“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Fino a poco fa, i libri di Édouard Glissant erano necessari per capire frali concetti come ‘relazione’ e ‘diversità’, ‘globalità’ e ‘periferia’. La sua Poétique de la relation (Gallimard, 1990; da noi: Quodlibet, 2007) relaziona su identità puntiformi, fameliche, su un mondo ‘globale’ che all’uno dà spago ai molti. Nato nel 1928 in Martinica, morto a Parigi nel 2011, Glissant aveva estro e tempra: credeva che le lingue ‘marginali’, l’imposizione coloniale sull’impasto indigeno, fossero più vive delle nostre, europee: moribonde, pronte a elettrizzarsi, deste alla rivolta e alla rimonta, con i cani intorno al verbo capomastro. Su altra sponda – benché ben poco interessato ai fenomeni ‘sociali’ – Derek Walcott, il genio di St. Lucia, sarebbe d’accordo.
Anche Glissant, d’altronde – svezzato a negritudine e Rimbaud da Aimé Césaire – è primariamente poeta (da qui: una poetica). A vincere, però, nel curriculum bibliografico, furono, da subito, per creola eccentricità, i romanzi. Con La Lézarde (1958; da noi: Jaca Book, 2013) ottenne un Prix Renaudot; a me piacque molto Il quarto secolo (1964; da noi: Edizioni Lavoro, 2003), storia di diversi lignaggi di schiavi deportati nelle Antille francesi. Mi piaceva, intendo, il vigore conferito al verbo, i paragrafi con il machete, le frasi con le grida nel sottobosco, la bestia in rotta, la razzia. Mi sembrava – a dispetto degli sfitti androni del romanzo occidentale – qualcosa di ‘selvatico’, ma al contempo così tanto consapevole. Flaubert e il griot, Balzac e il vudù. Esatto come una gara di caccia grossa.
La faccio breve. Su Glissant l’editoria nostra sta sostanzialmente glissando – sia lode a editori come Meltemi, che sta editando i tomi della “Poétique”: Introduzione a una poetica del Diverso, 2020; Sole della coscienza, 2022 – così che su certi temi, come il gambero, parliamo come nulla fosse accaduto, accecati dal nostro Eden con i rasoi. Qui preme ribadire che Glissant fonda una ‘poetica’ sulla trave della poesia: poeta in origine (esordisce con Un Champ d’îles, 1953), principalmente poeta, i suoi testi sono in catalogo Gallimard (nel 2021, in cofanetto ornamentale, sono usciti Le sel noir – Pays rêvé, pays réel).S’incontra una lirica chiaroscurale, tra fuoco e fato, che fonde fiaba petroglifo alla grande tradizione poetica di Francia. Non è un caso che il faro di Glissant sia Saint-John Perse, il grande poeta premio Nobel, nato nei “dipartimenti d’oltremare”, in Guadalupa, figlio di coloni.
In un testo d’alto interesse, Faulkner, Mississippi (1996), Glissant ‘assume’ Saint-John Perse e William Faulkner sotto la figura simbolica del Planteur: “Essi vengono a noi come agrimensori che si prendono cura delle loro bestie, che forse preferiscono agli umani. Due intelligenze aguzze, esacerbate dalla situazione in cui sono coinvolte e sorprese, che sublimano la realtà, la giustificano in qualche modo, permettendo alla loro opera di spingersi così lontano nel mondo”. Faulkner e Sant-John Perse restano – secondo il dire creolo – béké, discendenti dei coloni, grandi possidenti terrieri: di qui, l’erranza memorabile del poeta, per cui “il mondo resta in Occidente, dacché Occidente significa linguaggio; lì Perse fonda il suo lignaggio… la carne rientra nella Parola: egli è l’ultimo trovatore di un mondo sistematico, sistematizzato”.
Nel contrasto con Perse – colono, infine, di una terra del sogno – Glissant precisa i glifi della propria autonoma marcia poetica. “Mi appellarono l’Oscuro, abitai lo splendore”, scriveva Perse; e Glissant, a farne chiosa e morso, “Fui allocato nello splendore, abitai l’oscurità”. In questa lotta, che sa di un iddio dal cranio bucefalo, la poesia: al bivio tra l’epigrafe e lo sfarfallio di libellule.
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Édouard Glissant
Nel ventre rosso e nero dove dovevamo entrare con la testa, con i piedi
nel ventre pari a un marcio lembo di carne dove si dimena l’avvoltoio, non c’è
il silenzio che premette il perdono e nessun muro raccoglierà la nostra testa sfatta.
Non è questo il luogo
in cui posare le mani terra a filo di un vaso rotto e imparare la gioia di invecchiare.
