25 Ottobre 2026

Bestiario d’amore. Con Santa Teresa d’Avila

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». (Mt 22,34-40)

“Per aiutarci a comprendere quanto avviene dentro di noi, Teresa usa l’immagine del castello. Ella dice che in noi abbiamo un castello e dentro questo castello, nella nostra persona, nella nostra anima, abita Dio. Teresa afferma che la persona ha un’apertura verso l’altro, la natura, l’arte, ma scopro anche che qualcosa, in fondo, rivela un’apertura verso Dio, verso l’infinito. Teresa si domanda: ma questo Dio dove sta? Qual è il suo rapporto con la mia vita?”

(Teresa d’Avila, I giardini dell’anima, Mimep-Docete, 2015)

Sei tu Signore che ci metti alla prova, non noi. Abbiamo paura di seguirti, la tua proposta è radicale, fuori portata. È un gioco antico quello di trovare alibi, di incantare con le parole la tua chiamata, di disarmarla, di renderla evanescente. E forse ci siamo riusciti. Abbiamo atterrato la parola “amore”, l’abbiamo resa solo un sentimento, qualcosa di delicato e gentile. Abbiamo preso il tuo grande comandamento e l’abbiamo addomesticato alle nostre tiepidezze. Ci siamo convinti che tu ci chiedessi, genericamente, di “voler bene”. Per quel che riusciamo, perché siamo fragili, deboli. Siamo cresciuti credendo che l’importante fosse essere buoni cittadini, compiere il nostro dovere, fare un po’ di carità ma, in fondo, trovare il nostro posto nel mondo e starci, comodamente. Non ci avventuriamo a dire che dovremmo amare i nostri nemici perché ci illudiamo, con la nostra mediocrità, di non averne. La tua proposta di totalità ci lascia abbastanza indifferenti. Facciamo quello che possiamo tanto tu sei buono e tutto perdoni. Nessun giudizio perché non c’è nessuna verità assoluta. Almeno i farisei del tuo tempo ti attaccavano, noi non ti consideriamo, non ti cerchiamo, non ti parliamo più. Ti diamo per scontato. Crediamo che si possa avere fede senza l’incontro personale con te vivo e Risorto. 

Poi però ci sono persone come Santa Teresa d’Avila. E il grande comandamento diventa tutta un’altra cosa.

È un percorso, l’unico che valga la pena di intraprendere. Siamo vivi per imparare a incontrare te. E incontrare te è fare verità di noi stessi. Senza te io non so chi sono io. Bestemmia agli orecchi di questi nostri tempi di triste relativismo.

No, non sto dicendo che chi non conosce te non è salvato, non sto facendo classifiche, so che sulla croce hai dato la vita per tutti ma, giuro, non trovo altro motivo per vivere se non quello di provare, con tutte le mie povertà, ad entrare nel castello. Stare nell’incessante ricerca di te. 

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Prima Stanza LUCERTOLE

“Nelle prime dimore vi sono molte lucertole e animali che disturbano: sono le distrazioni e i pensieri che inquietano l’anima”. (Mansioni, I)

“Vi sono molte maniere di stare; sono tante le anime che si limitano a stare nella ronda esterna del castello […] E se queste anime non cercano di capire e di porre rimedio alla loro grande miseria resteranno come statue di sale proprio come la moglie di Lot che voltò il capo all’indietro invece di guardarsi dentro”. (1M , 1,5-6)

Amare Dio con tutti noi stessi è entrare nel castello, non c’è altra scelta. Stare nella ronda esterna del castello è condannarsi ad addomesticare pensieri lucertola, distrazioni per non giocarsi fino in fondo. Piccoli rettili che inquietano l’anima. Non facciamo niente di male, il male non ha nemmeno bisogno di ergersi a serpente dell’Eden, bastano poche banali cose a tenerci occupata la vita. Tutto diventa alibi. E noi stiamo. Amiamo le nostre miserie, ci accontentiamo di quello che il mondo propone. Perfino la religione può diventare lucertola, facciamo cose, teniamo in piedi strutture, magari ci impegniamo senza sosta nel volontariato. Eppure tu non ci sei. Ci illudiamo di celebrarti ma non c’è relazione. 

Quante parole sprechiamo su Dio e quanto poco parliamo con Dio. Decidere di entrare nel castello è un atto di liberazione, è decidere di non diventare noi stessi lucertole al sole del pensiero dominante. 

Decidersi è iniziare, finalmente, a pregare. Non so come si possa imparare ad amare Dio e il prossimo senza lasciarsi condurre, prima o poi, dentro una vita di preghiera. Una preghiera che da subito chiede fiducia, amore, appunto. Chiede di affidarsi all’Amato. L’amore si impara amando.

“Dalle prime e rudimentali operazioni dell’anima che dapprima è come se si trascinasse per terra nei suoi tentativi di liberarsi dal peccato fino a giungere a svettare su alture appena accessibili all’uomo, Dio la va conducendo attraverso labirinti intricati, con una sicurezza e certezza che fan ben comprendere che il guidatore è sommamente esperto, e che l’anima gli si può affidare senza il minimo pericolo”.

