Qualche anno fa, frate Antonio, il padre servita, vecchio, bello come un bimbo, la mia meravigliosa cometa, mi mise in braccio le Opere spirituali di Charles de Foucauld. Qui troverai le pagine più folgoranti sulla povertà, mi disse, con quel solito sorriso, pieno di angelica malizia. Veneto, aveva ideato, anni prima, un proprio frugale cenobio; lo inebriava vivere alla mercé della provvidenza, i rigori avevano reso il suo corpo – tozzo, di genia contadina – ancora più coriaceo. Sembrava una tartaruga; aveva conosciuto David Maria Turoldo, un colosso, una tigre, diceva.
“Vuoti di noi stessi e degli altri, senza ricercare né il nostro bene né quello di nessuna creatura in vista di noi e di esse, ma ricercando unicamente la gloria di Dio e ricercandola in vista di Lui solo”.
Così scrive Foucauld, in alcuni appunti privati. È durissima la vita che fratel Carlo impone a se stesso, a noi che lo leggiamo:
“Quelli che non seguono soltanto Gesù, senza girare indietro la testa, senza guardare nient’altro che Lui solo, Gesù li chiama morti, tanto sono lontani dalla verità, tanto sono lontani dalla vera via!”
Ma come possiamo fare, noi, così vischiosi di addii e di mestizie, ad annientarci come Cristo ha annientato se stesso? E, abbandonati, perpetuare l’abbandono, l’abominio di sé?
Su Charles de Foucauld, ora, ha scritto un libello, bellissimo, Alessandro Deho’. S’intitola A te. La Preghiera dell’Abbandono di Charles de Foucauld (San Paolo, 2024), e non è un libro, a onor del vero, su Charles de Foucauld – di quelli, ce ne sono a sufficienza. Alessandro Deho’ parte dalla fine – frère Charles ucciso, dopo grottesco assalto, dai tuareg a cui, gratuitamente, aveva dato tutto se stesso, nell’irriconoscenza e nel frainteso che sempre ammantano il genio del cristiano – per fare razzia nella vita di Foucauld. A dire il vero, A te sembra, per esubero di verbo, per scampanio lirico, una pièce intorno alla vita di Foucauld. Alessandro Deho’ si getta nell’altrui esistenza, sperando di perdersi, di dissetare i morti.
Così scrive, ad esempio, del nobile di Strasburgo che abdicò ogni ruolo per ancorarsi alla lingua dei deserti:
“Di una lingua non dobbiamo imparare solo i suoni ma, soprattutto, i silenzi, le pause. L’arabo e l’ebraico nei loro silenzi custodivano il profumo del deserto. Imparare una lingua nuova è accettare un esodo”.
E poi:
“La vita spirituale di Charles non è altro che un tragitto di morte: la sua. Vuole morire e seppellirsi in Cristo. Il suo cuore cerca il sepolcro dove poter scoccare l’ultimo battito e, in quella grotta, splende il suo tesoro”.
E dunque:
“Per amare fino alla fine bisogna non avere nulla da dare… Non servire a nulla, occupare l’ultimo posto. Liberarsi di tutto per non trattenere nemmeno la propria vita. Esporsi alla vertigine, rischiare ogni cosa, subire il fascino della dissoluzione, lasciarsi salvare. Occupare l’ultimo posto non può essere un impegno, nemmeno una gara. È altissimo il rischio della retorica…. Per occupare l’ultimo posto occorre vivere ogni giorno con la paura di aver tradito le attese di Dio. Vivere l’ultimo posto è accettare di camminare l’inferno su questa terra”
Alessandro è meticoloso nel disintegrare gli idoli, ne ha subiti troppi: se la povertà diventa un idolo, la povertà è inutile; se essere ultimi è un idolo, l’ultimo diventa satana; se i paramenti sacri sono uno schermo, eliminiamoli perché non rimandano più a Dio. Cristianesimo vuol dire: non trovare pace. Strappare, strappare, strappare, a colpi d’unghia e di selce, mai paghi, mai in posa, sempre in veglia, sempre stupefatti della propria pochezza, della bellezza, dell’orrore.
