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“Ci salvavano soltanto i miracoli”. Le memorie di Nadežda Mandel’štam

C’è come un abominio della memoria. Anzi: è in atto il secondo massacro del poeta. Nadežda Mandel’štam muore il 29 dicembre del 1980, a Mosca: le era stato concesso di tornare nella capitale dal ’64. Aveva vissuto da latitante, raccattando troppi mestieri, per trent’anni, nel sottosuolo di paesi dai nomi fatati, fatali, infami: Strunino, Kalinin (che ora si chiama Tver’), Ul’janovsk, Vereja, Pskov… e altri, dal nome abortito dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Il marito, Osip Mandel’štam, era stato arrestato la prima volta dalla polizia segreta nel ’34; da dieci anni pendeva su di lui un rosario di accuse remote, che gli rendeva impossibile pubblicare alcunché. Osip Mandel’štam, il grande poeta, muore nel 1938, in un campo di transito, a Vladivostok, dopo il definitivo arresto, lo stesso giorno in cui sarebbe morta la moglie, molti anni dopo. Dicembre decima i poeti, ha sguardi arcangelici.

Nadežda divenne, negli anni, l’emblema della resistenza al regime sovietico, eroina tra le fauci staliniste: l’estrema debolezza la rese regale, immortale. Il suo appartamento, a Mosca, fu luogo di ricovero per ribelli, poeti, fuggiaschi; Nadežda, nelle rare fotografie, ha il viso di chi è risorto, ha un viso trasfigurato. Figlia di ebrei convertiti al cristianesimo ortodosso, di alta cultura – la mamma era tra le prime donne medico in Russia, il papà era avvocato – Nadežda si unisce a Mandel’štam dal 1919, ne diventa l’amata, l’audace complice, la confidente, la testimone. Sapeva capire, Nadežda, aveva un naturale talento per la scrittura.

Nel 1981 Iosif Brodskij raccontò la storia di Nadežda in “un necrologio” di formidabile potenza, poi raccolto in Fuga da Bisanzio. “Per decenni Nadežda Mandel’štam visse alla macchia, in fuga perpetua, svolazzando tra gli angiporti e oscure città del grande impero, posandosi in un nuovo nido solo per riprendere il volo al primo segnale di pericolo. La condizione di ‘non persona’ divenne a poco a poco la sua seconda natura. Era una piccola donna, di esile corporatura, e col passare degli anni si rattrappì sempre più, come se cercasse di trasformarsi in un oggettino privo di peso che si potesse facilmente ficcare in tasca al momento della fuga”. Brodskij racconta di aver incontrato Nadežda Mandel’štam nel 1962, su suggerimento di Anna Achmatova, a cui era legata da un’amicizia decennale, per lo più un patto. “Abitava in un piccolo appartamento comune, formato da due stanze… Quasi tutto lo spazio era occupato da un letto di ferro a due piazze; c’erano anche due sedie di vimini, un cassettone con un piccolo specchio, e un tavolino da notte, un tavolino tuttofare sul quale si vedevano dei piatti con gli avanzi della cena”. Brodskij non cela le asperità della Mandel’štam, proprie di chi ha ispirato un poeta e sfidato un’epoca – “era terribilmente ostinata, categorica, capricciosa, sgradevole, fissata” –; come sempre ci offre le verità irritanti, irrinunciabili: “la cultura è ‘elitista’ per definizione, e l’applicazione dei principi democratici nella sfera della conoscenza porta a mettere saggezza e idiozia sullo stesso piano”.

Nel giugno del 1972 Brodskij lascia l’Unione Sovietica per Vienna; il mese prima fa l’ultima visita a Nadežda. Il cammeo è indimenticabile: “Il pomeriggio stava per finire, e lei sedeva, fumando, nell’angolo, nell’ombra profonda proiettata sul muro della grande dispensa. L’ombra era così profonda che le sole cose che si potessero distinguere erano la tenue scintilla della sigaretta e quei due occhi penetranti. Il resto – lo sparuto corpo rattrappito sotto lo scialle, le mani, l’ovale della faccia cinerea, i capelli grigi, anch’essi cinerei – tutto il resto era inghiottito dal buio. Nadežda Mandel’štam sembrava un avanzo di un grande incendio, sembrava una minuscola brace che brucia se la tocchi”.

La memoria di Brodskij è equivalente e contraria a quella di Bruce Chatwin. Il grande viaggiatore inglese visita Nadežda Mandel’štam nel 1978 – l’articolo è raccolto in Che ci faccio qui? –: mentre per Brodskij Nadežda è circondata dal buio, residuo luminoso di un’epoca oscura, Chatwin la vede assediata dal bianco. “Nevicava fitto il pomeriggio in cui andai a trovare Nadežda Mandel’štam”, attacca il suo articolo; che si conclude davanti a un quadro di Vladimir Weisberg, “sulla parete di fronte al letto… il quadro era tutto bianco, bianco su bianco”. La considerazione di Nadežda è radicale: “È il nostro miglior pittore. Che in Russia, oggi, si possa fare soltanto questo? Dipingere il bianco!”. Che il bianco non sia un buio raddoppiato? Di certo, Nadežda Mandel’štam è una donna che ha fatto le nozze con gli opposti, ha fatto a pezzi i tiepidi.

