“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Il 17 ottobre 1894, un uomo gracile dall’aria patibolare passeggiava per le strade di Berlino. La polizia prussiana si convinse di aver finalmente messo le mani su uno dei più pericolosi agitatori del Reich. Gli agenti lo avevano infatti scambiato per un certo Hülle, redattore del giornale socialdemocratico Vorwärts. È da questo equivoco burocratico che nacque un fascicolo segreto, il cui primo verbale stilato dall’agente Dimke tracciava l’esilarante ritratto del poeta Peter Hille (1854–1904):
“Altezza 1,54–1,56 m, capelli scuri e lunghi, barba biondo-rossiccia completa, viso pallido… cappello morbido di pelliccia rosso scuro… dà l’impressione di un uomo completamente declassato e, per quanto confermano i suoi appunti scritti, potrebbe essere malato di mente”.
Per quasi quattro anni, a partire dal 1894, gli spioni di Sua Maestà pedinarono Peter Hille passo dopo passo mentre vagava “senza meta né piano”tra le strade di Berlino, perquisendo i suoi giacigli e raccogliendo dai cestini della spazzatura i presunti codici cifrati per l’insurrezione. Il 16 aprile 1898, però, la polizia fu costretta a chiudere la pratica con una resa sconsolata:“Dal punto di vista socialdemocratico, Hille appare del tutto insospettabile”.
Ciò che la burocrazia statale non poteva comprendere era che Peter Hille non era un cospiratore di partito, ma “il Santo della Bohème berlinese”; il poeta anarchico per etica ed estetica che visse in volontaria ed estrema povertà, e che persinoVictor Hugo elogiava: “Fate parte della grande legione dello spirito. Vi stringo la mano”.
Nato l’11 settembre 1854 ad Erwitzen, Hille crebbe in un ambiente rurale cattolico segnato da una tragica fragilità psichica familiare, con tre dei suoi fratelli deceduti in manicomio. Questa “oscura eredità” alimentò in lui il timore per la propria mente; quando un frenologo a Londra gli diagnosticò una “lacuna” nel cranio, Hille accolse il verdetto con sollievo come l’“annuncio di una futura genialità”.
La sua vita fu un lancinante esperimento di poetica errante: dopo aver lasciato gli studi, visse tra i miserabili di Whitechapel a Londra, amò la quindicenne olandese “Libbeth” portandola a piedi da Amsterdam a Münster, sputò sangue per la tubercolosi a Bad Pyrmont e varcò a piedi il valico del Gottardo tra i ghiacci, sfiorando la morte. Scese in Italia, sempre a piedi, fino a Milano e Roma. Qui, ridotto in uno stato di estremo abbandono (paragonabile al protagonista del romanzo Fame di Knut Hamsun), inviò una lettera ad un suo amico, confessando la realtà della fame:
“E se riesci, potresti anche mandarmi un anticipo, anche solo di 5 marchi; sono al verde… devo prima finire questo lavoro, ma prova tu a lavorare con uno stomaco in cui, di norma, per sei settimane riesci a infilare solo pane per 5-10 pfennig”.
John Henry Mackay, anarchico amico di Hille, organizzò una colletta per comprargli un abito di lana e un biglietto del treno per la Germania; Hille, tuttavia, pur di rimanere in Italia, vendette tre volte abiti e biglietti prima di essere caricato di forza sul vagone del ritorno, dove rischiò di morire assiderato.
“Sono diventato così, non so come. Sono vicino alle cose, ecco perché sono un poeta.”
Tornato a Berlino nel 1891, Hille rifiutò qualsiasi sistemazione borghese, preferendo dormire sulle panchine dello zoo di Berlino con i libri sotto il braccio: “Oh, nel Tiergarten, su una panchina. Si dorme niente male lì!”.Fu in questo periodo che la polizia segreta lo mise sotto stretta osservazione. Parallelamente, il poeta divenne un’icona tedesca e iniziò ad essere riconosciuto come maestro da gran parte dei circoli berlinesi.