Cosa ci affascina di queste votate vite se non che almeno una volta nella vita – una vita, in fondo, perpetuamente cauta, viziosamente casta – occorre rischiare tutto per l’invisibile, e stare, di continuo, a tiro della morte, nelle mani di un altro, e donare tutto, senza accontentarsi di un boccone, di una bocca, di un boccaglio – tutto: apnea, respiro nella colombaia gola, gioia piena, plenitudine del dolore. Tutto amare – tutto soffrire. E cedere, e cadere.
Chissà.
Prima di tornare a Deho’ – a cui so (mi illudo) di poter tornare quando non avrò più nulla, nemmeno più l’orientamento del nome, l’Oriente di un viso noto, buono – apro a caso, mantica bibliografica, il libro di Foucauld. Mi capita una lettera, scritta da Gerusalemme al padre spirituale, don Huvelin.
“Quando consulto il mio cuore, la mia inclinazione, essi rispondono: Chiudi tutti i libri, non prendere mai una penna, rimani servo, e se un giorno non ti si vuol più vai nel deserto, dormendo in qualche grotta del Monte degli Ulivi, passando i tuoi giorni dinanzi al Santo Sacramento della chiesa che c’è in cima e chiedendo, tutti i giorni o ogni due giorni, un tozzo di pane, un po’ d’acqua per carità…”
Era l’8 febbraio del 1899. Nascevo esattamente ottant’anni dopo. Ho fatto tutt’altro. Impietrito da una viltà che ossida il cuore.

Abbandono. Che parola gigantesca. Terribile, bellissima. Cosa significa?
“Abbandono” per me è una parola riassuntiva dell’esperienza del vivere. Mi sento costantemente sospeso, d’abbandono in abbandono, anche le parole che sto scrivendo in questo momento sono parte di me abbandonata. Vivo come se tutto rispondesse a quella logica del corpo che procede rinnovandosi continuamente, morendo continuamente.
Sento spesso la malinconia abitare il cuore delle cose, mi commuove tutto, sento il fruscio delle cose che passano e l’impossibilità di trattenerle. Questo, a volte, è un grande limite: rischio di non godere pienamente del presente e di interpretarlo solo come il simbolo di qualcosa che accade per scavare in me il senso di essere solo. La parola abbandono diventa quindi esperienza di essere bisognoso di essere trovato. Mi sento la pecora smarrita del Vangelo che è al mondo, e fuori posto, solo per farsi ritrovare. Elemosino che Lui si accorga di me. L’abbandonato. E mi trovo fratello del Cristo abbandonato sulla croce.
Nella logica dell’abbandono, il tempo presente ha valore perché evangelicamente è un tassello di resurrezione che io non devo trattenere. Mi sento come Maria al sepolcro, piango e vedo le cose scorrere verso l’eterno.
Abbandono è esperienza di morte. E per me la morte è davvero il cuore che muove i miei pensieri, le mie decisioni, le mie preghiere. Credere che la morte, come grande abbandono, sia meno forte solo dell’amore, non della vita, ma dell’amore, e quindi di Dio, è il centro da cui scaturisce il mio cammino di fede.
Uno dei momenti più profondi del mio rapporto con il vangelo è quando ho sentito in me la luminosità della scelta di Cristo che nascendo si lascia deporre nella culla e morendo si lascia deporre nel sepolcro. Siamo nati per imparare a deporci. Ogni cosa che vivo per me ha senso se aiuta la mia deposizione, la deposizione di quel che sono, di quel che credo di essere. Di deposizione in deposizione per fare dell’abbandono un atto di consegna tra le braccia dell’Eterno.
Qual è a tuo dire la ‘poetica’ di Charles de Foucauld, quale il momento che lo ‘segna’, che lo consegna?
Non sono un esperto di Charles de Foucauld mi son trovato a camminare accanto a lui perché mi è stato chiesto. Non riesco ad individuare il momento che lo segna, mi pare invece che Charles abbia saputo farsi segnare sempre, dall’inizio alla fine, nella sua carne chiare ed esposte le stimmate di chi chiede ragione di essere stato messo al mondo. La sua carne si è lasciata ferire e ogni ferita è diventata in lui una possibilità. Dall’essere orfano (e quindi abbandonato), all’amore per il deserto, alla conversione davanti al Crocifisso, alla vita nella trappa, a Nazareth, a Tamanrasset fino all’istante della sua morte tragica e beffarda… cosa scegliere? Mi è parso di vedere in lui l’esperienza di un San Sebastiano trafitto dalla vita, sanguinante fino all’ultimo, preda del divino.
