Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa. Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sé, dentro un altro oggetto. Tutto quanto è diverso, è Dio. Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci, la bocca sei tu.
Carmelo Bene, Nostra signora dei turchi
1.
Giorgio Colli, parlando degli oggetti di Dioniso, afferma che il più arduo e profondo è lo specchio[1]. «Guardandosi allo specchio Dioniso, anziché se stesso, vi vede riflesso il mondo». Il mondo intero dunque, compresi gli uomini e tutte le cose che lo compongono, non sarebbe che una visione del dio. Per i greci, del resto, non era così scioccante il pensiero che il nostro mondo sia la parvenza di un mondo nascoso, magari del mondo in cui vivono gli dèi[2]. È sempre Colli a dire che «Tutta la molteplicità del mondo, la sua illusionistica corposità, è un intreccio di enigmi, un’apparenza del dio[3]». Ma ciò che viene da domandarsi di fronte a questa immagine è come possa lo specchio restituire una visione totale del mondo. Come può il mondo intero stare nello specchio?
Borges, senza sapere di rispondere al nostro quesito, ci offre una soluzione: l’Aleph. L’Aleph è «uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti» ovvero «il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli». Guardando nell’Aleph si può osservare il mondo intero tutto nello stesso tempo, da tutte le prospettive. Nell’«istante gigantesco» in cui guarda nell’Aleph, il protagonista vede «milioni di atti gradevoli o atroci», ma nessuno lo stupisce quanto il fatto che «tutti occupassero lo stesso punto, senza sovrapposizione e senza trasparenza».
*
2.
Lo specchio di Dioniso si presenta come l’Aleph: guardandovi dentro Dioniso vi vede il mondo. Eppure Colli specifica che il dio vede il mondo «anziché se stesso»: ma Dioniso è il mondo intero, e quindi nello specchio vede effettivamente se stesso, oppure il mondo è una sua visione ma non è lui stesso? Se ciò che il dio vede è altro da lui, lo specchio non specchia, depone la sua funzione originaria, nonché la sua caratteristica precipua, e diviene qualcos’altro: un portale, un Aleph. Nessuno di noi può fare questa esperienza: chiunque, guardando nello specchio, vede se stesso riflesso, non sono ammesse eccezioni. Roberto Bolaño immagina il senso di angoscioso straniamento, di terribile stordimento perfino, che causerebbe in un essere umano vedere qualcosa di diverso da sé nello specchio[4]. Il giovane Arturo Belano, rinchiuso in cella di isolamento a seguito del colpo di stato cileno, ogni volta che passa davanti al piccolo specchietto posto nel corridoio evita di guardarsi. «Aveva paura di guardarsi» commenta uno dei due detective a cui è affidato il racconto della storia. Ma i due, che all’epoca della vicenda erano tra i secondini di quel carcere improvvisato, erano stati compagni di classe di Belano al liceo e, una volta riconosciutolo, tentano di rendere la sua prigionia meno sgradevole. La presenza amichevole dei vecchi compagni infonde a Belano il coraggio di guardarsi finalmente nello specchio, ma, quando lo fa, non si riconosce.
«Era in coda per andare in bagno e passando vicino allo specchio s’è guardato improvvisamente la faccia e ha visto un altro».
Però di fronte alla visione di un volto che non è il suo nello specchio, Belano non si spaventa, non si mette a tremare né dà in escandescenze. Prosegue la strada verso il bagno ed espleta i bisogni con tranquillità «pensando alla persona che aveva visto, pensandoci in continuazione, ma senza darci troppa importanza». Ritornando nella cella si guarda di nuovo e di nuovo non vede se stesso, ma un altro. «Ma cosa mi stai dicendo, coglione, come faceva a essere un altro?» gli risponde il secondino, il suo vecchio compagno di scuola. Belano risponde impassibile che era un altro e alla richiesta di maggiori spiegazioni si limita a specificare: «una persona diversa, e basta». Il compagno capisce subito che Belano non lo sta prendendo in giro e dentro di lui comincia a crescere una paura. Nel raccontare questa storia al suo collega molti anni più tardi, il secondino non spiega cosa gli facesse paura, eppure sembra portare ancora con sé i segni di quell’antico sgomento. Cosa gli fa tanta paura? Neanche per un momento i due narratori ipotizzano che Belano sia semplicemente uscito di testa. Lo sgomento del secondino è tale che decide di riportare Belano davanti allo specchio. «Guardati di nuovo, con calma, e dimmi se non sei il solito pazzo di sempre». Ma niente da fare, Belano continua a vedere un altro. Contreras allora, il secondino, si mette davanti allo specchio e invita il compagno a guardarlo e a guardare contemporaneamente la sua immagine riflessa, e a constatare che sono la stessa immagine. Ma quando Contreras si guarda nello specchio vede un volto sgomento, e Bolaño non ci dice se sia il suo, vede dietro di sé il volto di «un tipo sui vent’anni», che a logica dovrebbe essere Belano, ma neanche questo è detto espressamente. Poi vede «un mucchio di facce, come se lo specchio fosse rotto, anche se sapevo bene che non era rotto». Dopodiché Contreras, guardando di nuovo, vede «due vecchi compagni di scuola».
Lo specchio di questo racconto fa fare a Belano e Contreras l’esperienza straniante di vedere qualcosa di diverso dal proprio riflesso. Qui chiaramente tutto ha a che fare con la percezione di sé. Ma l’esperienza di vedere un altro nello specchio porta all’immedesimazione e alla fusione. Contreras non dice di vedere sé stesso ma di vedere il volto di una persona spaventata, non dice di vedere Belano ma uno con le occhiaie e la barba lunga. Poi vede tanti volti, ma i volti di chi? Infine, vede sé stesso e l’altro in una veste diversa, quella antica di due compagni di scuola, prima di vedersi di nuovo per quello che è: «uno sbirro di vent’anni».

