Posted on Novembre 08, 2017, 3:50 pm
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Il monumento in vita eretto sul corpo di Philip Roth, ebreo americano, classe 1933, additato come il più grande scrittore vivente del pianeta, autore di libri decisivi come Lamento di Portnoy, Il teatro di Sabbath, La macchia umana e Everyman, è un centone di pensieri. La Library of America, che ne raduna l’opera intera, ha appena raccolto in Why Write? (pp.465, $ 35.00), saggi, articoli e interviste ‘rothiane’ pubblicate tra 1960 e 2013. Ormai con la penna in soffitta da un tot – l’ha detto pubblicamente, non vuole più scrivere un rigo – Roth ragiona sulle proprie pulsioni narrative. “Sono sorpreso di osservare che molti articoli rispondono, in una forma o in un’altra, alle accuse di antisemitismo che mi furono mosse fin dall’inizio della mia carriera… sono stato accusato di incarnare e di diffondere l’odio – l’odio verso l’ebreo – che io stesso disprezzavo. Ero arrabbiato, ero ferito, così mi sono scagliato contro chiunque. Ora, nei miei ottanta, mi dico, “Di che ti preoccupavi, bello?”. La risposta è semplice: all’epoca non avevo ottant’anni”. why write?Parole sue. Nel testo ci sono cose che il ‘rothiano’ di platino già conosce, le riflessione sul ‘fantasma’ di Franz Kafka, il corpo-a-corpo con l’identità ebraica (New Jewish Stereotypes, Writing About Jews), i ritratti di Saul Bellow e di Bernard Malamud – ‘colleghi’ ebreo scrittori come lui: in Usa lo sanno anche i muri che gli scrittori più bravi sono di stirpe ebraica – le interviste a lui e quelle che lui, Roth, ha fatto ad altri. Tra le interviste ghiotte, ricordiamo quella a Milan Kundera e a Isaac Bashevis Singer. E quella a Primo Levi, che potete leggere anche nell’appendice al Sistema periodico edito da Einaudi. Ad ogni modo, parola del pluriottantenne Roth, “per quanto riguarda Primo Levi, ci siamo incontrati brevemente, una volta, poi ho passato con lui quattro giorni – abbiamo attraversato Torino a piedi, mi faceva da guida, cenando di notte con Lucia, la moglie di Primo, e con altri amici intimi di Primo, parlando infinitamente dalla mattina al pomeriggio – finché mi sono detto, ‘ho trovato un nuovo, meraviglioso amico!’, e sette mesi più tardi è morto”. In una lunga recensione pubblicata sul New Yorker, dal titolo drastico, Philip Roth, Patriot, Adam Gopnik spinge su due questioni. Intanto, il dato formale. “Gran parte della sua opera non ha debiti con l’alto modernismo, come si è portati a pensare, con Kafka, Beckett e Joyce, ma in un certo realismo Americano, perfino nel regionalismo – secondo quella didattica propaganda democratica che andava di moda negli anni Quaranta”. Così il recensore. Così Roth. “Gran parte degli scrittori che hanno modellato la mia idea di America vengono dalle piccole città del Midwest e del Sud. Mi riferisco a Sherwood Anderson, Sinclair Lewis, Erskine Caldwell, Theodore Draiser. Attraverso le mie letture, la concezione mitologica degli Usa che avevo dalle scuole, cominciò a perdere la sua grandezza di fronte ai grovigli della realtà americana”. Da qui il rapporto contraddittorio, fatto di ustioni, di Roth con gli Usa. Un rapporto, tuttavia, ‘patriottico’. Roth, secondo Gopnik, “propone un patriottismo di luogo e di individuo più che di causa e di classe. Il suo patriottismo riconosce quanto siamo dipendenti da quella rete di energie di cui sentiamo la mancanza appena sparisce. Non solo puoi tornare a casa, dice Roth. Non puoi fare altro che tornare a casa”. Pur “pieno di contraddizioni”, al contrario delle nuove leve della scrittura, che “raccontano una specie di patriottismo globale”, Roth resta l’icona – torturante, inquieta, indomata – degli Stati Uniti, il “modo liberale di immaginare il patriottismo americano alla luce della presidenza Trump”. Roth assunto nelle milizie antitrumpiste? Diciamo che è un grande scrittore e un grande rompipalle, che scrive romanzi che scavano oltre la superficie splendente delle cose, mostrando la merda, l’afrore e l’orrore che è l’uomo. Tanto ci basta.