(Silverio di Santa Teresa, Obras de Santa Teresade Jesús, Burgos, 1939, in: Antonio Royo Marín, Tre donne sante. Dottori della chiesa, San Paolo, 2007)

“Secondo ciò che posso comprendere io, la porta per entrare in detto castello è l’orazione e la conoscenza di se stessi; non dico orazione più mentale che vocale, dal momento che, trattandosi di orazione, deve essere insieme consapevolezza”. (1M 1,7-8)

(Teresa di Gesù, Castello interiore)

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Seconda stanza APE, GROVIGLIO DI SERPI

“Se la prima dimora è quella da cui l’anima comincia a entrare in se stessa fuggendo dal chiasso mondano, nella seconda cerca già di servire Dio in modo reale, rinunciando a passatempi inutili e prendendo a percorrere una vita di raccoglimento e di orazione sebbene ancora vi siano molte imperfezioni e cedimenti, i quali non debbono disanimarla ma spingerla a una maggiore umiltà, confidando in Dio e insistendo nella preghiera, che d’ordinario avrà la forma di una meditazione discorsiva, anche tra molte distrazioni e aridità”.

(Antonio Royo Marín, Tre donne sante. Dottori della chiesa, San Paolo, 2007)

Quando Cristo nel Vangelo chiede di amare Dio e il prossimo sa bene che non sta proponendo nient’altro che se stesso, la sua via di passione, croce e risurrezione. Una via esigente, totalizzante. Ci sono croci che superano le nostre forze. Occorre imparare l’umiltà, quella delle api, e scoprire che non siamo noi a bastare a noi stessi. 

“L’umiltà, infatti, lavora sempre come l’ape che accudisce al miele nell’alveare, perché senza instancabile cura tutto vada perduto.” (1 M)

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Terza stanza PERDERE LA RAGIONE

Ma amare non è solo una somma di piccole cose, non è la paziente costruzione di un’etica a cui obbedire ciecamente, non è nemmeno, come Cristo nei Vangeli ripete spesso, essere ligi a una serie infinita di regole. Nulla andrà perduto della Legge, perché amare chiede un altro tipo di perdita, dobbiamo perderci noi!

“Di queste persone, per divina bontà, ve ne sono parecchie al mondo; sono persone desiderose di non offendere Sua Maestà, si tengono lontane anche dal peccato veniale, amano fare penitenza, osservano le ore di raccoglimento, impiegano bene il tempo e si esercitano nelle opere di misericordia a favore del prossimo controllando il proprio modo di parlare, il modo di vestirsi, e il governo della casa se ne hanno una. È una situazione spirituale da desiderare e che non è motivo per negar loro l’ingresso anche nell’ultima dimora, e il Signore non negherà loro tale grazia se essi lo desiderano giacché son ben disposti per ottenerle tutte”. (3M 1,5)

“Le penitenze che queste anime fanno sono studiate e calcolate come il loro modo di vivere […] non amano ancora tanto al punto di perdere la ragione”. (3M 2,7)

Amare al punto da perdere la ragione. Non esiste amore evangelico che non sia eccesso, spreco, una pura perdita. Amore è il profumo di nardo che chiede la rottura del vaso per essere liberato nell’aria. Amare Dio è chiedergli la forza e il coraggio di strapparci dalla paura di perderci. Può esserci vero amore per il prossimo finché siamo ostaggio di noi stessi?  

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Quarta stanza IL RICCIO O LA TARTARUGA

“Le quarte dimore segnano il transito dall’ascetica alla mistica, dalla preghiera più o meno faticosa e discorsiva (meditazione) al riposo e alla serenità che sono tipiche della contemplazione, la quale è una semplice e amorevole intuizione della verità che riempie l’anima di pace e consolazione”.

(Antonio Royo Marín, Tre donne sante. Dottori della chiesa, San Paolo, 2007)

“Questa è una forma di meditazione buona e addirittura eccellente che si fonda sopra la reale presenza di Dio in noi. (…) Mi sembra di ricordarmi di aver letto che avviene un po’ come succede al riccio o alla tartaruga quando si ritirano in se stessi. L’autore di questa indovinata immagine deve aver sperimentato di certo la faccenda. Con la differenza che quegli animali si ritirano dentro di sé a piacere mentre qui accade solo quando Dio vuole. Sono sicura che in tal caso è con persone che si vogliono realmente separare dal dominio del mondo”. (4M 3,3)

“Da questo raccoglimento deriva alle volte una quiete e una pace interiore molto accentuata in cui pare che l’anima non faccia nulla, che le dia fatica perfino il parlare, intendo dire il pregare e il meditare; non vorrebbe fare altro che amare. E dura anche lungo tempo”.