Viaggiava per le strade della capitale portando con sé tutto il suo patrimonio poetico in una vecchia borsa di tela e nelle ampie tasche del suo lungo cappotto. Di certo non scriveva a tavolino, ma si fermava agli angoli delle strade, nei parchi o sui tavoli delle osterie, scarabocchiando aforismi e versi folgoranti su qualsiasi supporto di fortuna; persino scontrini del tram, menu di ristoranti, margini di giornali, buste usate. Proprio alcuni di questi aforismi sono tradotti per la prima volta in italiano a fine articolo.
In questo caos risiedeva la sua unica e inafferrabile ricchezza; il suo perno filosofico-poetico fu da lui formulato nell’autunno del 1901 a Schlachtensee insieme ad Erich Mühsam; Hille alzò improvvisamente la testa dal suo taccuino e posò solennemente la mano sul tavolo, pronunciando quello che divenne il suo motto fondamentale:
“Io sono, dunque è bellezza”.
Questo aforisma rappresentava un radicale e consapevole ribaltamento del Cogito ergo sum cartesiano: laddove il razionalismo e la burocrazia statale riducevano l’uomo a pura funzione o a cittadino obbediente, Hille rivendicava il valore dell’esistenza autonoma. La sola presenza dell’individuo libero è già di per sé bellezza e rivoluzione; è un’estasi, un’anarchia estetica basata sull’individuo.
Peter Hille (1854-1904)
L’incarnazione più pura di questa filosofia si realizzò nell’incontro tra Hille ed Else Lasker-Schüler, sua fedele amica. Nacque un sodalizio poetico e umano di reciproca consacrazione mitica. Hille fu il primissimo sostenitore della giovane poetessa, la battezzò con l’identità orientale di “Tino, Principessa di Bagdad” e le dedicò sulle pagine della rivista libertaria Der Kampf un ritratto indimenticabile:
“Else Lasker-Schüler è il cigno nero d’Israele, una Saffo a cui il mondo si è spezzato in due. Brilla di innocenza infantile, è oscura e primordiale. Nella notte dei suoi capelli vaga neve d’inverno…”
La stessa poetessa pubblicò Das Peter Hille-Buch, trasfigurandolo nel profeta “St. Petrus” e trasformando il vagabondo inseguito dalla polizia prussiana nel santo patrono dell’avanguardia. Di lui scrisse: “Chi non lo ha visto in vita ha perso una creazione della Creazione”.
Per Hille, d’altronde, la libertà era un imperativo etico assoluto. Egli rifiutava le tessere di partito per allearsi con spiriti libertari. Mühsam ricordò con sbalordimento che Hille non riusciva a capacitarsi del “perché gli uomini si impongano leggi e dispongano pene; perché ci siano ricchi e mendicanti, invece che dividersi semplicemente in artisti e non-artisti”. Nella celebre parabola Zeri e Cifre (tradotta per la prima volta su “Pangea” un anno fa), irrise la servitù volontaria di sessanta milioni di cittadini-zeri che, incapaci di valere da soli, supplicano un viandante di passaggio: “Siamo sessanta milioni, ma non saremo mai un numero. Ci manca una Cifra! Un Re!”, pur di avere qualcuno a cui pagare le tasse e da cui farsi comandare.
Questa carica eversiva trovò la sua trincea fisica nel gennaio del 1903, quando, nel retrobottega del ristorante italiano Zum Vesuv a Berlino, nacque il Cabaret zum Peter Hille, “consacrato al fiore azzurro della poesia, non a plebea gozzoviglia”. Quando il celebre attore di cabaret Danny Gürtler irruppe nel locale urlando il suo volgare slogan “Su con l’umore!”, Hille si alzò di scatto, gli si parò davanti e, puntando il dito teso, lo cacciò ruggendo: “Tornatevene alla vostra spelonca! Qui non c’è niente che possa interessarvi! Fuori!”, difendendo lo spazio sacro della poesia contro la profanazione del mercato.