Che cosa vuol dire pregare?
Forse giocando con la tua domanda potrei dire che pregare è, finalmente, smettere di dire. Pregare è non dire, iniziare a lasciarsi dire.
Pregare è deporre tutto di sé e lasciare che lo Spirito danzi in noi. Sentire i passi divini che ci percorrono. Annientarsi, lasciarsi fare.
Pregare è arrivare al centro di ciò che siamo, nella verità più profonda di noi, dopo aver abbandonato tutto, e scoprire il volto di Dio. Coincidente al nostro.
Ma forse in verità non lo so bene cosa sia pregare. Forse è solo il canto d’amore di un abbandonato che spera di farsi trovare. Il pianto.
Pregare è difficile perché è non dire, non fare… e quindi è imparare a morire.
Ma davvero non lo so, sono tutte formule che rischiano di risultare vuote o retoriche.
Tempo fa una ragazza mi ha chiesto come era cambiato il mio modo di pregare negli ultimi anni, io mi sono commosso e ho pensato a quei momenti in cui anche la mia adorata cappella mi sembra stretta e devo uscire e devo camminare e tutto, tutto, mi sembra la manifestazione dell’Eterno. E io commosso e stupito mi sento parte di questo tutto. E piango e ringrazio e tutto mi sembra troppo, impossibile da reggere. Una perfetta letizia che strazia l’anima.
Ma non succede sempre, la maggior parte delle volte pregare è una lotta di resistenza, e spesso, purtroppo, resisto.
Ricordo padre Charles che si appunta, si impunta nei versi di Teresa d’Avila, Nada te turbe… Se li imprime a cuore. Esiste dunque un legame tra poesia e preghiera, tra poesia e postura d’esistere, tra poesia e Dio?
Questa è una domanda per me troppo difficile. Se non so definire la preghiera ancor meno so definire la poesia. Forse sia la preghiera che la poesia sono le strade che portano allo smarrimento. Alla povertà assoluta. Forse entrambe sono segno di resurrezione, sono sepolcri che non riescono a contenere, sono parole che non dicono e che insieme dicono troppo, sono suoni che una volta pronunciati sono già cadavere. Sono il vaso di nardo purissimo che nel Vangelo viene mandato in frantumi per liberare profumo. Forse la poesia e la preghiera sono i cocci che permettono il profumo.
Quali poesie, quali poeti hanno punteggiato la tua vita; quali parole ti hanno pungolato sulla via?
Sono un povero. La mia formazione intellettuale è ridicola, malamente tecnico scientifica, nel senso che non so nulla di quel mondo (biennio istituto tecnico industriale e poi scuola infermieri) ma non so nulla nemmeno della cultura letteraria, quel poco che so è lacunoso e disordinato, non ho frequentato corsi, non ho conosciuto maestri in quel senso. Sono fuori posto in entrambi i regni. Mi ha sempre mosso la passione. Solo la passione. Ho sempre letto molto, ascoltato molto, guardato molto. Mi ha sempre attirato la poesia ma mi ha sempre anche spaventato perché non mi sono mai sentito all’altezza… non la capivo. E continuo a non sentirmi all’altezza e continuo a imparare a non capire. Cresciuto in periodo pre internet il mio mondo è stato quello di un ragazzo cattolico di stampo “progressista” (qualunque cosa questa roba voglia dire). La mia poesia della giovinezza è quindi quella cattolica… ho amato soprattutto Turoldo e la Zarri. La Merini, Rebora. Di Turoldo ricordo soprattutto la voce, il suo suono, e le sue mani. Andavo spesso a messa da lui accompagnato dai miei genitori.
Sono stato sempre affascinato da San Francesco e dalla poesia di un uomo che impara a passare dal voler assistere i poveri al diventare povero. La teologia mi ha un po’ allontanato dalla poesia in senso stretto ma in seminario ho io incontrato San Giovanni della Croce che mi ha incantato.
Poi scrittori come Christian Bobin. Di sicuro i Salmi. Con loro ho ancora però un rapporto difficile, è una lotta quotidiana. La Bibbia tutta, quella sì. Da quando ero ragazzino. Io quando leggo quelle pagine sento i profumi del deserto, del lago, del sangue. La vedo. È parola che accade, che mi fa sanguinare, non ho dubbi. Sento che prende carne in me. Che si nutre di me.
