26 Dicembre 2023

“Da mille anni sogniamo lo stesso sogno”. Le poesie di Willa Cather, la Regina del West

In Italia, la fama di Willa Cather è infinitamente inferiore a quella di Hemingway e di Faulkner, eppure, è proprio lei, nata il 7 dicembre del 1873 in Virginia, viso quadrato, maschio, occhi pari a un falò, a rappresentare la quintessenza della letteratura americana, la sua drastica contraddizione. Secondo Harold Bloom, “il genio della Cather, come quello di Virgilio, è incentrato sul rimpianto e sulle delusioni amorose, onorevoli perché ineluttabili… è la scrittrice della gloria retrospettiva, della bellezza della perdita”. Tra i romanzi della Cather – di solito: cristallini, brevi, come bicchieri che s’impennano, sbriciolandosi, a cacciare i lupi in cortile – Harold Bloom preferiva My Ántonia: uscito nel 1918, racconta la storia di due ragazzi catapultati in Nebraska, tra sconfinate lande che implorano abissi di luce e di cuore. In second’ordine, preferiva Una signora perduta, romanzo-icona del 1923, “un romanzo eterno”, che intaglia nel ferro il destino di Marian Forrester, specie di Karenina del West. A dirla in gergo, Willa Cather – acutissima nel registrare, con stilo a forma d’avvoltoio, i minimi sommovimenti della psiche – semplifica Henry James – quello di Ritratto di signora – spostandolo nel vecchio West, tra carabine e pannose gonne. Per intenderci meglio: la Cather è un Cormac McCarthy con il salotto al posto dell’apocalisse, con il vetro e il fetore del rimpianto al posto dell’afrore del sangue. La lingua, però, è quella: nitida e gnostica assieme.

Quanto a me, continuo a leggere e a preferire Death Comes for the Archbishop (1927), memorabile epopea western ambientata nel XIX secolo in New Mexico, dove la fede è maculata di selvaggina e spericolate divinità tutte denti. Un tempo, Willa Cather signoreggiava nella collana ‘Medusa’ Mondadori; oggi la leggiamo sparpagliata qua e là, in dote a diversi editori – Adelphi, Elliot, Mattioli 1885, Neri Pozza, Fazi… Non un gran servizio reso alla gran signora della letteratura americana, “tra i più grandi romanzieri americani della prima metà del XX secolo, una scrittrice del calibro di Ernest Hemingway e Francis Ford Fitzgerald” (Bloom). Era la scrittrice prediletta da Wallace Stevens, immenso poeta americano – non meno decisivo di Eliot & Pound – letto malinconicamente in terra italica: forse siamo disabituati alla sottigliezza del genio.

Quest’anno, un paio di anniversari riportano in auge, nel mondo anglofono, l’opera della Cather: i 150 anni dalla nascita e il secolo esatto dal Pulitzer per il romanzo, One of Ours (nella categoria Poetry, il Pulitzer andò a un’altra donna dal talento rivoluzionario, Edna St. Vincent Millay). In particolare, Benjamin Taylor – già studioso e amico di Saul Bellow e Philip Roth – ha scritto un libro biografico sulla Cather, intitolato Chasing Bright Medusas. Il succo è sempre quello: insieme a Hemingway, Faulkner e Fitzgerald, la Cather è tra i padri-paladini della letteratura americana del Novecento. A partire da questo studio, Maria Margaronis, sul “TLS”, ha scritto un saggio, Queen of the frontier, che dà il senso del ‘carattere’ della Cather:

“Willa Cather fu donna estremamente riservata. Odiava le interviste; il suo testamento proibisce severamente la pubblicazione delle lettere – divieto revocato soltanto sessant’anni dopo la sua morte. La fama, tardiva, la sconcertò. One of Ours (1922), l’epopea di un ragazzo del Nebraska impegnato nel primo conflitto mondiale, le valse il Pulitzer, nel 1923, e una sfilza di critiche, politiche e letterarie. È difficile immaginare cosa avrebbe pensato la Cather della raffica di commemorazioni che la hanno vista protagonista quest’anno, della statua in bronzo svelata a Capitol Hill, agli onori tributati in Nebraska. La combinazione di conservatorismo politico e anticonformismo di genere (il suo grande amore per una donna, Isabelle McClung, i quattro decenni di ‘matrimonio’ vissuti con Edith Lewis) la hanno resa terreno fertile per le guerre culturali dell’ultimo mezzo secolo. Ma il mondo dei suoi romanzi, traboccanti di osservazioni e di ambivalenti turbolenze stilistiche, reca così tante possibilità di lettura da rendere la Cather inadatta ad ogni tentativo di semplificazione: è inutile recensirla in un ruolo di comodo, in una ‘parte’”.

Cresciuta come giornalista – prima all’Home Monthly di Pittsburgh, poi al McClure’s Magazine di New York – la Cather esordisce, tuttavia, nel 1903, come poetessa. Non è una novità; gli anglofoni sono, per norma di lingua, ambidestri, e l’esercizio lirico addestra l’estro prosastico: da Faulkner a Hemingway, da Joyce a Orwell, è lunga la lista dei grandi scrittori con un libro in versi nel cassetto. April Twilights, tuttavia, è un libro genericamente passatista: i lari della Cather sono Wilde, Swinburne, Shakespeare, i preraffaelliti. Primeggia – nelle poesie maggiori – il senso del paesaggio, commisurato a una stoica accettazione del tutto, le ambigue cuspidi del mistero del dolore. Sarebbe sbagliato considerare il libro un mero esercizio di gioventù: all’apice del successo, nel 1923, la Cather sceglie di ripubblicare April Twilights per la casa editrice Knopf, sistemando alcune poesie, aggiungendo una selezione di Other Poems. Il libro, nella seconda edizione, è dedicato al padre, Charles Fectigue Cather. I Cather provenivano dal Galles, dalla zona montuosa di Cadair Idris.

