così, da par suo: “Salvatore Quasimodo era un arabo che cantava da greco. Il profilo da uccello palustre, due baffi secenteschi per ridurre, penso, l’imperiosa imponenza del becco. Dicevano tanto male di lui come uomo che doveva essere molto buono e grande. […] Insignito del Nobel, si disse che era stato merito di Nordhal, calciatore del Milan. Si scrisse che a caval donato non si guarda in bocca. Partenope sera teneva per Montale che avrebbe voluto cantare da baritono”. Montale avrà il suo premio – Ungaretti no – Luzi neppure – Sereni/Caproni/Zanzotto/Pasolini figuriamoci. D’altronde, i grandi poeti muoiono soli, irriconosciuti, in manicomio – o in un penitenziario imposto.

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Insomma, Quasimodo fu preso a frecciate e a freccine da tutti. “Come ha avvertito prontamente Montale, è dalla abilità e dall’artificio che si giunge, quando si giunge, alla poesia”, sibila Pier Vincenzo Mengaldo nei Poeti italiani del Novecento, usano l’ironia sibillina – quando si giunge – e facendosi scudo del suo vate, Montale, all’epoca vivente. Più divertente – perché più diretto – Edoardo Sanguineti nella sua tendenziosa e ispirata Poesia italiana del Novecento. “Il suo più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo non è da riconoscersi nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dai Lirici greci, che sono uno dei documenti più significativi dell’intera stagione ermetica”. In effetti, ha ragione quella sanguisuga di Sanguineti: quando Quasimodo è memorabile lo è per eccesso di facilità. Al contrario, il suo ‘orecchio’ lirico s’accorda bene al linguaggio altrui. Questo è il talento: Quasimodo è poeta quando si appoggia all’opera di un altro. Per questo funziona – è memorabile – questo gorgo di versi:

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Questa non è Saffo, ma Quasimodo che vaga per un tempio disordinato, scosso, squassato, dove il tempo ha fatto razzia, e coniuga le rovine, pulisce, raffina. Non credo sia un caso che SQ abbia tradotto anche John Ruskin, La Bibbia di Amiens.

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C’è poi quell’altro concetto di Sanguineti che suona rugginoso. I Lirici greci – libro fortunatissimo – fu il primo gesto del Quasimodo traduttore. Non il migliore. Quasimodo ha tradotto Virgilio, Omero – Dall’Odissea – Sofocle – un Edipo re ancora reperibile –, Eschilo, quasi tutto perduto tra i documenti remoti di un poeta parziale, che errore. Eppure, l’edizione dei Tragici greci tradotti da Salvatore Quasimodo – raccoglieva Le Coefore di Eschilo, poi Elettra ed Edipo re di Sofocle – stampata da Mondadori nel 1963 è una leccornia da leggere mica da collezionare. Per quel che mi riguarda, mi piace anche l’Eracle di Euripide, come di norma prima pubblicato, nel 1964, per una edizione d’arte – in quel caso, Armando Argalia in Urbino – poi proposta da Mondadori (nel 1966).

Tutti conoscono il dolore, anche gli dèi,
se il canto dei poeti è verità. Quanto agli dèi,
non si unirono fra loro al di là di ogni legge?
E per dominare non misero in catene i loro padri?
E gli dèi stanno ancora sull’Olimpo
e non si curano delle loro colpe. E se gli dèi
sono indifferenti, perché non li imiti tu, mortale
e resti invece nell’angoscia?

Dice Teseo, eroe della ragione – è colui che ha domato il mostro, Minotauro con la spada, mentre il ‘gemello’ Edipo ha vinto la Sfinge con la testa, per poi usare la lama contro di sé, accecandosi. Eracle, che ha massacrato i figli reso folle da Era, difende oltre ogni verità il suo credo – perché la fede va oltre l’evidenza del dio, è a oltranza.

Io non credo ai peccati
d’amore degli dèi, né che l’uno faccia schiavo
l’altro tanto da poterlo dominare.
No, non lo crederò mai. Un dio, se veramente è un dio,
non ha bisogno di nulla.

