17 Gennaio 2019

Il film su Van Gogh è presuntuoso – ma Defoe ha zigomi degni di Grünewald – e noi, ora, dobbiamo abbracciare Cesare Battisti perché l’artista trova rigurgiti d’oro tra chi è imperdonabile

Willem Defoe è schiacciante – quegli zigomi avrebbe potuto disegnarli Grünewald, graffiano.

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Il film in cui Defoe fa Van Gogh, intendo, Sulla soglia dell’eternità, di Julian Schnabel mi pare presuntuoso e pretestuoso – fin dall’inizio si stinge in pellicola ‘d’autore’, solo che Schnabel non è Herzog. La sintesi – l’artista è un pazzo, è tale perché gli altri lo considerano pazzo, la follia è la matrice del genio – è talmente ovvia da infastidire. L’artista non è tale perché gli altri lo isolano – è l’artista che percepisce l’urtante necessità dell’isolamento. Indossa la camicia di forza di una ossessione – è recluso nel proprio compito artistico – si disintegra rischiando la morte per produrre qualcosa che è infruttuoso agli occhi del mondo, che non ha un merito valorizzato dal denaro.

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Per l’artista, intendo, ai fini della sua arte, un manicomio alla periferia del noto o un attico a New York è lo stesso. Julian Schnabel, invece, gioca a titillare l’ansia borghese di noi tutti. Vado al cinema. Appunto i commenti. “Ma che belli i girasoli…”; “Poveretto…”; “L’artista è sempre un po’ pazzo…”. Appunto. Custoditi nei propri valori provvidenziali, cinti in una rammollita morale da persone interessate, ‘interessanti’, gli umani escono dal cinema, magari comprano un poster con l’autoritratto di Vincent stampato sopra, e non pensano che sono loro a vivere in un manicomio quotidiano, che siamo internati mentali.

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Quando Defoe fa la faccia ebete – e gli zigomi scoppiano come stelle filanti, come l’accusa e l’astio – tocca, visivamente, il cuneo dell’artista, l’idiota, l’uomo degli atti improbabili, impossibili, inconsueti.

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Il giallo è la placca dorata su cui Van Gogh declina le ampiezze – la schiena del giaguaro, il patto contratto con Dio per salvare tutto, per quell’istante.

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Non sono gli uomini che scelgono di recludere l’artista in manicomio – è l’artista che trova dialogo complice con i malati mentali, con i malati terminali, con gli infimi, con i rari e con i mostruosi. Dopo aver abbracciato le vittime, mentre l’assassino era braccato, ad esempio, ora l’artista abbraccia Cesare Battisti, che non è il mostro ma l’uomo, e l’uomo ha agio nella perdizione e nel riscatto, e finché c’è vita c’è rivalsa, c’è vendetta, ma anche risposta alla resurrezione permanente.

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Nell’ultima lettera, una settimana prima di morire, il 21 dicembre del 1926, recluso nella clinica oltre Montreux, in Svizzera, a Valmont sur Territet par Glion, Rainer Maria Rilke si rivolge all’amico poeta, Jules Supervielle.

Mio caro caro Supervielle, gravemente malato, dolorosamente, miseramente, umilmente malato, mi ritrovo per un istante nella dolce consapevolezza di essere stato raggiunto anche qui, su questo piano insituabile e così poco umano, dal tuo messaggio e da tutte le influenze che mi porta. Penso a te, poeta, amico, e così penso ancora al mondo, povere macerie di un vaso che ricorda di essere terra. (Ma questo abuso dei nostri sensi e del loro ‘dizionario’ per il dolore che lo sfoglia!). R.

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L’artista è avviluppato nel dolore e nella miseria, fa gita fra le macerie, l’arte è quel “piano insituabile e così poco umano”. Quello che per tutti è disumano, agli occhi dell’artista, ha trame di giallo, ha rigurgiti d’oro. Per questo, l’artista sta tra gli impossibili, non ha vocabolario con cui detonare i sensi, s’accumula tra chi non ha perdono – e neanche lo chiede – non fa una gita tra i ravveduti, tra gli avvertimenti, tra gli avvertiti e i logici, altri vegetano in gesti ‘umanitari’, l’artista si cala nell’orda dell’uomo, accoglie lo sbaglio, gira le spalle a chi offre l’altra guancia, fa scudo di sé con la coltelleria della contraddizione a chi merita la morte. (d.b.)

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