Da Dylan McKay di Beverly Hills 90210 a Dylan Dog, da Bob Dylan ai Beatles – che ne eternano il volto nell’iconica copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band –, da Allen Ginsberg e i poeti della Beat Generation a Jim Morrison, fino a Taylor Swift – valicando la sfera poetica, Dylan Thomas ha colonizzato l’immaginario collettivo di svariate generazioni. 

Bardo da bar – meglio, da pub –, mescolò genio poetico ed estro etilico, tradizione e avanguardia, maestria attoriale e inaffidabilità professionale. Fu discepolo di Yeats, Blake, Keats, amico di Edith Sitwell, Marguerite Caetani, Vernon Watkins, avverso a Eugenio Montale. Amò molto, bevve troppo, mutò in leggenda. 

Sulle tracce, fatate, della geopoetica di Dylan Thomas – da Swansea, Laugharne, Manhattan a Londra, Glenlough, San Francisco – si è avventurato Cesare Catà, autore di Contro il morire della luce (Ares, 2026). È con lui che tracciamo il profilo, tra destrezze e destino, dell’ultimo, grande bardo europeo. 

Dylan. Ovvero, “il figlio delle onde”. Tumultuoso, il destino del poeta gallese pare forgiato alla nascita. Qual è il portato del nome che porta?

Nel libro, ho voluto intravedere nel nome che venne dato al poeta infante una sorta di emblema cifrato del destino straordinario che poi avrebbe avuto; c’è tutta una linea di pensiero, che va da Jung a Hillmann, che riconosce nel nome che ognuno di noi si porta dietro un richiamo al nostro carattere e perciò alla nostra storia personale. Nel caso di Dylan Thomas credo che questo avvenga in una maniera fortissima e speciale. Anche perché la storia stessa di questo nome – Dylan – che poi avrà tanta importanza nella cultura e nella società contemporanee, nasce proprio con lui. 

Eroe romantico, icona pop, infine leggenda. Dylan Thomas – a leggere i tuoi studi – fonde in sé le figure dell’antico bardo celtico e della moderna rockstar. Come convivono queste personalità?

Credo sia una magnifica contraddizione: perché proprio incarnando per istinto, fino alle estreme conseguenze, un’idea di poeta come cantore sacro, un bardo secondo l’antica tradizione celtica e gallese, Thomas ha finito poi per divenire un’icona pop e una delle prime grandi star letterarie della storia. Si trovò a veicolare per necessità contingenti i nuovi media, come la radio e il cinema, anticipando di fatto le forme della comunicazione letteraria del XXI secolo, e tuttavia muoveva da una impostazione radicatissima nella tradizione e, per molti versi, antimoderna.

Nel 1947, invece, il poeta sbarca in Italia. Grazie a una travelling scholarship procurata dall’amica Edith Sitwell, Thomas raggiunge Rapallo, Roma, quindi Firenze. Qui incontra Montale, Bigongiari, Luzi – quali sono le ragioni della sua inconciliabilità coi poeti e intellettuali nostrani?

Credo che Dylan Thomas e gli intellettuali italiani non riuscirono a comunicare anzitutto perché Dylan Thomas non era, in nessun modo, un intellettuale. La poesia per lui non fu una posa: fu un destino; non visse l’essere un poeta come un esercizio mentale, come una roba cerebrale e libresca, bensì come un atto totale e totalizzante, pulsante, sonoro, aurale, aedico. In fondo, romantico. Quella coincidenza micidiale tra arte ed esistenza che costituisce la cifra tragica della sua parabola biografica è anche la ragione della sua radicale inconciliabilità con l’accademismo degli intellettuali – e nella fattispecie degli intellettuali italiani. La vicenda del suo soggiorno fiorentino è al contempo divertentissima e comica, proprio per i rapporti impossibili con gli scrittori italiani, e quanto mai rivelatrice, per contrasto, della personalità letteraria di Dylan Thomas.

Lui è Cesare Catà

Infine gli States – con i titanici tour, gli epocali reading. Quale impatto ha avuto la figura di Dylan Thomas sulla San Francisco Renaissance, i poeti della Beat Generation, la controcultura americana?

A mio avviso un impatto decisivo, e nel libro provo a raccontarlo. Dylan Thomas è stato per la San Francisco Renaissance e, conseguentemente, per i Beat e la controcultura statunitense, una sorta di padre fondatore, un pioniere, un’icona, un profeta seminale, divenendo il simbolo incarnato di una certa idea di arte e di letteratura, di poesia, di racconto e di performance live. Non si comprende davvero l’importanza cruciale di Dylan Thomas nella letteratura moderna, se non si tiene presente il suo legame con San Francisco, legame dal quale la sua immagine sarebbe stata restituita al mondo in un incredibile fulgore; e, correlatamente, non si comprende davvero una parte importante della cultura americana contemporanea, se non osservando il ruolo che questo rustico cantore arrivato dal Galles ebbe negli ambienti alternativi della West Coast. 

Leggendario conversationalist, “mezzo profeta e mezzo pagliaccio”, storyteller e speaker per la BBC, autore di podcast letterari ante litteram, nonché del “primo audiolibro della storia”. Dylan Thomas è stato dunque un bardo all’avanguardia? 

Sì, ma non consapevolmente e volontariamente. Diede solo voce totale al suo essere e, poiché possedeva un talento pazzesco, del quale solo in parte fu consapevole, la declinazione della sua anima istrionica e dionisiaca si tradusse in qualcosa di memorabile, facendo di lui uno scrittore e, al contempo, un performer teatrale d’eccezione. Così, come negli antichi bardi, come nei trobadori, come negli aedi, la figura del cantore e dello storyteller finirono per congiungersi misticamente, con esiti straordinari nel nuovo contesto della società globale del XX secolo.

