“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
La poesia sfida la morte. Il poeta erige tumuli di parole per difendere i suoi dall’assalto della morte – perché l’ultima parola sia vita – per detergere di vita la morte.
Le grandi opere – consapevoli della loro fragorosa fragilità: mero esercito di carta – sono un formulario contro la morte. Penso alla poesia di Foscolo, ossessionato dai sepolcri, dall’illacrimata sepoltura, dalle lacrime come pagliericcio e pagina bianca, da sfogliare – da farne spoliazione. I sonetti a Orfeo di Rilke sono “Un monumento funebre per Wera Ouckama Knoop”, ballerina morta giovanissima, diciottenne, di leucemia; Ted Hughes dedica Crow, il suo capolavoro – opera sciamanica prima che di espiazione –, “In Memory of Assia and Shura”, la compagna e la figlia, morti nel nero, nella più atroce tragedia. Questo solo per tracciare esempi eclatanti – a dire che la poesia, in modo si direbbe connaturato, tiene il legame coi morti, investiga la morte, la fuga, la insegue. È gabbia aperta e corda.
Così, all’origine della poesia c’è un uomo, Gilgamesh, straziato dalla morte dell’amico, Enkidu, che tenta l’immortalità. Vuole schivare la morte, lui, il costruttore di città – dunque, l’uomo ragionevole, il non più nomade, il piantato al suolo. Forse il poeta-nomade non si cura della morte – canta, compiendola, la vita. Il pastore errante di Leopardi, un nomade mai così colto, così coltivato, vaga per le pianure asiatiche domandandosi la ragione del dolore, il senso del cosmo, realizzando che, forse, “è funesto a chi nasce il dí natale”. Nascere è entrare nella spira della morte, del male – dell’attuale che ottenebra.
D’altronde, l’Iliade – poema totem dell’uomo d’Occidente – è una lista di “infiniti… lutti”, di cadaveri dati ai cani e agli uccelli – sepoltura ‘celeste’ per i tibetani, il corpo morto offerto alle belve, mortificante per noi, che abbiamo il culto di serbare il corpo (o di incenerirlo, è lo stesso: infossare è ascendere, il fuoco è scala del Paradiso) –, di sapienze irrorate d’ira.
Così, non sorprende che incistato alle origini della letteratura ci sia il “Ludlul bēl nēmeqi”, poema accadico redatto 1300 anni prima di Cristo da uno scriba vissuto sotto il regno di Nazi-Maruttaš. Il testo – giuntoci in quattro tavolette, alcune in frammenti – si legge con agio, per chi mastica inglese,nell’edizione digitalizzata della Electronic Babylonian Library; in italiano è raccolto in Testi sumeri e accadici (Utet, 1977, a cura di Giorgio R. Castellino); in calce si tenta una versione parziale, a verbi scatenati. La trama del “Ludlul bēl nēmeqi” è flebile e drammatica: l’autore del poema, un uomo abbiente, d’improvviso vede la sua fortuna scemare – lo vediamo nel crollo, brutale. Le chiacchiere appestano la sua reputazione; gli alti ranghi della città – a cui apparteneva – lo scansano come un reprobo; gli amici lo abbandonano; il male s’impossessa di lui. Nella seconda tavoletta – qui tradotta – la riflessione del poeta si fa ulcera: gli dèi, preda di labirintiche congetture, si disinteressano dell’uomo; anche a chi è a loro fedele, rigoroso nel rispetto dei riti, dotto in dottrina, accade il male – la morte impera ovunque. Ciò che per l’uomo è giusto per dio è infido.
Il poema è persuasivo soprattutto per il modo – ‘biologicamente’ accurato – con cui il poeta descrive la propria malattia. I particolari disseminati ovunque alterano la nostra quiete bibliomane: è dall’analisi – spietata – del corpo sociale e del corpo personale che l’autore comprende il fallimento degli dèi – quanto meno, il loro disgusto verso l’uomo.
Il titolo del testo – “Ludlul bēl nēmeqi” – è tratto dal primo verso: “Voglio lodare la sapienza del mio signore”. Il paradosso che ne segue è significativo: sola sapienza è la morte; sola sapienza del dio è la morte della sua creatura. La morte, per altro, non viene messa in ammollo nel dolcificante: non c’è riscatto, non c’è speranza nell’oltre. La morte è vista per ciò che umanamente è: cosa terribile. Il male è descritto nella sua ostinata, terribile evidenza. Non ci sono – in questa cupa, dunque luminosa sapienza – vie di fuga, scappatoie, uscite salvifiche di sicurezza.
