27 Aprile 2024

“Eros mi sconvolge, irresistibile, strisciante”. Saffo o della sapienza d’amore

Saffo, alter ego di Orfeo, altro Orfeo, che grazie al canto-incanto-incantesimo muta le vergini rocche in belve, volta le fiere in bravi scudieri, gli alberi in albatri, trasmuta il poeta in vento e ramarro, in fiamma e piumaggio d’airone. Saffo: più che discepola delle sirene o di Circe a inaugurare il canone inverso della lirica occidentale – quello, appunto, delle donne smangiate, marginalizzate, in oltraggio alle norme, che da lei arriva a Emily Dickinson, Virginia Woolf, Anna Achmatova… – cardine di una sapienza ctonia e lunare, “erede… di quell’epoca della cultura e della spiritualità ellenica in cui la trasmissione delle iniziazioni e degli insegnamenti era affidata prevalentemente a figure femminili”. Così scrive Angelo Tonelli, poeta, grecista insigne, che della grecità ha svelato i luoghi misterici, gli esoterici culti – due libri su tutti: Eleusis e Orfismo. I Misteri e la tradizione iniziatica greca, Feltrinelli, 2019 e Negli abissi luminosi: Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia Antica, Feltrinelli, 2021 – nella sua versione di Saffo, L’amore, le Muse, la bellezza, l’incanto, il rito (Marsilio, 2024).

Nella visione di Tonelli, Saffo non è la poetessa del chiar di luna – per altro: è a noi che la luna, lepre dei cieli, non dice più nulla oltre se stessa, ne han fatto razzia come di un campicello, con il risultato che ora che è colonizzata ci è più ignoto di prima il divino satellite, non ci parla, ci snobba – ma la sacerdotessa di “Afrodite immortale… orditrice di inganni”, entro un lignaggio che unisce Eleusi a Delfi, la Pizia vaticinante “alle Baccanti, sciamane di Dioniso”. Un frammento, tra i tanti, ci s’incaglia nel petto:

“Dialogai nel sogno con la dea nata a Cipro”.

Così a dire, chissà, che con il dio c’è chi può dialogare – non è semplice supplice – contorcendo le dimore del sogno in assemblea mistica.

La sapiente Saffo, così, nel pantheon di Tonelli – allievo di Giorgio Colli, ha tradotto tutti i tragici e gli Oracoli caldaici – si affianca ai suoi assoluti lari: Empedocle (Bompiani, 2002), Eraclito (Feltrinelli, 2016), Parmenide (Feltrinelli, 2023). Pare dirci Tonelli: attenzione a maneggiare Saffo, miniata perfino nelle veline dei Baci Perugina, nient’affatto poetessa ‘pittorica’ bensì misterica. Gli astri, la primavera, l’Aurora hanno la presenza di cose vive, pronte agli altri mondi, come i ‘paradisi’ di Petrarca e i ‘panorami’ del Giambellino e di Mantegna.

Tra i poeti più tradotti di sempre, in Italia Saffo reca il giogo impostole da Salvatore Quasimodo; con crudeltà d’argento Edoardo Sanguineti suggerì che “il più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo” del Nobel per la letteratura “non è da riconoscersi nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dei Lirici greci” (in: Poesia italiana del Novecento, Einaudi, 1969). La Saffo di Tonelli andrà meglio saggiata paragonandola a quella di Ezio Savinio, di Giancarlo Pontiggia, di Rosita Copioli, ma qui ci permettiamo un rapace confronto. Questo è il notissimo Quasimodo:

“Tramontata è la luna
E le Pleiadi a mezzo della notte;
giovinezza dilegua,
e io nel mio letto resto sola”.

Questo è Tonelli:

“È tramontata la luna
e le Pleiadi.
Mezzanotte.
Il tempo se ne va.
E io dormo sola”.

Il lirismo, a volte – “uno dei documenti più significativi dell’intera stagione ermetica”: ancora Sanguineti –, sbriciola la sapienza in nube informe, alza nebbie.

Quanto a me, della poetessa d’amore amo l’impeto, il frammento imprecatorio, l’oro dell’ira; così ad Andromeda, “scolarca rivale di Saffo”:

“Morta giacerai, e nessuno si ricorderà di te
mai, nel tempo a venire, perché non partecipi delle rose
della Pieria. Ma oscura anche nella dimora di Ades
vagherai tra le ombre dei morti, involandoti”.

Micidiale, la parola uncinata aggroviglia la sfidante in un tormento eterno; come Orfeo, anche Saffo muove gli intenti del re degli inferi, li guida. La sacerdotessa sa farsi strega, mutare i fioriti versi in sibilanti serpi.

Qui abbiamo chiesto qualcosa a Tonelli.   

Leggendo la ‘tua’ Saffo, mi pare di intuire, prima della poetessa, la sacerdotessa, di cui si esalta “la capacità magica del canto”. È così? Di quale ‘sapienza’ si fa latrice Saffo?