Se Dioniso nello specchio vede il mondo, forse il mondo intero, Belano vede un’altra persona, un piccolo pezzo del mondo. Ma non è lui stesso un pezzetto di mondo? Ognuno di noi, in fondo, guardandosi allo specchio vede il mondo. Borges, nel momento apicale della sua visione dell’Aleph, in esso vede
«la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto».
L’Aleph quindi è necessariamente specchio di se stesso e anche Borges vede se stesso, come in uno specchio, ma al culmine della visione vede un altro: il lettore.
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3.
Un altro autore invece ha splendidamente raccontato l’angoscia simmetricamente opposta a quella di Belano. Eugenio Montale, che nella clinica guarda l’amata moglie, non si specchia più in lei a causa delle bende che le coprono il volto e il corpo, e scrive:
«ed io mi volsi e lo specchio
di me più non era lo stesso
perché la gola ed il petto
t’avevano chiuso di colpo
in un manichino di gesso».
Non ci sono specchi qui, specchi reali almeno, ma la compagna è lo specchio di sé. Dunque il processo è diametralmente opposto: non vi è il problema di trovare un altro al posto di se stessi nello specchio, ma quello di non vedere l’altro che fa da specchio a se stessi. Lo straniamento di Montale non è nel trovare un altro al posto di se stesso, ma proprio nel non trovare l’altro. Quell’altro di cui ha bisogno per vedersi. Due modi diversi ma simmetrici di riconoscersi o non riconoscersi nell’altro. Per entrambi potremmo prendere a prestito la celebre sentenza di Rimbaud: je est un autre. Proprio lo specchio, strumento di conoscenza di sé, diviene invece lo strumento per constatare questa estraneità di sé. Belano forse è folle, come Dioniso, mentre Montale, forse, è un uomo che ama. Secondo Barthes comunemente si ritiene che la follia (letteraria) consista in quel verso, io è un altro, e che quindi la follia sia un’esperienza di spersonalizzazione. Per il soggetto amoroso invece è il contrario:
«ciò che mi rende pazzo è il fatto di diventare un soggetto, di non potermi impedire di esserlo. Io non sono un altro: questo è ciò che constato con sgomento[5]. […] Un altro non è me, e io non sono un altro. Un altro non può fare l’esperienza della mia azione. […] Io sono indefettibilmente me stesso, e in ciò risiede la mia pazzia: io sono pazzo perché consisto».
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4.
Ma Montale forse va oltre questo, non è solo il suo statuto di amante a fargli cercare nell’altro sé stesso. Nel prendere atto che lo specchio di sé non è più lo stesso Montale forse si rende conto che senza l’altro lui resta inaccessibile a se stesso. È l’altro a detenere il segreto di me: non posso conoscermi al di fuori dello sguardo altrui. Lo specchio stesso lo conferma: in esso non ci si vede, ma ci si vede visti. Anche lo specchio mette me nella condizione di essere un altro che mi guarda. Per Sartre addirittura «lo sguardo d’altri forma il mio corpo nella sua nudità, lo fa nascere, lo scolpisce, lo produce, come è, lo vede come io non lo vedrò mai. L’altro possiede un segreto: il segreto di ciò che io sono[6]». Il senso profondo dell’io allora sarebbe fuori di me, nascosto nello sguardo dell’altro. In quello sguardo esterno che dall’interno il soggetto non può raggiungere, non se ne può appropriare. Allora l’inferno sartriano è l’altro («L’enfer, c’est les autres») perché la presenza dell’altro rende impossibile al soggetto l’appropriazione di sé, ma allo stesso tempo la sua assenza ne farebbe crollare l’essere: l’io non è possibile senza l’altro.
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5.
Ma quando Belano vede nello specchio un altro non si sta vedendo visto, perché non si riconosce più. Non è neanche più adatto il verso di Rimbaud: non c’è più je ma solo un autre. O meglio l’io c’è, ma rimane al di qua dello specchio nell’impossibilità di vedersi. Nel corridoio davanti al bagno del carcere Arturo Belano manda in cortocircuito quel meccanismo che nello specchio ci rende l’altro di noi stessi. Come ogni essere umano Arturo Belano non può vedersi, ma ora non può vedersi neanche visto, come invece fa ogni essere umano davanti allo specchio.
Lo specchio è stratagemma diabolico con cui diventiamo noi l’inferno di noi stessi. Di fronte allo specchio l’inferno non è più l’altro, perché l’altro siamo noi. L’enfer c’est pas l’autre, l’enfer c’est moi! Questa rivelazione conclusiva riporta alla memoria la celebre frase attribuita a Flaubert: Bovary, c’est moi. Chissà che non emerga a proposito, perché ogni storia che uno racconta, ogni descrizione del mondo, fatta inevitabilmente da dentro di sé, è anche narrazione, descrizione di sé. Dunque, quando mi specchio io sono il mondo che vedo. Quando mi guardo allo specchio, il mondo guarda se stesso.
Simone Martuscelli
*In copertina: Oskar Zwintscher, Ritratto della moglie dell’artista, 1901
[1] G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, Adelphi, Milano, p.34.
[2] Ibidem, p.41 e p.92.
[3] Ibidem, p.68
[4] R. Bolaño, Chiamate telefoniche, 2012, Adelphi, Milano, pp.153-177.
[5] R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1979, Einaudi, Torino, p.153.
[6] J.P. Sartre, L’essere e il nulla, 1964, Il Saggiatore, Milano.