A volte il “Ludlul bēl nēmeqi” passa come “Poema del giusto sofferente”; sono perfino ovvi i rimandi al libro di Giobbe, sommo rotolo del canone biblico. Giobbe, tuttavia, impalca un processo a Dio, entra in lotta con lui, lo sfida – l’autore del “Ludlul bēl nēmeqi” ritiene inutile ogni disputa filosofica con il dio: dio, per sua natura, non discute, è indiscutibile – solleva o mutila, salva o uccide. Più concreti – credo – i legami con Qoelet, il libro biblico della vanità: tra Dio e l’uomo la distanza impone una nuova didattica dello stare al mondo, una assolutezza più clamorosa – inutile spacciare per sapere il nostro quotidiano naufragio, chi può beva e dissipi se stesso, altrimenti stia reclino in un voto, nel proprio vuoto. Già Emilio Villa, impareggiabile poeta, ha segnalato, con contadina coerenza, le analogie della sapienza accadica con quella biblica – un travaso di saperi, di arcani, di cosmogonie. Se i Greci tendono a mostrare un corpo di luce – illuminato dalla filosofia – il mondo mesopotamico riporta il corpo alla carne marcescente. Il greco eleva il corpo, ne scorge, dietro il frantume, l’alloro – il mesopotamico mostra il verme, il tarlo, la vigile tarma.
Da qui, in un balbettio di millenni, tutto capitola. L’orfico Euripide ci svela, in un distico, che la morte, in realtà, è la vera vita (“Ci sa se il vivere non sia morire/ e il morire invece vivere”); lo sciamanico Boris Pasternak farà dire a Živago che “La morte non esiste. La morte non ci riguarda”. Al contrario, l’Iddio ridotto a mero corpo – il giusto sofferente offerto in riscatto per tutti –, miserabile involucro puntellato dai centurioni, puntualizzato dagli sputi, il dio-tutto-carne, dio bava, dio latrato, dio-in-sangue, insanguinato, il dio appeso al legno urla, “dando un forte grido” (Mc 15, 37). L’uomo discute, il dio fatto uomo, così uomo da non essere più uomo, Verbo sverbato, svergoganto, inservibile Verbo, esaurito Verbo, grida.
Tutto qui.
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Dal “Ludlul bēl nēmeqi”
Sventura sventra, fortuna mi scansa: invoco il dio che cela il ceffo prego la piagata dea che piega il capo.
L’indovino non slega i misteri il sognatore non accerta la mia sorte con grappoli di incenso: lo spirito del sogno non mi illumina l’esorcista non devia l’ira di dio.
Ovunque: persecuzioni e perseguitati.
Mi trattano come chi non ha mai recato offerte a dio – chi non ha mai sfamato con libagioni la dea mai si è inchinato, mai ha torto la bocca in supplica, mai ha celebrato la festa, negligente nel generare sacri giorni – come chi arretra il popolo dai riti ignora i re del cosmo e – impollinato di pazzia – dimentica il proprio signore: ecco come mi trattano come un bestemmiatore.
Eppure, la preghiera è il mio rifugio l’offerta la mia regola, codice di gioia aprire la processione per la dea. Inneggiare al potente è la mia fede fausto presagio il giorno di festa. Esorto tutti a riesumare i riti a sibilare il nome della dea a rispettare legge di palazzo.
Lo avessi saputo prima: ciò che per un uomo è giusto è odioso a un dio l’orrido è al dio magnifico.
Chi può districare l’ostinata mente di un dio?
Chi può investigare i desideri di un dio? Un dio è un abisso
Per un uomo è impossibile muoversi sulle tracce di un dio.
Chi vive confidando nella forza schiatta di stenti in prigione; chi un momento prima era felice improvvisamente muore; chi esultava di gioia vomita lacrime.
La sorte della gente ruota: l’affamato vaga come un cadavere chi è gonfio di cibo rivaleggia con gli dèi. Quando sei felice vuoi assaltare il cielo se sei infelice ti scavi l’inferno.
Ho pensato a queste cose: insensatezza mi divora disperazione mi ispira.
Un male mi scava fiato malvagio dai confini della terra dolore giunto dal sottoterra demone scaturito dalle gore infernali.
La febbre monta fragilità dilaga come pianta mi assediano schiere di demoni: stringono il cranio, colpiscono il viso gli occhi diventano fiume torchiano i muscoli, ruotano il collo ho un falò nel petto. Rantoli infettano i polmoni, il contagio fa della carne un grumo di argilla –
La bocca è un laccio un chiavistello le labbra fame infame gola che sgola il grano è amaro la birra fa schifo male mi ammalia.
La mia figura è sfigurata nessuno mi riconosce: carne sfatta sangue esangue ossa disossate, cancrena carda la creatura.
La casa è prigione letto reclusione – carne ai ceppi il corpo un vincolo, i piedi un codice infranto: contorsioni che avvizziscono gli arti.
Notti a letto come un bue nel letame nella mia merda scavo come un maiale –
l’esorcista scappa l’indovina non divina
nessun dio è venuto in mio aiuto – nessuna dea ha avuto pietà di me – nessuno mi è stato accanto –
gli dei della notte mi hanno scavato la tomba ricamano il requiem:
il volto del mio nemico gioisce, dà in candele: è finito latra la gente.
Per la mia famiglia giorno nero è questo – chi mi vuole bene vede nel sole un buco.
*In copertina: Testa babilonese dell’VIII secolo a.C.