“Quando cerchi di tradurre Dylan Thomas – scrivi –, capisci in che senso la poesia sia intraducibile”. Ti sei misurato con la traduzione di sue prose e poesie – che esperienza si è rivelata e in che modo il poeta ti si è rivelato? 

Frustrante ed esaltante. Frustrante, perché ti rendi conto che il portato dei suoi versi non può davvero essere espresso in una lingua differente da quella con cui lui ha scritto ciò che ha scritto, tale è il valore magico e al tempo semantico del suono di ogni parola che si concatena all’altra in una sorta di formula sacrale, in cui tutto è legato in modo rigorosissimo; giacché Thomas fu un autore quanto mai attento, quasi maniacale, nella costruzione dei suoi scritti (tanto quanto fu un uomo drammaticamente scompaginato nella vita quotidiana). Ma è anche un’esperienza esaltante, perché pone il traduttore nella necessità di una reinvenzione creativa. Traducendo Thomas capisci proprio che tradurre e tradire sono due parole connesse da una sonorità fondamentale. Ho invocato spesso San Gerolamo, patrono dei traduttori, non so quanto vanamente.

Oltre a Dylan Thomas, hai dedicato, negli anni, la tua ricerca anche a William Butler Yeats. Quali elementi connettono il bardo gallese a quello irlandese?

Sì, W.B. Yeats è un altro mio grandissimo amore. Beh, in un certo senso Thomas ne fu l’erede, e non solo perché Yeats era il suo autore preferito; entrambi – pur essendo stati caratteri diversissimi, con storie, stili letterari e vicende biografiche sideralmente lontani – incarnarono la stessa concezione di poesia e forse lo stesso rapporto con la natura. Il loro legame con la tradizione celtica, anche questo vissuto in modo così diverso, è tuttavia, in origine e in essenza, qualcosa che conferì a entrambi una visione del mondo che si riflette nelle loro opere in maniera epocale.

“Patrono dei beer-lover”, appassionato bevitore, nella biografia di Dylan Thomas il talento visionario s’intreccia a eccessi etilici. Voleva vivere solo di intelligenza e birra. È andata così?

Sì, è andata così fino in fondo e fino alle estreme conseguenze. Seguire la storia di Dylan Thomas significa anche osservare la parabola di un uomo inestricabilmente legato, nel bene e soprattutto nel male, alla birra e all’alcool. La sua vita breve e avventurosa è quella di un uomo che di pub in pub ha accelerato il ritmo del suo respiro fino a sfinirsi. Nel libro ho tentato di seguirlo tra le pagine e le pinte. Ma se non passi per i pub non puoi trovare Dylan Thomas. Ci passò la vita e ci morì. E penso sia ancora là, poggiato a qualche bancone con i suoi ricci da cherubino precipitato e suoi occhi spiritati color caramello.

Chiudiamo con una sua poesia. Quella che ami di più. 

Le amo quasi tutte, ma mi piace chiudere con una che spesso chiude anche i racconti teatrali che gli dedico:

Non credere mai e mai non temere, ragazza mia cara
che da cima a fondo vai cavalcando
nella landa delle storie del bosco, tu sopita nell’incanto,
che un giorno il lupo in un cappuccio bianco
color pecora a balzelloni belando, brutalmente e beatamente sbucherà
da una tana di foglie ammonticchiate nell’anno intriso di rugiada
per divorare il tuo cuore nella casa del bosco di rose.
Dormi, buona, per sempre, nel tuo incanto savia e preziosa,
ragazza mia che vai setacciando la notte arrosata nella contea
dei racconti in coturni: nessun guardiano delle oche o dei maiali si tramuterà
in un re nell’orticello per dare fuoco al borgo,
né si farà principe di ghiaccio
per corteggiare il tuo cuore mielato e strappartelo dal fianco prima che sia giorno
e gettarlo in un roveto infrattato di ragazzi e paperi pronti per te con l’anello.
[…]
Temi, piuttosto,
sempre e soprattutto, non il lupo col suo belante cappuccio
o il principe dalle lunghe zanne nella fattoria arrapante, aggattato sulle cortecce
e sulle melme d’amore, bensì il Ladro mellifluo come la rugiada. La campagna è sacra: Oh,
dimora e aspetta in questa cortese terra,
resta intima del verde buono,
sotto la preghiera della rotante luna nel bosco di rose
possa tu essere custodita nel riparo del canto e del fiore e possa tu, felice,
rimanere addormentata nella grazia.

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Cesare Catà, (Porto San Giorgio, 1981), è un filosofo, un attore e uno storyteller. Ispirandosi all’antica arte degli aedi e dei trobadori, è celebre per le lezioni-spettacolo dedicate agli antichi miti, a Shakespeare e ai grandi classici della letteratura occidentale, nelle quali mescola il teatro di narrazione, la ricerca archetipica e la stand-up comedy, esibendosi sia in teatro che in luoghi inusuali come spiagge, pub, montagne. Dottore di Ricerca (PhD) in Filosofia del Rinascimento presso l’Università di Macerata, ha avuto esperienze di formazione e collaborazione con università e centri di ricerca in USA, Francia, Germania. Vive nelle Marche, nella terra che tanto ama tra l’Adriatico e i Monti Sibillini. 

Tra le sue pubblicazioni: Chiedilo a Shakespeare (Ponte alle Grazie); Una zattera per Itaca. L’Odissea come guida spirituale (Ponte alle Grazie); Tra i pub e le Fate. Viaggio magico e letterario in Irlanda (Il Melangolo); Addio, Cavaliere! Filosofia e destino del corteggiamento (Liberilibri).

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