15 Ottobre 2026

“Siamo una parte di bosco”. La poesia di Giulio Paci

Di recente ho visto un documentario di Werner Herzog, s’intitola Cave of Forgotten Dreams. Il regista tedesco ispeziona la Grotta Chauvet, nell’Ardèche, in Francia: scoperta negli anni Novanta, è un luogo unico al mondo, costellato da dipinti che risalgono a 35mila anni fa. Le opere d’arte degli uomini del Paleolitico sono straordinarie: i cavalli che s’insinuano, si direbbe, in un unico, monolitico nitrito; i rinoceronti che s’inabissano uno nell’altro; i leoni in estro. Sono pitture ‘cinetiche’, queste, desunte dall’ombra, da stratificate vite, meravigliose. La sapienza – una sapienza che sa di terra e di fuoco, di caccia e di veglia – non è diversa dal ciclo degli Scrovegni, dalle “Storie della Vera Croce”, dalla Sistina. Quella della Grotta Chauvet, però, è opera viva: le bestie, sotto i colpi d’accetta della torcia e il suono di flauti d’osso, si muovono, agiscono, mordono. C’è qualcosa di predatorio e di allucinato nel loro profilo. È al via una magia, un sortilegio nel loro essere. 

La Grotta Chauvet – così dicono gli esperti nel documentario di Herzog – era, pare, un tempio più che un abitato: edificio di culto collettivo. Non sono stati rinvenuti scheletri umani; al contrario, la grotta pullula di mascelle d’orso, vertebre di lupo, frammenti di iena, ossa d’aquila. Sedimenti di un pasto millenario – il tempo equipara preda e predatore, assassino e assassinato. 

Un tempo, lassù era zona di ghiacci – una geroglifica astuzia nell’appuntire la pietra era utile. 

Ecco: a questo spazio ‘bestiale’ pieno di segni umani in assenza d’uomo paragono le poesie di Giulio Paci. La poesia come un luogo di figure plastiche, da decifrare – e di scheletri di bestie preesistenti. Alcune poesie, si direbbe, vanno lette nei sobborghi dell’io, quando l’io sborda. 

Poesia, intendo, come un’eco: occorre ricostruire il canto; il lettore si armi di carta lucida, matita, cronometro dell’essere.

Giulio ha trentaquattro anni, vive a Pistoia –; il nostro incontro, improvviso, qualche mese fa, di rade parole, ossee, clownesche, forse. Entrambi: creature fuori luogo. Poco tempo dopo, Giulio invia alcuni testi – L’inattualità delle idee; L’invenzione dell’ignoranza – che convergono in un libro ultimo, Il visitatore, posto sotto il convegno di due epigrafi: Dylan Thomas e Wallace Stevens. Strano, mi dico, per un poeta artigiano tanto artico, che ha poco dell’uno e dell’altro – poco importa, è bene scegliere maestri per contrasto, per sfida. Sarebbe facile censire Giulio nell’egida di una poesia epigrafica, epigrammatica, algida, dalle lasse Ungaretti. Non è così. La poesia di Giulio Paci è il rimbombo nella Grotta Chauvet. È l’anonimo che ha tormentato di mani rosse la parete della grotta: aveva il mignolo storto, dicono gli esperti, mentre intorno crescevano le stalattiti, come angeli liquidi. 

Senti:

“Si mangia due volte al giorno 
un breve pasto. 

Dormiremo riuniti, 
nudi com’erano i roghi 
e i sogni dei bambini.”

È così – è come rincorrere un rigurgito originario – come un Paleolitico-origami. I dettagli non permettono di dirimere altro: c’è qualcosa del diario notturno – andare con un taccuino e ‘rifare’ il mondo, parola per parola, a zappate – e della meditazione kafkiana. Appunto: ammirare il cranio di un orso estinto da secoli; lì per lì, sembra un fiore, un’anemone, brachilogia-cosmologia. 

Naturalmente, questa è una poesia senza pose né pause, che chiede un ritmo ossessivo, che si installa in mania. Quando ho chiesto a Giulio di raccontarmi che senso ha per lui la poesia, ne è nato un testo assolutorio, da cui fatico a disarticolare gli assoluti. Ne estraggo un brano:

“Le mie visioni arrivano sempre da un’asprezza della natura, che serve a conservare la sua semplicità e bellezza dalle mediazioni del mondo, per conoscere com’è che può rivelarsi, e prendersene cura consegnandola per mezzo delle parole all’altro. Per conto mio, a parte la scrittura, ho lavorato per la Pearson, ho fatto il falegname, e mi sono laureato in Scienze Filosofiche, che potrebbe ora quest’anno portarmi a impegnarmi nell’ambito scolastico”. 

Libero dalla Storia, il poeta, finalmente, legifera – esito: l’accusa di essere alieni al tempo, marginalizzati per eccesso di centratura. 

Su un corridoio della Grotta Chauvet si osservano, distinte, le tracce di un lupo e di un bambino. Il lupo stava forse seguendo il piccolo uomo? Probabilmente, sono segni tracciati a distanza di secoli: un inseguimento nel sogno. È bello pensare al bambino che cammina di fianco al lupo: piccolo messia che sa condurre le voci in un unico significato, che sa cavalcare il lupo. 

Anche questo – la fame e la fragilità, l’istinto predatorio e l’innocuo, la belva e il neonato – ha a che fare con il senso profondo della poesia di cui qui abbiamo un emblema. 

*

Da “Il visitatore”

1

Quando il nulla è intenso, per esempio, 
parlare di un albero sulla strada. 

L’idea che rende nuovo il principio. 
La notte ansiosa della carità. L’oggetto 
che disperde la sua grazia, 
ora che restituiamo alla materia 
la sua immortalità.