Sia Iosif Brodskij che Bruce Chatwin ammiravano, di Nadežda, il genio narrativo. Nadežda Mandel’štam si racconta in due libri di memorie, scritti durante gli anni Sessanta e i primi Settanta. Non basta un libro di dolorose memorie per fare uno scrittore: i libri di Nadežda hanno perentorietà narrativa autonoma, la fisionomia di una rivolta. I libri sono stati tradotti immediatamente in Italia: nel 1971, da Mondadori, come L’epoca e i lupi (la traduzione è di Giorgio Kraiski), nel ’72 da Garzanti come Le mie memorie (la traduzione è di Serena Vitale). L’epoca e i lupi è stato ripreso, nella stessa traduzione di cinquant’anni fa, da Serra e Riva, nel 1990 (con il saggio di Iosif Brodskij) e da Liberal Edizioni nel 2006 (con prefazione di Vittorio Strada). Le mie memorie è scomparso nei meandri editoriali. Che inquieto paradosso: proprio mentre gli editori italiani riscoprono l’opera di Osip Mandel’štam – penso, per dire, ai Quaderni di Mosca pubblicati da poco da Einaudi, all’epistolario e all’Opera in versi curati da Giometti & Antonello, a La pietra, raccolta uscita per il Saggiatore, alle diverse versioni (Adelphi, Luni, Il Melangolo) della Conversazione su Dante –, Nadežda è letteralmente scomparsa: eppure, la sua testimonianza (pare raro, assurdo, incongruo, ma è così) compie, per così dire, completa le poesie del marito.

Va un pochino meglio in altri paesi. Le memorie di Nadežda sono state pubblicate da Gallimard in tre tomi come Contre tout espoir, a partire dal 1972; la ristampa è del 2013. Nel mondo anglofono, dove la sua testimonianza ha avuto vasta eco, i libri di Nadežda sono pubblicati come Hope against Hope e Hope abandoned da Harvill Press, che è un’appendice di Penguin Random House: adornati da frasi di rito di Doris Lessing (“Le testimonianze di una vita sotto l’egida della tirannia sono ormai molte, ma nessuno, nemmeno Solženicyn, ha mai scritto meglio”) e di Isaiah Berlin (“Le crude reminiscenze della signora Mandel’štam si leggono come la realtà stessa, cruenta… il suo è un lavoro letteralmente unico”). Le ultime ristampe sono del 2012. Tutti insistono sulla straordinarietà narrativa di quelle memorie: è giusto, perché la testimonianza, per essere tale, necessita di genio. Eppure, l’idea è che un po’ tutti abbiano usato Nadežda per i propri fini, finché era necessario, per basse faccende politiche. Ora l’hanno abbandonata; ma c’è tanto da tradurre – ad esempio, la corrispondenza di Nadežda con Anna Achmatova e Varlam Šalamov – da studiare, da amare. Che questo sia il primo passo di un risarcimento, un bacio sul cadavere di un’era eccessiva, traslucida.

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“Quando arriverà quell’evento irreversibile? Dove? Come? Ma non ha importanza… Opporsi è inutile. Avevo perso il sentimento della morte, perché ero entrata nella regione del non-essere. Di fronte a una condanna ineluttabile, persino la paura scompare. La paura è ancora uno spiraglio di luce, è desiderio di vivere, autoaffermazione. E un sentimento profondamente europeo, che ha le sue origini nel rispetto di sé, nella coscienza del proprio valore, dei propri diritti, bisogni, esigenze e desideri. L’uomo si aggrappa a ciò che ha e teme di perderlo. Paura e speranza sono interdipendenti. Persa la speranza, si perde anche la paura: non si ha più nulla per cui temere”.

“In epoche come la nostra, dov’è il limite fra ciò che è psicologicamente ‘normale’ e ciò che non lo è? Io e Mandel’štam pensavamo le stesse cose, ma in lui questi pensieri diventavano in un certo senso ‘tangibili’: egli non si limitava a pensare, ma immaginava, vedeva come sarebbero andate le cose. Mi svegliava nel bel mezzo della notte per dirmi che Anna Achmatova era stata arrestata e che in quel momento la stavano conducendo all’interrogatorio. ‘Perché pensi una cosa simile?’. ‘È una impressione precisa’. Camminando per Čerdyn’, cercava il corpo di Anna Andreevna sul fondo di ogni burrone… Certo, questa era già follia. Ma io, dopo essermi destata dal letargo che mi aveva assalita, non riuscivo più a dormire e passavo la notte cercando di indovinare chi fra i nostri parenti e amici fosse già stato arrestato e sotto quali accuse. Se anche non c’era una denuncia precisa, le accuse si potevano sempre inventare”.

“Vivevamo così, coltivando la nostra immaturità finché non ci convincevamo a nostre spese della precarietà del nostro benessere: soltanto per esperienza diretta, poiché a quelle altrui non prestavamo fede. Siamo diventati esseri incompleti e irresponsabili. Ci salvavano soltanto i miracoli”.

“Chi vive sotto una dittatura, si permea rapidamente del senso della propria impotenza e vi trova consolazione e giustificazione per la propria passività e inerzia: ‘La mia voce potrà forse fermare le fucilazioni? Non dipende da me… Chi volete che mi dia retta?’. Così andavano dicendo i migliori di noi e l’abitudine al confronto fra le proprie forze e quelle altrui ha fatto sì che qualsiasi Davide, pronto ad assalire, disarmato, un Golia, suscitasse soltanto perplessità e alzate di spalle… Tutti eravamo pronti al compromesso: tacevamo nella speranza che non uccidessero noi, ma il nostro vicino. Non sappiamo nemmeno bene chi fra noi contribuiva a uccidere e chi si salvava tacendo”.

Nadežda Mandel’štam

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