Sterminio di popoli esausti in balia del freddo ventre
nient’altro
che morire al freddo.
A meno che il rifiuto non orienti il loro desiderio. Farsi fuoco
forare il muro e vivere.
*
Casa di sabbie
I
Estate, grazia fugace su una riva nascosta. Libero dal tempo, paziente, vaghi innamorato di te a te stesso abbandonato: donne e licheni al tuo passaggio.
Amore che si spoglia di albe arboree riva dove il mattino approda come un crimine! Le sabbie fanno della spiaggia una vetta i ricordi di ieri hanno l’azzardo del cielo.
II
Paese su cui le piogge si acquartierano al sole dove fucine d’acqua ardono un arcobaleno: dardeggia ombra d’uomo sulle saline ombra taciturna, speranza senza grida.
Le palme, audaci nel silenzio, fuggono l’ardore della solitudine – il deserto rimonta sui fiori. Tutto vive tra paura e desiderio ed esita l’amore che con la sua ferita avvelena il giorno.
Notte: contrada di carneficina e obbrobrio di larve che predicono all’infinito il futuro nei cieli dove il sempiterno nibbio riposa.
III
Navi, erranti dell’immobilità soltanto voi trattenete l’acqua smossa dai fianchi, confortate la linea dello sguardo.
Temete l’alba colta dopo barbariche piogge che annega nel sudario della prima voce: chi è capace di bere quest’acqua prima che la terra la seppellisca?
Morte bellezza gloria eternità! Il lavoro dell’agronomo nello spazio che scintilla: quando germoglia il sale svanisce ogni dolore.
IV
Finalmente: la parola che vince la tua assenza – donna, tu sei il mare infante, sei l’ancora nei nidi della notte levi il sale dai corpi.
Appare l’oceano, veglia di enfiati giardini
il tuo volto sradica l’uccello dalla nuda terra che dilapida il seme del mare – frutteti
ghiacciai, impura mota che fermenta sotto la schiuma: osserva il giorno che disereda ogni volto.
Oh, oceano, calmo come un sottobosco! Il giorno, lebbroso d’ombre Pasqua è la sua amante. Il sole riposa in una dolce crudeltà.
*
Il corpo del nemico è orizzontale
si è svuotato di ogni fatto
alcuni lo pretendono altri perdonano
qualcuno sputa.
Questo è il nostro orizzonte: farsi spazio.
*
Notte
Fosse stato il cavallo a cercarci per galoppare nelle acque del mare – o per consegnare il suo corpo alle nostre carezze e ai nostri denti.
Fosse il toro, giunto per la battaglia ad armare le corna.
O quel branco di rocce molate dal mare… non è più minerale il volto che attraversa le acque.
I cadaveri non chiedono nulla se non una notte –
notte di crimine e di assassinio notte di lacrime e di rimorso.
Forse la turba viene dalle paludi si erge e palpita, essuda dal silenzio e ci segue ovunque come una madre incestuosa.
Muri senza trombettieri – grida che derubano la stanza – silenzio e orrore. Ma morire
può essere una fatica di sera all’avvento della confessione.
Sotto il corpo delle donne che amiamo toccare c’è uno scheletro – il suo calore ci sorprende e il sale che ci chiama dalle sue caverne grige.
*
Montagne
Dovremo lasciarle dove sono, alla loro sorte queste montagne della terra che hanno la forma di un seno e di un respiro.
Dovremo lasciare che cresca la loro fronte blu davanti a cui passiamo – noi, animati da troppa furia e troppa carne.
Dovremo pensare a vivere del sole negli aperti campi quando sarà tardi per rinascere
e rischiare la morte sgranando i semi.
*
Quando il gallo grida la carne e il sole
quando il cortile intero grida dal suolo dai gorghi del disprezzo
è legge che la notte stabilisca un legame con il ventre del terrore
i terrier lo sanno: i corpi sono tremanti e morbidi fragili come il trifoglio.
*
Distici
Il sole si accuccia nell’istante più duraturo.
Violenta è la luce come i denti dell’oceano.
*
L’acqua si è sposata per divorziare subito dopo.
Il muro è affaticato dal sole e dall’edera.
*
Il suo segreto: la pupilla del purosangue.
*
Bere per azzardo dai prati la rugiada delle case cantoniere.
L’oceano pesa più di un libro.
*
È difficile mangiare di fianco al padre.
Biancheria impilata: impara come si muore.
Così, di tumolo in tumulo, il ragazzino salta al suono delle campane.
L’estate è all’ultimo sforzo: non maturare insieme a lei.