È quando non c’è più differenza
tra l’intuire sé stessi e l’idea del racconto
che si vuole esser dimenticati.

Così in ogni luogo è preservato l’addio,
da lungo preparato, per la notte
di un solo giorno. 

*

2

Siamo una parte di bosco. 

Questo poco spazio dove l’ospite 
cade in eterno. La nebbia è custode. 

È buono il respiro ora che sono dimezzati 
gli uccelli. Gli alberi ti hanno lasciato 
senza fame. 

La mente ingiusta coglie margherite, 
anche adesso. Anche adesso, il vuoto non è morto. 

*

3

Nessuno chiede vita 
più di quella che può ascoltare. 

Il cielo insiste sul niente, pensa a un tradimento. 
Per questo ignoriamo chi abita la storia. 

Non concessa è la parola 
che potrebbe rendermi testimone 
di questi fiori. 

*

4

I venti hanno abbandonato il credo 
di madri inesplorate. 

Una vecchia porta 
d’autunno abituata a far sentire 
la propria voce. 

*

5

L’ultima figura, l’inaspettato centro 
di un’idea. Meridiane esitanti 
contano i fiori. 

Non so dove inizia il giorno comune. 
C’è da mangiare, con i vestiti usati. 

Una rondine smarrita tenta le foglie 
dell’alba. I cipressi dicono 
quanto basta. 

Il tuo bacio, gli uccelli non possono
volare senza che ci sia 
un’ombra. 

*

6

Si svegliano i passeri, la città è salva 
se non si conosce l’ora esatta. 

Senza correggere la caduta delle foglie, 
l’autunno è un discorso più vero 
a cui non so rispondere. 

*

7

Questo il tempo degli uomini forti. 
Si sono giunte le mani 
di chi si apprestava a un lavoro. 

Non esiste cosa di cui potremmo servirci, 
perché noi già ora ci conosciamo. 

Dove esita chi scorge un fiore, 
l’evento che non muta le acque tranquille. 

*

8

Il giorno dopo le donne seppellirono 
gli uccelli migratori. 

Un modo per riconoscere 
le pietre riscaldarsi alla luce. 

Mentre un uomo riscattava la paura 
d’esser soltanto il mestiere di una pace 
scontata dai fiori.

*

9

Son voce della terra, e non hanno mai veduto 
una stella. Sarebbe troppo ergersi 
a frutti, evitando lo specchio. 

Come alberi a cui sussurrare la festa 
del popolo muto. Ho cercato l’albero attento 
trattenere la pioggia. 

L’anonimo compito della campagna, 
il costume di raccogliere la mancata solitudine 
d’una mente. 

*

10

Nell’aria, riversato sul giardino aperto 
l’invisibile. Un uccello chiamerà l’indifferente 
posa delle immagini. 

Un minimo fogliame che richiami 
l’esistenza di una fonte. 

Chi non usa 
questo spazio?  Il sole non è altro 
che i vecchi rifiuti presenti a una mente. 

L’elemento è raro, quanto la storia 
degli uomini lontani. 

*

11

Io credo in ciò che vuole una voce 
inesperta. Mani senza terra imitano 
ciò che resta di un nome. 

L’animale è una distanza 
per ogni colpa sopravvissuta ai fiori. 

Perché io usi la rovina di uccelli 
isolati dal presente, disposta ogni cosa 
del giorno.

*

12

Ha ancora un movimento 
l’esser stati nemici di questi spettatori. 

Riaffiora l’acqua in autunno 
per le poche convalescenze di un sorriso. 

A fatica la sorte ha smesso di scrivere. 
È piena ogni fossa sotto il cielo.

*

13

Chi riconosce il giorno? Dischiude 
l’infedeltà di un segreto la madre 
che sempre vediamo. 

In lei verso la mia assenza. 

*

14

La povertà 
sarebbe un amico, non avessimo chitarre 
troppo intelligenti. 

*

15

Una foglia è maestra di ripetizione 
quando smette di riempire 
con qualcosa di eccezionale la ragione. 

*

16

Tutto rimane, grazie a una decisione 
di chi per primo partorì la luce. 

Adesso parliamo senza incontrare la rosa. 

Questa la grazia che ci separò 
dalla fiamma. I fiori hanno lo stesso odore 
dei fiori, senza che io lo sappia. 

Per questo il nostro addio, 
vive ancora in un nome.

*

17

La fiamma non va oltre il nome, 
non cambia l’avversario. 

L’ospite ha cambiato nome al giardino. 
Una voce perduta di parole più semplici. 

Le rose si sono riunite lungo i giorni. 

*

18

Sorvegliano chi abita senza perdono, 
l’incanto. Ciò non accade senza la notte. 

Chi vuole assistere alla mia memoria? 
Noi non diciamo parole. Ancora un nome 
nella povertà degli eventi.

*

19

Per esistere confessai a mio padre 
lo scandalo della mia nascita. 

Imparai a fare attenzione per non calpestare 
le radici di un albero impaurito. 

Abbiamo afferrato quella croce. 

La sua figura costrinse il mare 
a ricordare i nostri nomi. 

*

20

Nei cimiteri l’erba ha la stessa fretta 
dei cancelli. Nell’aria che ora non fa più fatica, 
la libera concessione di frutti che sappiamo. 

Ero la foglia che dormiva, più volte il gregge 
disperato. Insieme impedivano la caduta 
di quelle braccia. 

*

21

L’inconsistente silenzio degli alberi. 
Una moneta, tra le radici di un fiore. 

La madre lava l’incessante preghiera 
del figlio senza sporcarsi i vestiti.

Giulio Paci

In copertina: Félix Vallotton, Mon portrait, 1885

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