Incarnazione. La mia poesia, quella che mi tortura il cuore, è la carne. La carne soprattutto dolente, fragile, morente. La mia poesia sono i malati psichiatrici che ho incontrato nel mio lavoro e le tante storie di morte di chi ho visto morire. La mia poesia è il Crocifisso e forse questo cerco anche ora, costantemente, nelle parole che leggo e che scrivo. Nei poeti che incontro. Per fortuna ora ne incontro parecchi.
“Non servire a nulla, occupare l’ultimo posto. Liberarsi di tutto per non trattenere nemmeno la propria vita. Esporsi alla vertigine, rischiare ogni cosa, subire il fascino della dissoluzione, lasciarsi salvare”. Parli di Charles de Foucauld, sembri parlare di te – è così?
No, non parlo di me. Io ancora vorrei servire a qualcosa, mi fa paura essere dimenticato, tengo stretta la mia vita. Forse non parlo neanche di Charles de Foucauld. Parlo di Cristo. Io sono solo un innamorato che prova a balbettare cose molto più grandi di lui, cose che una volta scritte non sa nemmeno da dove gli siano arrivate. Sono solo un povero, te lo assicuro. Sono accadute cose in questi anni che non ho minimante cercato. Che non avrei avuto il coraggio di cercare.
Forse parlo anche un po’ dei miei due grandi maestri, padre Claudio e mio padre, per come hanno vissuto ma soprattutto per come sono morti, per come hanno dovuto e saputo consegnarsi. Ma solo io, che sono testimone, posso parlare di loro. Loro credo che non si siano nemmeno accorti di essere stati per me l’immagine nitida del Padre. Come la vedova che nel Vangelo getta le due monete nel tesoro. Gesù la vede e la loda. Lei non lo sa. Muore senza sapere di essere finita nel Vangelo. Per fortuna non lo sa. Questo è l’ultimo posto. Ma solo la morte può abilitarne la narrazione. Solo la croce.
In fondo anche di Cristo noi abbiamo solo un resoconto fatto da testimoni. Essere ultimi significa consegnarsi alla narrazione di altri che sicuramente tradiranno.
A noi è dato solo di ascoltare, in una attivissima passività, in un profondo lasciarsi amare, la Sua prossimità alla nostra miseria. Più ancora la stretta identità tra la sua figura e la nostra miseria.
Che cos’è il deserto?
Il deserto è il luogo dell’Esodo. Dove ogni cosa ci ricorda che noi non siamo fatti per restare. Il deserto è il luogo della tentazione, dove ti chiedi, ed è drammatico e feroce, se quello che sei, quello che dici, quello che gli altri dicono di te è vero oppure è solo un miraggio, un travestimento. Il deserto è dove senti che in fondo vorresti trasformare le pietre in pane, vorresti trovare le soluzioni alla pena di vivere, dove senti il desiderio di dare risposte, di scrivere cose luminose e risolutive. E invece cedi. E in quel cedimento converti continuamente sia la tua immagine che quella di Dio. Il deserto è il mondo abbandonato, il sepolcro vuoto, il silenzio abitato. Il deserto, quello che ti porti dentro, è la grande maledizione, la tortura, quella di non riuscire a fare a meno di Dio. Il deserto, il mio deserto, è quello che sto costruendo giorno dopo giorno, luogo in cui sogno di poter arrivare, e se mi chiedessero qual poesia porterei con me nel deserto a me basterebbe un passaggio di Testori: “Tutto puoi dire di me tranne che T’ho evitato”. Ecco arrivare nel deserto rimanendo fedele a quelle parole mi sembra una buona regola di vita.
Qual è il linguaggio dell’ascesi, ha un verbo il deserto, come dire il suo bianco, il suo pane del miraggio?
Non so se sono in grado di capire bene questa tua domanda. Mi viene da dire che la vera ascesi è il fratello che mi cammina accanto, sempre straniero, sempre tuareg, sempre il limite da amare, il fastidio, l’inciampo. La provocazione che porta Charles a imparare una lingua nuova, a tradurre le poesie di popoli che non avevano certo bisogno della sua presenza. La vera ascesi oggi è tornare a lasciarsi interrogare da chi incrocio sulla mia strada. Se il deserto ha un verbo quello è “incontro” Charles non è eremita, si reca nel deserto per diventare fratello universale, per incontrare i fratelli. Questa è l’ascesi. Troppo facile massacrarsi di digiuni e preghiere. Il pane nel deserto è l’eucarestia, il dono totale di sé. Charles passa ore in adorazione, divina struggente passività.
