21 Ottobre 2026

Poesia e paleontologia. “Al principio era il Verbo e per miliardi di anni medusoidi, qualche alga, forme indefinibili, solo silenzio”

“Amata, che raccapriccio! Quando ama un poeta
è un Dio smanioso che si innamora.
E il caos di nuovo sbuca alla luce
come nei tempi dei fossili.”

Boris Pasternak, 1917

Paesaggi di cava. Faglie a terra spaccano argille azzurre del pliocene, nuvole di sabbia avvolgono i corpi a folate, volano sopra le nostre teste gruccioni. Un incipit poetico? Forse. Di più, un’esperienza fatta di polvere, che poi è argilla, di fossili, che poi altro non sono che ciò che resta di un’esistenza spenta milioni di anni fa, raccoglitori, o forse solo uomini alla ricerca della vita, di se stessi, oltre il gioco della morte. 

I fossili, residui di pietra di un passato remoto, testimoni di un silenzio del senso durato milioni, se non miliardi, di anni. Nessuna parola, nessun linguaggio, nessuna vita pensante, solo l’essere, il permanere, il non detto che è pura Dynamis, divenire, senza scopo, senza direzione, senza un perché. 

Il tempo del non umano, calcolato in miliardi di anni. Sette, il pianeta terra; due, le forme di vita monocellulare; uno, le prime forme di vita “complesse”; 550 milioni di anni e inizia il mondo che conosciamo noi. Al principio era il Verbo e per miliardi di anni medusoidi, qualche alga, forme indefinibili, solo silenzio. A lungo un mondo cieco, senza prede e predatori, senza nemmeno occhi con cui vedere, senza alcuna protezione, non c’era nulla del resto da cui proteggersi. E poi all’improvviso l’esplosione della vita, un meccanismo complesso, ancora per buona parte inspiegabile, prede e predatori, ogni genere di famiglia conosciuta ed altre sconosciute, e poi tutto ciò che compone l’esistenza, anche denti e bocche per tagliare, masticare, uccidere. Hallucigenia, è il nome di una di queste specie primordiali.

Tempo, vita, morte, essere, non essere, silenzio, l’indicibile e il non detto. Il buio, l’oscurità, le esistenze che si succedono senza una direzione, insetti giganti, anfibi, rettili, dinosauri. L’apparire di nuova vita per sentieri misteriosi, sconosciuti, nuove specie, nuove famiglie, un divenire insensato, che tradisce e occulta tutte le strategie della logica umana. E noi che ci sentiamo i signori del cosmo, eppure giochiamo a mosca cieca con noi stessi, crediamo di poter misurare la dismisura, archiviare l’indefinibile, nominare, rappresentare, utilizzare un linguaggio tecnico per sovrapporsi e dar ragione di ciò che non ci appartiene, il totalmente Altro.

E così ritrovarsi soli a scavare in alta montagna, dove la Dynamis ha scagliato memorie di vita marina, dove strati più antichi di una montagna si sovrappongono a quelli più recenti (le montagne si ribaltano su loro stesse sottoposte a pressioni e forze che non sono del nostro mondo, ma del mondo della Terra), dove il silenzio dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo si toccano. E tu sei lì, sottratto alla vista dei più, sudato, accaldato, talvolta, all’inverso, gelato, sferzato dal vento, in un mare di calcare e ghiaccio. Ma non demordi, vuoi strappare i segreti alla soglia dell’infinito, toccando, sprofondando, sfidando con il corpo nel fango, il dire di sì alla Terra. Faune nane tra i prati dolomitici, giganteschi dinosauri tra le sabbie del Sahara. E tu dove sei ora, nel presente o in un passato di secoli? Dov’eri, del resto, nell’avanzare randagio di uno spinosauro 90 milioni di anni fa tra le paludi fertili dell’attuale deserto del Kem Kem?

La poesia è un andare selvaggio, la poesia è la soglia del precipitare dal tempo, nel tempo. La poesia è la parola salvaguardata, tesaurizzata, sottratta al devastante arbitrio delle stagioni dell’uomo. La poesia è indagine, la poesia è tragico, è il dolore del non dire, la sofferenza dell’impotenza nell’esprimere l’inesprimibile, è il mistero della musica. La poesia è Dynamis senza spiegazione, è suono che rimbomba nella testa come un passo di un dinosauro di svariate tonnellate. È scendere nelle profondità del mare e scovare ciò che si è sottratto, nascosto, reso invisibile. È il tempo senza tempo, è temporalità che sfida temporalità, è pietra e soglia dell’essere, è fossile sepolto da trarre alla superficie. La paleontologia è già poesia.

Azione XXXX: luglio. Salgo, è presto, dalla vallata alla cima. Ho tutto il necessario con me, quanto serve per raggiungere le vette e scavare. Ammoniti eteromorfe, un enigma, sezioni auree, Nautilus. La salita è faticosa, il passo è veloce. Ora splende il sole e la giornata è calda, sullo sfondo un grigio fuliggine non annuncia nulla di buono. Distese triassiche, sovrastanti isole geologiche cretacee, ancora più in alto, sovrapposte, di nuovo la potenza delle pareti levigate, la Dolomia principale. Potenze e forze della Natura, tutto si muove tutto è immobile. Conoidi, ghiaioni detritici, sfasciumi di pietre, fratture che precedono crolli. Cerco tracce scivolate più in basso, qualcosa trovo, pillole del tempo profondo. Il cielo s’è fatto nero, burrascoso, sono solo, nevica. Lieve tutto si imbianca. I colori contrastano tra loro, fa freddo, uno squarcio di azzurro apre una frattura, faglie a terra e nel cielo. Una sottile coltre di neve ricopre il sito, pomice delicata, due arcobaleni sullo sfondo sorprendono la fantasia, il cielo è tornato azzurro. Ora è tempo di qualche Pygope e di piccole ammoniti tra gli strati sottili, più in alto i Megalodon più antichi. Montagne vive, che si piegano su loro stesse, torsioni anticlinali, vitali le forze che le muovono. Rivoli d’acqua presto svaniti. Tempeste, freddo, ora il caldo, inversione termica improvvisa, la neve non tiene, si scioglie in fretta ed io solitario chino ad osservare, piccoli frammenti che mi danno gioia. Ben poco resta dietro di me, la discesa è iniziata, le ultime tracce di sole si spengono dietro le cime. Le Odle, il Puez, il Sassongher, triassico e cretaceo mescolati insieme, accumuli informi di migliaia di secoli, silenzio, la pernice montana. Ho girato intorno circondando le vette, attaccando le nuvole, suona nella valle il passo che sa di nulla, piccoli rumori intarsiano il tacere. Chiudo lo sportello in fretta e avvio il motore, soddisfatto per un giorno, la cornacchia stringe nel becco un grillo e se ne va. (Claudio Zuccaro, Precipitazioni sparse. Tutto è possibile, nulla è permesso, La Bussola, Roma 2024)

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Penso all’epoca in cui i grandi, magnifici sauri della preistoria andarono improvvisamente incontro all’estinzione a causa del rigore delle condizioni ambientali: cosa sarebbe accaduto se molti di loro fossero riusciti a sfuggire al pericolo e a riprodursi in qualche luogo? Suppongo che nelle loro abitudini e nei loro comportamenti si sarebbero ostinatamente conservate le tracce di una specie in “via d’estinzione”. E per aver vissuto quell’estinzione, ossia una condizione antitetica alla vita, sarebbero a poco degenerati.

Yukio Mishima (lettera a Yasunari Kawabata)

Claudio Zuccaro

*In copertina: fossile di “Proteosuarus” disegnato da William Clift nel 1819

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