20 Dicembre 2023

Mi dispiace, cari mestieranti woke, il pensiero non è inclusivo, ma scomodo e scorretto

Chiunque abbia avuto una qualche dimestichezza con gli scritti di Francesco De Sanctis sa che in pochi altri critici il sentimento dell’Ewig weibliche, dell’Eterno Femminino fu così profondamente e squisitamente sentito. Nelle tante pagine indimenticabili che il critico irpino dedicò ai personaggi femminili della Commedia o alla Laura del Petrarca o alla Silvia leopardiana, senza dimenticare i fantasmi muliebri che si affacciano dal frammento autobiografico La Giovinezza, l’adorabile stile desanctisiano sapeva portare alla luce la poesia eterna della Donna come pochi altri interpreti di letteratura hanno saputo fare. 

Nei Saggi critici come nella Storia della letteratura italiana il senso della poesia del femminile attraversa costantemente la sua prosa, sempre adorabilmente sospesa tra la sprezzatura e l’apparente noncuranza, deliziosamente colloquiale e scevra da qualsiasi sussiego professorale. 

La Storia della letteratura italiana è il grande, imperituro monumento di un critico sommo che fissò una volta per tutte le linee generali della nostra tradizione letteraria, in un capolavoro che è insieme un’opera di storiografia letteraria, di storia civile e di letteratura tout court. Si potranno modificare certi giudizi del De Sanctis, rivedere come è giusto che sia certe sue interpretazioni ma le linee essenziali della decifrazione estetica dei nostri maggiori scrittori furono poste una volta per sempre.

Naturalmente oggi nulla è più facile per cercare di ritagliarsi una visibilità come nani appollaiati sulle spalle dei giganti che fare fuoco sui giganti stessi, non rivedendone i giudizi o sottoponendoli a filtri critici, ma demolendo la loro opera alla luce delle moderne categorie passepartout del femminismo integrale, del gender, del politically correct, del woke, insomma di tutto il brodo di cultura uniformante che sta ingoiando la nostra tradizione lasciando al suo posto solamente il più siderale vuoto di pensiero. 

Chi sia fornito di un minimo senso di discernimento estetico capisce facilmente che l’Eterno Femminino in letteratura è una categoria che si sottrae al femminismo in quanto è un archetipo ideale eterno, disgiunto sia dalla femminilità “storica” che dalla femminilià “sessulizzata”. E restiamo comunque dell’avviso che le donne siano abbastanza intelligenti da sapersi difendere e perorare i loro diritti da sole senza ricorrere a figure avvocatizie come il professor Federico Sanguineti, figlio di quel celebre esponente del Gruppo 63 che dalla sua comoda cattedra paragonò i morti di piazza Tienanmen a ragazzetti che protestavano perché volevano la Coca Cola. 

Buon sangue non mente e “per li rami” qualcosa di quello spirito sembra essersi trasfuso anche in Sanguineti junior, autore di un incredibile pamphlet pseudofemminista applicato alla revisione e alla riscrittura della nostra storia letteraria. 

Già un uomo che perora la causa del femminismo in letteratura è un ircocervo dalla dubbia natura, ma passiamo alle argomentazioni del professor Sanguineti, tutte tese a condannare il femminicidio culturale e la crociata contro la donna che a suo dire (se ha mai letto qualche sua pagina non l’ha evidentemente capita) De Sanctis avrebbe commesso, dando l’abbrivo a tutta una sistematica rimozione misogina delle scrittrici dalle nostre lettere. A suo dire De Sanctis avrebbe dato vita a un vero e proprio canone misogino. 

In realtà non solo di misoginia non c’è l’ombra nei suoi scritti ma neppure egli volle mai fissare un canone di qualsiasi natura, proponendosi più semplicemente di ricostruire la continuità seriale che unisce gli universi poetici della nostra tradizione, di riunire nell’ afflato superiore della grande storiografia e dell’interpretazione estetica quel che prima era stato narrato in forma puramente documentale ed erudita dai vari Tiraboschi o Emiliani Giudici, ecc. Il “canone” poi si forma da sé, stabilendo delle gerarchie qualitative che non tengono affatto conto della polarizzazione maschile / femminile, ma solo dell’oggettivo e cogente valore artistico.