(Teresa d’Avila, Relazioni Spirituali, 5,3)

Nella quarta stanza si impara dal riccio o dalla tartaruga. Non esiste amore per Dio senza questo ritiro in sé, un entrare in noi stessi che non ha nulla dell’intimismo, ma tutto della ricerca, della decisa e continua ricerca dell’amato, nella sua “reale presenza in noi”. Amare non è vago sentimentalismo, è prendere sul serio la sua presenza reale, è recuperare i sacramenti tentando di decifrarne la portata decisiva per riuscire a percepire il Risorto. L’amore per Dio e per il prossimo passa anche da qui, dalla sua presenza in noi. Senza questa presenza, il cristianesimo rischia di ridursi a un’etica nobile, separata dall’incarnazione. Amare Dio e il prossimo è lasciarsi trasformare in un ostensorio della sua presenza nel mondo. E piangere, amaramente piangere, per quelle notti oscure in cui non riusciamo più a sentirlo in noi. 

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Quinta mansione LA FARFALLA

“Disprezza tutto quel che fece nella sua fase di crisalide, ossia nella fase in cui andava tessendo il bozzolo. Ed ecco le sono cresciute le ali! Come poté accontentarsi di andarsene strisciando al suolo? Adesso le pare un nulla quel che può fare per amore di Dio, e non ha altri desideri”. (5 M 2,7-8)

E così succede, sarà solo un lampo, un quasi niente, ma nella ricerca dell’Amato ecco, ci sono spuntate le ali, dal bozzolo alla farfalla. Non è condizione definitiva, il tempo non si dilata, a volte è solo quasi come un’intuizione, eppure basta, basta per avere la sicurezza di non poter più tornare indietro, di non poter più riabituarsi a strisciare al suolo. Nella logica del Vangelo l’Amore, che è Dio, non è adesione a una filosofia del sacrificio, non è la somma di buone opere per guadagnarsi paradisi futuri, non è la ligia obbedienza per mantenere in funzione delle strutture, ma l’esperienza trasfigurante di lasciarci trasformare dall’Amore. Di diventare, per grazia, ciò che amiamo.

Ecco perché Cristo propone di amare Dio e il prossimo con tutto di noi stessi, con tutto. Perché siamo nati per questo.

“Il segno più certo che, a mio avviso, può esservi se pratichiamo queste due cose (l’amore di Dio e del prossimo) è una generosa osservanza dell’amore verso il prossimo. Difatti non possiamo essere certi se amiamo Dio – nonostante certi indizi importanti — ma dell’amore del prossimo, sì, possiamo avere la certezza. E state tranquille che mentre vi vedrete crescere in quest’ultimo, ancor più avverrà dell’amore di Dio. L’amore con cui Dio ci ama è tanto grande, che come ricompensa del nostro amore verso il prossimo farà crescere quello nei confronti di Sua Maestà, in mille modi: su questo punto non ho il minimo dubbio” (5 M 3,8)

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Sesta stanza IL VERME

“L’anima sa di essere stata ferita. […] Altro non può fare che lamentarsene a parole col proprio Sposo che sa lì presente ma non ha ancora deciso di mostrarsi apertamente per essere goduto appieno. È una dura pena, sebbene saporosa e dolce; e anche se non la volesse non potrebbe rinunciarvi, ed è l’ultima cosa a cui pensa. (6 M 2,2)

“Oh, sorelle mie! Ciò a cui rinunciamo è proprio un nulla, ed è un nulla quanto possiamo fare per un Dio che si comunica a un verme. […] Il mondo non è altra cosa che burla se non ci sospinge in questa ricerca”. (6 M 4,10.12)

Incontrare l’Amore, fare anche una minima esperienza di quanto sia trasfigurante è anche condannarsi alla pena di una sofferenza indicibile quando l’Amore non sembra più percepibile. Quando la vita si mostra pesante e muta, quando il male sembra volerci ricacciare al suolo, come vermi. Amare, in questi casi, è bussare allo Sposo, sfinirsi nella sua ricerca, implorare di poter tornare a farne esperienza e non arrivare nemmeno più a pensare di poter rinunciare a lui, perché rinunciare all’Amato sarebbe rinunciare a se stessi. Sarebbe morire. 

Senza Amore non c’è vera e piena consapevolezza di noi stessi. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente è entrare sempre più nel mistero di chi siamo davvero. Siamo sua immagine e somiglianza: immagine e somiglianza dell’Amore. Quando non amiamo, tradiamo ciò che siamo.

Settima stanza

“Allorché nostro Signore si compiace di aver pietà di ciò che ha sofferto e soffre, per il desiderio di lui, quest’anima che egli, spiritualmente, ha già preso come sposa, la introduce, prima che si consumi il matrimonio spirituale, nella sua dimora, che è questa, la settima, poiché, come ha sua dimora in cielo, così deve avere nell’anima un lugo di soggiorno dove abita solo lui, per così dire un altro cielo”. (7 M, 3)

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Albert Bierstadt, “Yellow Butterfly”, 1890 ca.

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