Quasimodo ha capito – se ho capito – che la tragedia agisce per eccesso di lucidità, scevra da ricami e da gonnelle retoriche. Eppure, ecco, anche questo Quasimodo è annichilito dall’ignavia editoriale.

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Dalla tragedia greca alla vertigine shakespeariana il passo è breve, gli esiti sono difformi. Quasimodo giocò a fare il vate, riesce poco come bardo: a Romeo e Giulietta (1948) preferisco il Riccardo III tradotto per la messa in scena, al “Piccolo”, di Giorgio Strehler, nella stagione 1949-50. Vabbè, Shakespeare è Shakespeare (“Se mai abbia un figlio, sia un aborto mostruoso prima del tempo nato alla luce, e il suo aspetto orrendo e deforme atterrisca la madre piena di speranza; e sia l’erede dell’infamia paterna!”), ma se le traduzioni di SQ continuano a essere stampate sotto griffe Mondadori (Otello, Antonio e Cleopatra, La tempesta…) vuol dire che sono ancora leggibili, nonostante l’orda del tempo. Il talento di SQ, ancora, è nel ritmo, specie di mediocrità aurea che fa scempio degli estremi, sciupa la poesia propria, ma rende eternamente giovane l’antico.

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Poi, quell’altro. Quasimodo ne dice, in una nota del 1946, raccontando il bivio di letture contraddittorie: “Pochi furono i libri della mia giovinezza: Cartesio, Spinoza, S. Agostino, i Vangeli. Testi precisi e aspri, allora, dove si provava il dissidio del pensiero nell’incontro con la verità”. D’altronde, non si legge per cercare conforto ma per essere gettati a capofitto nel dissidio – è per tradimento a sé che si legge. Insomma: Il Vangelo secondo Giovanni. Elaborato durante la Seconda guerra – come parola che non offre riparo, ma denuda doppiamente – è pubblico per Gentile Editore nel ’46, poi nel 1950 per Mondadori, ora lo si trova in edizione SE. “Ricordiamo che Giovanni era il più giovane dei seguaci del Cristo e non importa che fosse nato in una casa di pescatori. Anche vicino al trogolo, con in mano le ghiande per i maiali, l’uomo si ritrova con sé e medita le più alte conquiste dello spirito… Il discepolo diletto è sempre vicino al Maestro e nel triclinio dell’ultima Cena appoggia il capo sul suo petto, che sarà presto forato dalla lancia del pretoriano”. Quasimodo è sempre lucido e solenne come il pane, come un giorno esatto: in lui non vedi il lucore del livido, l’escrescenza, il tumore, l’assioma del sangue e il suo tributo cabbalistico. Eppure, è bello che concluda il suo commento sul ciglio del linguaggio – “Giovanni non era greco, ma aveva imparato a scrivere in quella lingua con una potenza che nessuno gli può disconoscere” – e mi piacerebbe leggere un Sacro Testo tradotto dagli scrittori, il Vangelo di Giovanni di Quasimodo insieme alla Prima lettera ai Corinti di Giovanni Testori, i Proverbi di Emilio Villa, il Giobbe di Ceronetti. Perché il sacro è forma, di sé non ha altro da comunicare.

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Il Vangelo di Giovanni si chiude su un fraintendimento, che riguarda resurrezione e immortalità – “Si diffuse così tra i seguaci la convinzione che quel discepolo non sarebbe morto”. D’altronde, i Vangeli, fraintesi, sono i testi del grande frainteso, dei benefici malintesi. È nelle ombre, nelle faglie, sottili, che occorre insinuarsi. “Gesù compì ancora molte altre opere; e a descriverle ad una ad una, credo che il mondo intero non potrebbe contenere i libri che se ne dovrebbero scrivere”. Il finale è fiabesco: apre al proliferare dei testi, di cui il vangelo non è che il primo spartito, il primo rintocco. Ogni poeta deve rifare la propria traduzione, deve lottare con i morti – Quasimodo, per lo meno, l’ha fatto. (d.b.)

*In copertina: William-Adolphe Bouguerau, Flagellazione di Cristo, 1880

 

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