“Un Santo tra di voi, un asceta e un folle, un saggio e un vagabondo, un pazzo che possiede ricchezze infinite e mendica davanti alle osterie”.
Otto Julius Bierbaum
Il 27 aprile 1904, sulla linea della sua erranza, Hille venne ritrovato esanime e sanguinante su una panchina della stazione di Zehlendorf; si spense pochi giorni dopo, il 7 maggio 1904, a poco più di un anno dalla nascita del Cabaret che portava il suo nome. Hille morì senza sapere che la sua storia sarebbe continuata altrove, tramite la foresta dei suoi aforismi, racconti, poesie e romanzi. Ma certe storie non hanno bisogno di eredi, hanno bisogno di un’aria che ritorni.
Vent’anni dopo il primo pedinamento di Hille, il 6 aprile 1914, il giovane Hugo Ball venne condotto a processo a Monaco con l’accusa di “diffusione di scritti immorali”, per aver pubblicato la lirica Der Henker (Il boia) sulla rivista Revolution; il giudice assolse Ball con una motivazione che sembrava la diretta prosecuzione dei verbali della polizia prussiana su Hille: “la poesia è incomprensibile, pertanto non può avere effetti dannosi per la morale”.
Di fronte alla forza della parola poetica, lo Stato non sapeva far altro che bollare come “malattia mentale” o “incomprensibilità” ciò che non riusciva a imbrigliare nei propri codici. Lo Stato cambiava uniforme, il vocabolario restava lo stesso. Quando, nel febbraio 1916, Hugo Ball ed Emmy Hennings fondarono a Zurigo il Cabaret Voltaire dando vita al movimento DADA, portarono sul palco anche le poesie di Else Lasker-Schüler e gli aforismi di Peter Hille, da loro definiti “il nostro pane quotidiano”.
La carica sovversiva di aforismi folgoranti capaci di polverizzare ogni conformismo, di incendiare l’uomo comune, di elevare l’anima oltre l’imposizione; Ciò che la spia prussiana raccolse dalla spazzatura di Hille si era trasformato nella lingua della nuova avanguardia europea.
Tommaso Filippucci
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Aforismi sparsi e tratti dal lascito
Io sono, dunque è bellezza.
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L’essere umano è dotato di tante capacità. Ma è qui che ha raggiunto il suo apice: nell’arte di essere il meno umano possibile.
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Uomo, legge che respira.
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La libertà è una somma di microscopiche oppressioni.
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Alle persone piace accumulare cose che devono stare una accanto all’altra.
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Solo ai forti è permesso di rivolgersi alla vita interiore, le anime storpie formano chiese stanche.
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Devono esserci trasgressioni perché esistono i giudici, e per creare trasgressioni dobbiamo avere leggi. – Qualcosa di simile vale per il guerriero e gli eserciti permanenti.
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Le trasgressioni derivano dai comandamenti, i calli dalle scarpe strette.
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Meglio un diavolo libero che un angelo incatenato.
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Un’anima priva di costrizione è anche priva di vizio.
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I pensieri non sono esenti da dazi; pensare è un gesto, una sfortuna dell’anima, una sventura del volere.
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Da dove deriva la libertà di quest’aria, questa deliziosa freschezza? Dal respiro dell’uomo.
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I mendicanti sono pessimi portatori della scintilla rivoluzionaria. Forse, un giorno, la polizia tratterà meglio i propri migliori amici.
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La vera poesia ha qualcosa di compiuto. Qualcosa di esistente: ciascuna delle sue forme si sente salda, si senta concreta attraverso le parole.
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Tiranni innocenti. Sofferenti. Questo sono i poeti.
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Vivere è errare; la somma degli errori è la verità.
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È più facile intrecciare una corona che trovarle un capo degno.
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Che cos’è giustizia, che cos’è crimine? Un segno che il mondo è miserabile oltre ogni immaginazione. Sentenze e tribunali non bastano.
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Poetare, per come lo intendo io, non significa belle parole, ma bella vita.
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Il mondo riversa su di noi le sue onde, e noi dobbiamo sentirle come tali.