Le donne (eccezion fatta per le società matriarcali antiche e moderne), nella letteratura come nelle arti come nella vita sociale e civile, sono state sicuramente svantaggiate per millenni e relegate ad una posizione subalterna e ancillare, ma, giova dirlo, nella stragrande maggioranza dei casi non in quanto donne, ma per questioni più biecamente economiche o di classe che non riguardavano le aristocratiche e le privilegiate. Nessuno dubita di questa ovvietà ripetuta fino alla nausea, ma ciò non toglie che quel che ci rimane di testi elaborati da donne quando raggiunge le atmosfere rarefatte della grande letteratura sia indisgiungibile da quello che è stato elaborato da uomini. 

Non c’è una storia della letteratura italiana degli scrittori e una storia della letteratura italiana delle scrittrici, è tutta un’unica grande tradizione che ha dato vita a prodotti eccelsi come a opere mediocri.

Per quanto ci si possa artificiosamente schierare come uomini da un punto di vista dell’alterità femminile la Compiuta Donzella con i suoi tre dolenti sonetti superstiti non sarà mai Petrarca, Vittoria Colonna, seppur grande, non avrà mai il peso specifico dell’Ariosto o del Tasso e Ada Negri non sarà mai comparabile a un D’Annunzio, essendo la Negri una verseggiatrice mediocre e D’Annunzio, simpatica o antipatica che sia la sua figura, uno dei massimi poeti europei.

Il sesso non esiste in poesia e in letteratura in genere, come non esiste nella musica o nella pittura e nelle restanti arti. Ci sono solo l’arte e la non arte, non gli artisti e le artiste. Consiglierei il professor Sanguineti di estendere la sua condanna allo stesso Dante, palesemente non inclusivo e molto poco femminista nella mancata fissazione di delle quote rosa all’ interno della Commedia: il numero dei dannati o delle anime purganti o dei beati di sesso maschile mi pare sopravanzi di molto quello dei corrispettivi femminili!

A ben pensarci lo stesso Dolce Stil Novo rappresentando idealmente la figura femminile si muove, a voler applicare il metodo del professor Sanguineti, secondo categorie vietamente maschiliste e patriarcali, sublimando un palese oggetto sessuale costituito dalla donna in un empireo angelicato!

Credo che i vertici di totale sordità al messaggio poetico di Sanguineti junior siano difficilmente eguagliabili e forse mai, neppure in questa epoca di delirio politically correct e “inclusivo”, mi è capitato di leggere qualcosa di talmente incredibile. Da buon borghese il professor Sanguineti è ovviamente ossessionato dal concetto di borghesia, che applica in lungo e in largo come fosse una forma eterna e non una data categoria storica sorta in determinate circostanze e non estrapolabile dal suo contesto. Sono passati quasi settant’anni da quando Norberto Bobbio, nel suo memorabile Politica e cultura, liquidò il concetto di borghesia come una rete dalle maglie talmente logore da non potere più pescare niente. Ma l'”honnete homme” Bobbio non sembra avere fatto molti effettivi proseliti se il professor Sanguineti seguita con tanta disinvoltura a ripetere il suo frasario veteromarxista buono per tutte le stagioni.

Marx disse una volta, in una conferenza a Parigi: “Moi, je ne suis pas marxiste”. Altra voce chiamante nel deserto, visto che la stragrande maggioranza dei nipotini di Carlo Marx ancora oggi non fa che ripetere un catechismo di maniera, un’accozzaglia di analisi ridotte a slogan che giustificano pienamente la memorabile definizione di Raymond Aron dell'”oppio degli intellettuali”. Quel che è peggio è che l’ircocervo di Sanguineti è un mostro, un Frankenstein tenuto assieme alla meno peggio con ferrivecchi arrugginiti del marxismo, del femminismo d’accatto, del lessico della psicanalisi e dell’appiattimento del woke e della cancel culture. 

La povera Francesca da Rimini è un’alienata che vive immersa nei suoi sogni letterari e si rivela pienamente soggetta alle leggi ferree che il patriarcato le ha voluto cucire addosso come un abito pret à porter. Invece di leggere di Lancillotto e come amor lo strinse avrebbe fatto meglio a insorgere contro la dittatura patriarcale e a scrivere qualche libello che anticipasse di alcuni secoli Sputiamo su Hegel o La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi!

Il povero Dante invece, che il ministro Sangiuliano ha ritenuto essere il primo araldo della cultura di destra (davvero? Quindi i guelfi di parte bianca come Dante erano di destra e i ghibellini di sinistra?), viene dal nostro Sanguineti junior considerato come un pacifista fautore di un pensiero politico “globale”. Insomma, Dante antenato del pensiero “arcobaleno”. Dante è, naturalmente, anche un poeta “proletario”, forse intendendo malamente il senso del racconto di Franco Sacchetti degli artigiani che nella Firenze medievale declamavano il Sommo Poeta storpiandone i versi. Dante non è un poeta “proletario”, è qualcosa di molto diverso, è un immenso poeta “popolare” che, pur nella sua smisurata cultura e nella quantità di riferimenti delle sue terzine, fu talmente universale nella sua visione oltremondana da saper toccare anche il cuore dell’ umile popolano. 