Nel deserto Charles rischia la vita – senza rischiare di morire non c’è verità –, ma proprio in quello spazio di limite estremo sono i tuareg che, in piena carestia, trovano il latte per tenerlo in vita. E questo converte definitivamente Charles. Nel deserto incontrerà anche un colpo di fucile partito per sbaglio da un ragazzo, sarà la sua morte. Entrambi, la vita e la morte, paradossalmente sono i linguaggi dell’ascesi.
Che linguaggio parla Dio, come vuole che gli parliamo? Mi affascina l’idea che il poeta tenti di superare Babele, imparando la lingua dell’Eden, forgiando i suoi quattro endecasillabi dagli ungulati, dai cinguettii, dal rumore delle acque di fonte – e Dio, cosa se ne fa di questi strani frutti, tardivi, forse neppure buoni?
Che domanda enorme! Siamo il segno visibile dell’Invisibile, siamo le sue reliquie, il suo sudario, il segno del suo passaggio e della sua fedeltà al mondo, siamo il suo ostensorio. Non riesco a vedere i poeti come i cantori dell’Eden, mi sembrano più gli operai di Babele, nel senso che sono i sacerdoti di un linguaggio frantumato, inservibile, sono i custodi che liberano dalla pericolosa tentazione di credere che due uomini si possano comprendere senza ombra di dubbio.
I poeti sono gli inventori delle molteplici lingue, quelle che spezzano la lingua unica, uniformata, totalitaria.
Sono, quando sono poeti veri, i giullari che si prendono gioco del potere, che mostrano l’infantilismo dei costruttori di Babele, davanti a Dio il loro è solo un pericoloso gioco di bambini in riva al mare, i poeti sono l’onda che accarezza la sabbia e demolisce il castello che stavano costruendo.
Forse perché credo che Babele sia una benedizione.
Lo Spirito a Pentecoste non imporrà una lingua unica, abiliterà i discepoli alla poesia, alla pluralità, li trasformerà in strumenti nelle mani creative del Poeta. i poeti sono coloro che godono della complessità, della diversità, del linguaggio che svelando vela, che mostrando nasconde. E allora sì, come rabdomanti di stupore, i poeti forgeranno endecasillabi dagli ungulati e dai cinguettii. Diventeranno cinguettio. Mi viene in mente la “preghiera vespertina” di Ada Negri, la triplice invocazione di Dio è il pigolio del poeta…
Io ti prego, Signore, con le voci
degli uccelli nascosti entro la selva
in questa dolce estrema ora del giorno.
Innumerevoli le voci degli uccelli
in quest’ora del giorno; e tutte formano
una sola, che invoca “Dio Dio Dio”…
Che linguaggio parla la Chiesa?
La Chiesa avrebbe un solo linguaggio da parlare: quello del bisogno. Tutto il resto è un tradimento del messaggio. O meglio, dove non si implora, dove non c’è bisogno non c’è Chiesa.
Cristo è il linguaggio del misero che risuscita amore nelle persone che incontrava. Mendicare, chiedere, implorare, essere affamati e assetati, piangere… il linguaggio delle Beatitudini. Tutto gli altri sono linguaggi che ci allontanano da Cristo.
Bisogna stare attenti al linguaggio del potere. Quello del controllo.
Quando la Chiesa parla il linguaggio del postmoderno, quando condanna, quando prende in prestito le parole che sono di moda, quando si riscopre sostenibile, resiliente e inclusiva… mi addolora e mi preoccupa. Così come quando usa i poveri per illudersi di essere ancora significativa. O quando è preoccupata dei numeri e fa di tutto per tornare a essere maggioranza. Ma anche quando si arrocca sul latino, quando invocando uno sterile ritorno al passato prova a restaurare una società che non c’è più, quando ideologicamente rigetta le espressioni dell’umano. Ho assistito recentemente, non per scelta, a due celebrazioni, a due messe in latino, pur con tutte le buone intenzioni non ho trovato tanta sacralità. Erano parole comunque arroganti. Espressioni giudicanti del potere. Io ho invece costantemente bisogno di un linguaggio implorante, parole che mi umilino, che non mi facciano montare in superbia, che sappiano ferirmi e consegnarsi a quella miseria che cerco sempre di nascondere a me e agli altri. Parole come strumenti di passione. Parole chiodi. Parole scomode. Parole che mi facciano sentire il mio bisogno di conversione.
