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“Molte delle sue ultime poesie furono rifiutate per la loro natura estrema”. Sylvia Plath, “Ariel”, la poesia come possessione e tradimento

Sylvia Plath è poetessa incardinata nella nostra storia lirica, ne è una inderogabile ‘fonte’ (pensiamo al rapporto d’elezione che con la sua opera intrattiene Amelia Rosselli). L’anno scorso Mondadori ha pubblicato una edizione economica di “Tutte le poesie”, dopo il ‘Meridiano’ delle “Opere”, del 2002. Tra le raccolte della Plath, “Ariel”, è la più estrema, postuma, testamentaria. Pubblica nel 1965, per la cura – e i tagli – del marito, Ted Hughes, risorge nel 2004, in versione ‘restaurata’, cioè rispettando manoscritto e intenzioni liriche, per Faber, sotto le cure di Frieda Hughes, la figlia di Sylvia e Ted. L’introduzione di Frieda, di cui traduciamo una porzione (qui l’integrale), è straordinaria perché ricostruisce i rapporti poetici e familiari in casa Hughes. Raramente le ispirazioni liriche si sono connesse così atrocemente alla vita, all’amare.

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La cosiddetta “edizione restaurata” di Ariel, il libro di mia madre, Sylvia Plath, segue esattamente le disposizioni del suo manoscritto. La divergenza tra le pubblicazioni del 1965 e del 1966 dipendono dalla cura di mio padre, Ted Hughes, legate a questioni interne alla nostra famiglia. Quando si è uccisa, l’11 febbraio 1963, mia madre lasciò sulla scrivania un raccoglitore, legato, che conteneva un manoscritto con quaranta poesie. Vi ha lavorato, probabilmente, fino al novembre del 1962. Da allora, ha scritto altre diciannove poesie, sei delle quali terminate prima del nostro trasferimento a Londra, dal Devon, il 12 dicembre; altre tredici sono state scritte nelle ultime settimane della sua vita. Queste poesie giacevano sulla scrivania, con il manoscritto.

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Quando Ariel fu pubblicata per la prima volta, edita da mio padre, era una raccolta in certo modo diversa dal manoscritto lasciato da mia madre… Durante i suoi viaggi a Londra, nel giugno del 1962, mio padre iniziò una relazione con una donna, quella di cui mia madre era gelosa. Mia madre, venendo a sapere di questa relazione, si infuriò. A luglio sua madre, Aurelia, venne ad abitare a Court Green, la nostra casa nel Devon. Le tensioni aumentarono tra i miei genitori e mia madre pensò alla separazione: eppure, in settembre, andarono insieme a Galway per trovare una casa dove lei potesse soggiornare, d’inverno. All’inizio di ottobre, incoraggiata da Aurelia, mia madre ordinò a mio padre di andarsene da case. Mio padre si trasferì a Londra, abitò per un po’ da amici, prima di affittare un appartamento a Soho, era Natale. Molti anni dopo mi disse che nonostante tutto pensava di poter recuperare la relazione con mia madre, “Ci stavamo tentando, poi è morta”, mi disse.

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Non voleva la casa a Galway, così mia madre portò me e mio fratello a Londra, nel dicembre del 1962, nell’appartamento in Fitzroy Road che una volta era stato affittato da Yeats. Mio padre ci faceva visita quasi ogni giorno, giocando con noi quando mia madre aveva bisogno di stare da sola. Quando morì, mio padre stava lasciando la casa nel Devon, avevano un conto in banca congiunto, una macchina nera, lui ci dava i soldi per andare avanti. Quando mia madre morì, mio padre non aveva i soldi per il funerale: fu mio nonno, William Hughes, a pagarlo.

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Infine, mio padre tornò nel Devon con me e mio fratello, era settembre, il 1963: sua sorella Olwyn si trasferì da Parigi per prendersi cura di noi. Restò con noi due anni. Mio padre ha continuato a frequentare ‘l’altra donna’ durante le visite a Londra, ma lei restò a vivere con il marito per due anni e mezzo dopo la morte di mia mamma. Durante il loro tempo insieme, mia madre mostrava le poesie a mio padre. Dal maggio 1962, quando le loro strade cominciarono a dividersi, tenne le poesie per sé… Il manoscritto di Ariel inizia con la parola “amore”, termina con “primavera”, ed era chiaramente orientato a descrivere una nuova vita dopo il matrimonio. La rottura del matrimonio ha dato sostanza al dolore di mia madre, gli ha dato una direzione, ha definito il tema alla sua poesia. Ma la voce di Ariel è già nitida dalla fine del 1961. Nel dicembre del 1962 la BBC chiede a mia madre di leggere alcune poesie per una trasmissione radiofonica. I suoi commenti alle poesie sono asciutti, nitidi, non fa mai menzione di se stessa come protagonista delle poesie.

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Occupandosi di Ariel, mio padre aveva dovuto affrontare un dilemma. Era consapevole dell’estrema ferocia con cui mia madre, in alcune poesie, trattava chi gli era prossimo: il marito, la madre, il padre, lo zio Walter, i suoi vicini, i conoscenti. Voleva dare al libro una prospettiva più vasta, renderlo accettabile ai lettori. Sentiva che alcune delle diciannove poesie più tarde avrebbero dovuto essere corrette. “Volevo renderlo il più bel libro possibile”, mi disse. Molte delle ultime poesie di mia madre erano state rifiutate dalle riviste a causa della loro natura estrema – eppure, appena morì, gli stessi redattori fecero a gara per pubblicarle. Inoltre, mio padre ha scelto di eliminare alcune delle poesie più laceranti.

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Mio padre nutriva un profondo rispetto per il lavoro di mia madre nonostante fosse uno degli oggetti della sua furia. Per lui il lavoro era l’unica cosa, la cura era tributo e responsabilità. Ma il crinale d’angoscia per cui mia madre si è uccisa ha impossessato tutti. Quella raccolta, Ariel, è diventata un simbolo, il simbolo della forza di mia madre e la ragione della diffamazione di mio padre… Dopo il suicidio di mia madre e la pubblicazione di Ariel furono scritte cose molto crudeli all’indirizzo di mio padre che non somigliano affatto all’uomo che silenziosamente e amorevolmente – a volte sbagliando, come tutti – mi ha allevato – più tardi insieme alla mia matrigna. Ha mantenuto sempre vivo il ricordo di mia madre, per questo lei è rimasta una presenza così costante nella mia vita.

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Mi è parso che l’editing di mio padre su Ariel fosse compiuto per non ‘interferire’ con la santità del suicidio di mia madre, come se lei fosse una divinità di cui occorresse tutelare il miracolo. Per me, sua figlia, tutto ciò che era associato a lei era miracoloso, ma ciò era dovuto al fatto che mio padre la faceva apparire così, persino facendomi ascoltare i dischi in cui mia madre leggeva le sue poesie, perché potessi assaporarne la voce. Passarono molti anni perché capissi che mia madre aveva un carattere violento, era gelosa e feroce, in contrasto con la natura più cauta e ottimista di mio padre, e che per due volte aveva distrutto il lavoro di mio padre, una volta strappandolo e l’altra dandogli fuoco. Ero sbalordita dal fatto che la mia immagine di lei, così perfetta, fosse tanto alterata. Ma mia madre, una poetessa eccezionale, era un essere umano in cerca di equilibrio. Le esplosioni non erano la regola ma una eccezione. La vita, in casa, era genericamente tranquilla. Ho dovuto, come figlia, scoprire la vera natura di mia madre – come quella di mio padre – per capire me stessa.

Frieda Hughes

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