Perennis humanitas! 

Quell’umanità perenne, quel saper scendere dai fortilizi della cultura alle masse popolari è uno degli indici del carattere universale della poesia di Dante, insofferente di qualsiasi schematizzazione in classi o in concetti posticci. La teologia di Dante poi non è tomistica o di altra derivazione: Dante è nientepopodimenoché un teologo della liberazione! Magari un antenato di Gustavo Gutierrez!

Altra ossessione del professor Sanguineti è la scissione dell’io borghese che troverebbe la sua compensazione nei sogni letterari o nelle visioni mistiche secondo il più ingenuo riduzionismo. L’io del professor Sanguineti, pur essendo egli borghese fino al midollo come la stragrande maggioranza degli antiborghesi di mestiere, invece non è affatto scisso: è perfettamente compatto nella sua totale assenza di pensiero.Egli magari avrà anche compiuto delle opere filologiche ma si limiti a ristabilire uno stemma codicum da brava bestia da soma della filologia universitaria, senza discutere di poesia, data la totale e genetica allergia che nei suoi scritti dimostra verso di essa.

Il catalogo delle scempiaggini è ben lungi dall’essere terminato.

Recuperando l’accezione dialettale toscana del termine “fava” egli insiste sul “femminismo-favismo” (!!!) che avrebbe perpetuato la subordinazione femminile in nome dell’esaltazione della donna sposa e madre. La Cité des Dames di Christine de Pisan invece non è nient’ altro che l’anticipazione del modello sociale di Gramsci; l’Ulisse dantesco ed omerico altri non è che uno dei primi esempi del capitalismo moderno, proteso ad un incessante errare e al perpetuarsi di un’oppressione patriarcale e virilista nei confronti della povera Penelope, destinata ad aspettarlo vent’ anni come moglie fedele. Il delirio del politicamente corretto, del woke, della cancel culture raggiunge qui il capolavoro di idiozia, con esiti difficilmente eguagliabili.

I nuovi maitres à penser , critici del potere a parole  e in realtà ad esso pienamente organici e funzionali, trovano terreno fertile appropriandosi dei grandi della letteratura e del pensiero per piegarli ai loro miserandi scopi politici. In nome dell'”inclusività” la linguista Vera Gheno ha proposto la sostituzione dei plurali maschili con lo schwa, proposta sostenuta anche dalla recentemente scomparsa Michela Murgia, fautrice anche del cambio di panni dell’ abusata e maschilista parola Patria con quello di Matria, termine ben altrimenti “inclusivo” delle differenze legate al “gender”.

I moderni maitres à penser del woke o del queer dimenticano che il pensiero è per sua stessa natura non inclusivo, verità scomoda e impopolare ma a nostro avviso inoppugnabile. Il pensiero e la cultura escludono per loro natura la stupidità e non possono includerla e incorporarla al loro interno altrimenti cessano di essere pensiero e cultura. Non tutte le opinioni si equivalgono e l’opinione di una donna in quanto donna non comporta necessariamente una patente di nobiltà o di intelligenza. Altrimenti si cadrebbe proprio nel fanatismo di quella che è stata battezzata come “vulvocrazia totalitaria”.

La cultura dovrebbe essere egualitaria e inegualitaria nello stesso tempo: egualitaria nel garantire le condizioni materiali per la sua assimilazione ma, negli esiti, inegualitaria perché finirà col ricreare delle differenze e delle gerarchie di pensiero. Le posizioni dei vari Sanguineti, Murgia, Marzano, ecc. sono a loro modo inattaccabili e inconfutabili perché qualsiasi critica venga loro rivolta sarà automaticamente rubricata come fascismo, maschilismo, razzismo, inegualitarismo, terminologie prefritte per designare ormai chiunque sia diversamente pensante. 

Invece di annacquare tutto nella melassa del “corretto” ci limitiamo ad auspicare che si torni invece a una cultura “scorretta” se questa equivale alla reale messa in moto delle cellule cerebrali e all’ effettiva disamina critica della letteratura come del mondo. Solo questo ci potrà salvare dal falso egualitarismo e della falsa democraticità di chi propugna una cultura tesa in realtà solo a suonare la grancassa del sistema. 

Alessio Magaddino

Gruppo MAGOG