Il linguaggio che parla la Chiesa io non lo so, non so nemmeno definire bene cosa sia oggi la Chiesa, ma Lui, il Vivente, sono sicuro che parli ancora all’ingresso di una grotta, come ad Elia, con una “voce di silenzio svuotato”.
Che linguaggio parli tu? Perché scrivi? Cosa scrivi?
Io sono il linguaggio che si è creato in me dalla sedimentazione dei miei fallimenti. So che non sarò mai un professionista del linguaggio, non ho le carte per usare le parole, per piegarle, per addomesticarle, per lanciarle negli occhi di chi mi legge sperando di incantarle. Ti confesso che spesso mi piacerebbe avere un po’ di dimestichezza in più. Le parole che scrivo, anche quelle più banali, sono piene della mia vita, sono me. E per questo è anche difficile, perché mi fanno male, perché mi denudano. Perché giustamente in molti possono pensare che siano solo un modo come un altro per mettersi in mostra, altro che nascondimento! E credo che a volte abbiano anche ragione, così io ogni volta che scrivo non posso liberarmi dai sensi di colpa.
Alla fine, scrivo perché è un bisogno. Non che abbia qualcosa di importante da dire è che se non scrivo io non mi capisco. Non è un atto che segue al pensiero, è contemporaneo al pensare. Scrivo perché forse è il mio modo per ascoltare. Scrivo perché quando scrivo il tempo di ferma, e vado altrove. Scrivo perché è la cosa più inutile che si possa fare.
Scrivo le tracce che lascia la vita che mi attraversa.
Perché, oggi, Charles de Foucauld?
Perché è morto. Perché se fosse vivo sarebbe censurato. Perché ai morti possiamo far dire quello che vogliamo.
Charles è un disadattato, un inquieto. Si può dire oggi Charles de Foucauld, la Chiesa istituzione può addirittura permettersi di proclamarlo santo solo perché è sepolto in mezzo al deserto. È il destino dei santi e degli anarchici (spesso coincidono).
Dire oggi Charles de Foucauld è tradirlo. Quindi quello che possiamo dire è ciò che una storia così provoca in noi. In noi come lettori o credenti, in noi che spesso ci adagiamo, e poco importa la nostra appartenenza ideologica, è vizio trasversale. Come istituzione è una figura provocatoria perché Charles ha avuto la fortuna di trovare una chiesa che lo accompagnasse nella sua ricerca. Una chiesa obbediente alla fantasia incredibile di Dio. E oggi non so in quanti uomini di chiesa sarebbero in grado di accompagnare l’esploratore francese nei suoi pellegrinaggi.
Charles ha senso se non lo definiamo. Ogni definizione è un confine, una gabbia. Charles ha senso fino a quando lasciamo alla sua storia la forza della provocazione. la stessa degli angeli il giorno della resurrezione, il loro dirci “non è qui”, il loro invito a metterci sempre e nuovamente in viaggio. Il Vangelo è intrinsecamente destrutturante. Charles ha senso solo se è contributo concreto alla nostra destrutturazione. Charles è un assassino delle nostre sicurezze.
Il Vangelo come “esplosione del paradossale”. Cosa significa?
Significa che noi siamo il paradosso di Dio. Un Dio che non chiede tanto di essere creduto ma che costantemente ha fede in noi. Paradosso di un Dio che si fa uomo perché noi possiamo farci Dio. Un Dio che nel Vangelo diventa vittima. Un seme che muore per dare la vita. Vangelo così chiaramente esplosione del paradossale che per comprenderlo bisogna solo franare, cedere, arrendersi. Ed è il passaggio forse più difficile. Ad un certo punto della sua vita Charles incontra a Parigi un prete, va da lui per chiedergli delle lezioni di cristianesimo, a questa domanda intellettuale il prete risponde proponendo a Charles di inginocchiarsi, di confessarsi e di fare la comunione. Agisce sul corpo, regala alla carne di Charles il massimo della libertà: il cedimento.
*In copertina: Arthur George Walker, La deposizione di Cristo (studio su Tiziano), 1928 ca.