C’è qualcosa di celestiale nel tornare a casa. E il ritorno è un celeste che si fa scuro, blu notte. Del resto, il giorno è già tanto impegnato delle nostre necessità che non può contenerci davvero, contenere il nostro vero. Bisogna pernottare oltre il giorno per contenere la gravità di noi che non sta nel corpo, ma nell’esistenza di spazi profondi, sempre più profondi, nel tempo perduto prima dell’alba lunga: ecco che viene, che tristezza, ma menomale, arresta questo flusso in noi, se riesce. Le mattine esistono per sentire l’aria che fuoriesce da noi.
C’erano una volta due persone che si amavano, i loro respiri si sentivano dappertutto, poi il mondo cambiò, non ci fu un terremoto, un attentato, niente di tutto questo, solo lei non si vide più dentro l’abbraccio di lui, lei si svegliò e lui era ancora lì, che scriveva accanto alla notte, in attesa che arrivasse l’ispirazione, o meglio che giungesse di nuovo il suo tocco sulla schiena, le sue parole, “buongiorno”, e lui si sarebbe voltato, le avrebbe restituito il tocco. Oggi aspetta la sua pelle, di averla al più presto negli occhi, bisognava invecchiare insieme, dice, e invece lei voleva solo che fosse felice; e lo sei, vero? le dice ancora lui. Continua in questo dormiveglia che è così suo, considera la notte uno spazio in cui vanno a finire tutti quelli che amiamo quando non ci amano più.
Viviamo dentro case governate dalle giornate, e a volte siamo in cerca di uno spazio dove posare le lacrime, non ci serve nient’altro che la notte, per continuare a possedere l’arte necessaria a descrivere la presenza della speranza all’interno della nostra vita, la possibilità di Dio. Come in Chiedo istruzioni ogni notte di Sonia Serazzi e Antonio Cavallaro, dove il cielo se esiste è uno scambio di lettere a persiane socchiuse sulla quotidianità e il suo bagaglio di obblighi in arrivo, in cui quello che emerge è l’universalità di un messaggio di fiducia nella folla silenziosa di due. Solo i lamenti si odono in cielo, come in un blues notturno, ma solo perché siamo ancora corpi e come tali incapaci di una preghiera perfetta.
Le nostre notti sono un segreto imperscrutabile, nessuno mai sa cosa succede tra i nostri occhi stanchi e quel che noi scrutiamo, possono sembrare incomprensibili se dovessimo raccontarle e forse lo sono, ma il mondo, ecco, il modo più ovvio di cambiarlo è restituirne una copia di notte, e questo non cambierebbe il mondo alla luce, ma cambierebbe noi. È la stessa cosa? Se c’è vita dopo il giorno, dovrà di certo includere il sogno, oppure tanto vale addormentarsi e basta.
In Raccontami la notte in cui sono nato di Paolo Di Paolo gli occhi quando si aprono portano con sé qualcosa di speciale, i sogni e le rinunce; è il sogno la grammatica felice, l’abbandono è il linguaggio finito. Il protagonista, abituato da cronista alle parole, sa di dover cimentarsi con il verbo “cambiare”, ossia vivere da clandestino un’altra vita. Nascosto dal mondo e aperto a se stesso.
La musica nella notte in cui tutto cambia e si rinasce. Fermare i tasti per amarti con le dita, sembra sussurri Simon all’amata Suzanne, il pianista jazz di Una notte al club di Christian Gailly. Una bottiglia scolata, il soffiare del vizio, tutto gli trema dentro e cerca protezione. Vorrebbe reggere tuto il mondo, ma la sue spalle non sono grandi quanto il mondo, e se dovessero togliergli il suono, quello che si confonde con le note sottili dei giorni vuoti, l’abbraccio con la notte saprebbe di perdita, un presagio di dolore, e farebbe male. Simon si avvicina al piano, butta giù un sorso. Quella notte è una condanna felice.
L’indifferenza verso il dolore è il segnale supremo de La notte di Elie Wiesel, i nazisti avevano tutto per sognare e non sognavano. Restava un’indifferenza inquieta quando non si trattava di Wagner o Beethoven, di Jünger o Goethe, dovevano logorare le possibilità ebraiche, cominciare con il celebrare la loro insignificanza, percorrere i loro corpi in cerca del sapore finale. In quelle lunghe notti al campo, Wiesel inventava nuovi sogni che potessero occupare i posti lasciati vuoti, e a fine giornata andava a letto per cercarli, e li trovava sempre, che meraviglia. La liberazione è stata speciale, salì sui mezzi degli americani e si mise in fondo all’amore; quella volta fu di giorno, e scattò la scrittura.
Amare la notte è anche la nostra capacità di viaggiare insieme, come corpi viandanti tra le braccia uno dell’altro, uomini nella certezza di essere suoi ostaggi orgogliosi. Il viaggiatore notturno di Maurizio Maggiani si aggira tra le montagne del Sahara, nelle notti del deserto, sente il tonfo delle lacrime sulla sabbia, uno svuotarsi elegante e poetico, come l’ombra che il dolore disegna sopra i volti. Il viaggiatore di Maggiani si distese dentro l’abbraccio del deserto, pensò: vorrei che tutto il mio corpo fosse fatto di sospiri notturni. E sospirò.
Pasquale Allegro
*In copertina: Edward Potthast, Cielo stellato, 1918