La Cather scriverà ancora tanto, in modo discontinuo, spesso nei suoi soggiorni in Provenza. Obscure Destinies (1932; ovvero: “Tre storie del West”) è un titolo che simboleggia, per così dire, una poetica. La morte, per emorragia cerebrale, la prende nell’aprile del 1947; la lapide reca una frase da My Ántonia: “…questa è la felicità: dissolversi in qualcosa di compiuto e di grande”.

C’è sempre qualcosa di fatale nella scrittura della Cather: una bellezza scomposta, troppo matura, che nessuna mano potrà più frenare né misurare coi gomiti.

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Primavera nella prateria

Sera sulla pianura
ricca, cupa, sempre silente
miglia di terra arata di fresco
pesante e nera, piena di forza, dura;
il grano adolescente, il loglio che dilaga;
cavalli sfiancati, uomini stanchi;
le lunghe, vuote strade
i fuochi bruni, al tramonto, che sfioriscono
e sempre lo stesso cielo: eterno e senza responsi.
Contro tutto questo, Gioventù
fiammeggia come rose selvagge
canta come l’allodola sulle arature
splende come la stella conficcata nel tramonto;
Gioventù, dolcezza insopportabile,
feroce necessità
desiderio dello strappo;
canta e canta
sulle labbra del silenzio
sopra questa polverosa crosta.

*

Alba nella prateria

Il fuoco è nero e cancella le stelle:
odore pungente di salvia selvatica;
le mandrie si ammassano e qualcosa
si spezza verso gli altipiani;
dalle nebbie purpuree, il bagliore
dei fiumi, elettrizzati dalla scheletrica luce;
una volpe, freccia che lampeggia, si getta
nel basso mondo – qualcuno si sente
male mentre ritorna a casa, sui colli.

*

Definitivo

Puoi riesumare quel mattino svanito
la primavera scorsa o far risplendere
le ceneri del tramonto perché si arrossino
ancora? Siamo in grado di pigiare
la stessa uva che ci ha dato un vino
bevuto molto tempo fa? Frondosi
desideri si risvegliano nel sangue
autunnale, indossi un anello sciolto
nell’acido, a maggio cammini in un bosco
arreso all’inverno e forgi una nuova giovinezza
sulla mia decrepita guancia. Quanto
può durare la nostra fioritura? Per me,
sei più distante di chi abita nei sepolcri
d’Egitto, dopo fuga rovinosa di secoli.
Potrei desiderare il diadema d’oro che
coronava la testa della scomparsa Elena
o restituire, tra i morti, il bacio a Cleopatra.

*

Riconoscenza

Antiche montagne vulcaniche
e il precipizio sul mare –
sognano da mille anni lo stesso
sogno, incuranti di ciò che accade.

Quale purezza splende su di loro
quando, bianca come l’onda,
giunta dai vecchi porti della Bellezza
una nuova vela torna a casa.

*

Inverno a Delfi

Fredde le stelle, a notte,
selvaggia la tempesta che grida:
rapidi sul velo dell’oscurità
corrono piccoli fiocchi bianchi.
Quella è la Casa del Canto
e ancora ne arde il fuoco;
le lampade sono pronte,
piena la coppa per il ritorno.
Chi doveva vegliare dorme:
gli accoliti attendono un suo
richiamo dai confini del mondo –
Ma, Apollo, dov’è Apollo?

Malato è il mio cuore
gli occhi vanificati dal pianto;
il dio non tornerà più
l’orologio lo ha in pugno.
Difficile servire gli dèi:
sul mio cuscino è profonda
la neve. Per lui, alloro e canto
per me, si china il salice:
vuote le braccia, fredde
come un nido privo di rondini;
eppure, gli uccelli torneranno:
ma Apollo, dov’è Apollo?

Con la primavera, torna la speranza
gioia per l’allodola che rincasa;
l’amore è mattiniero: il croco
brucia i suoi boccioli.
Per il biancospino neve
è la sequela, il pettirosso
segna gli appuntamenti.
I venti soffiano a maggio
per risvegliare il puro istinto.
I bucaneve inargentano i colli,
le viole si nascondono tra gli anfratti:
Pan tornerà ebbro, rabbioso –
ma Apollo, dov’è Apollo?

*

In media vita

Cantano la primavera i rivi
soffia il vento a maggio
gli uccelli giungono da Sud
e l’erba esplode i germogli.
Le nuvole corrono veloci
e la rosa si inerpica sul muro;
le api civettano nel trifoglio
e sopra tutti, soprattutto, i morti!

Le ragazze e i loro fidanzati
si accucciano tra le fenditure
del colle: inquieto sospira
il cuore, le labbra sono immobili.
La stella del crepuscolo è viola
i fiori si incrociano e crollano
gli uccelli cinguettano nel nido
e sopra tutti, soprattutto, i morti!

Il pastore sconfina con i suoi cani,
le ragazze si muovono verso la fiera
e i giovani inseguono la loro follia;
in ginocchio, il prete intona
il salterio – i bambini volano
con gli aquiloni, mentre i nonni
annuiscono, presso il giardino,
le madri sussurrano una ninnananna
e sopra tutti, soprattutto, i morti!

Willa Cather

Gruppo MAGOG