Sicuramente di una sophía orfeoafroditica. Ovvero della comunicazione alla cerchia delle sue giovani iniziate dell’esperienza orfica dell’unità di tutte le cose, e della fusione dell’individuum con la Phýsis, insieme Natura naturans e Natura naturata, nell’incanto. Penso ovviamente all”Orfeo capace di entrare nel flusso invisibile della Phýsis e, da questa postazione transimmanente, di evocare magie attraverso il suono della cetra, convibrante con la musica originante del cosmo, e attraverso la parola cantata, phoné incantatrice.

Racconta il mito che la testa di Orfeo, decapitata dalle donne di Tracia, trascinata dalle correnti del fiume Ebro, approdasse sulle sponde di Lesbo, patria di Saffo, da dove fu portata in una grotta, ad Antissa, e lì continuasse a cantare.

Orfeo è poeta e sciamano, musico e incantatore. Al suo canto rispondono uccelli e pesci:

Uccelli innumerevoli
si libravano sul suo capo
e dritti i pesci
saltavano fuori dall‘acqua blu, in alto,
al bel canto.

Sim., fr. 384 Page LOS (=567 PMG)

Ma anche pietre e esseri umani:

Se io avessi la parola di Orfeo, o padre,
e sapessi persuadere le pietre con incantesimi,
così che si mettessero a seguirmi,
e sapessi ammaliare chi voglio con le mie parole, lo avrei fatto.

Eur., Iph. in Aul, 1211-1214

La capacità magica del canto si esalta nell’associazione con il suono, ora dolce ora incalzante. della cetra e della lira, e la parola-musica di Orfeo ha il potere di modificare l’anima delle cose e degli umani, e di portare tutti nella gioia:

La tua lingua è contraria a quella di Orfeo:
egli infatti con la sua voce portò tutte le cose nella gioia.

Aeschyl, Agam., 1629-1630

Ma oltre che essere l’iniziatore della poesia orale e della musica, Orfeo è anche archegeta della scrittura e della Sapienza:

Il primo a introdurre l’alfabeto fu Orfeo, che lo aveva imparato dalle Muse, come si vede anche dall’epigramma inciso sulla sua tomba:

I Traci qui posero il ministro delle Muse, Orfeo,
che Zeus dominatore dall’alto uccise con la folgore fuligginosa,
il figlio di Eagro, che fu maestro di Eracle,
e scoprì per gli uomini le lettere dell’alfabeto e la Sapienza”.

Alcidam., Ul., XXIV (190 Blass)

Come non riconoscere  lo spirito  di Orfeo nell’incanto della parola-musica di Saffo, quando ci conduce alla contemplazione dell’attimo eterno in cui la luna piena trionfa sugli astri, inargentando il cielo, o quando ci fa partecipi del piccolo estasiato éranos, il banchetto nel verde del bosco accompagnato dal mormorio gentile di un ruscello silvestre?

Questo, per la Saffo orfica. Per quel che riguarda la sophía afroditica, Saffo precede Empedocle nel celebrare la Dea dell’Amore per eccellenza, declinandone il numen in chiave anche esistenziale. Il suo libro si apre proprio con l’evocazione della Dea, che le sia soccorrevole in amore; e spesso l’amore omoerotico della “decima Musa” (ricordiamo che in Grecia esisteva un corrispettivo femminile dell’omoerotismo maschile) si trasforma in passione bruciante:

 Fr. 1 ( 1V)

Afrodite immortale, dal trono variopinto
figlia di Zeus, orditrice di inganni, ti supplico:
non abbattere con affanni e tormenti
o Sovrana, il mio cuore

ma vieni qui, se mai altra volta
udendo da lontano la mia voce
la ascoltasti, e lasciando la dimora del padre,
dorata, venisti

aggiogando il tuo carro, e belli ti conducevano
passeri veloci intorno alla terra nera
battendo fitte le ali giù dal cielo
attraverso l’etere.

E subito giunsero qui e tu, o beata,
sorridendo nel tuo viso immortale
domandavi che cosa ancora una volta io patissi
e perché ancora ti invocassi

e che cosa più di ogni altra nel mio animo folle
io volessi avere per me: “Chi ancora
devo riportare al tuo amore? Chi
o Saffo, ti offende?

Se fugge, presto inseguirà
se non accetta doni, ne offrirà
se non ama, presto amerà
anche contro voglia”.

Vieni a me anche adesso
liberami dai duri tormenti
e ciò che il mio cuore desidera si compia
portalo a compimento, e tu stessa
sii mia alleata

*

Fr. 18 (31 V)

Mi appare simile agli dei
quell’uomo che siede di fronte a te
e da vicino ti ascolta
parlare dolcemente

e ridere, seducendo.
Si agita il cuore nello sterno
e se appena volgo a te lo sguardo
non riesco più a parlare

la lingua mi si spezza, sottile
un fuoco mi scorre sotto la pelle.
Gli occhi non vedono più niente
rombano le orecchie.

Cola sudore gelido
tremo tutta quanta
e divento più verde dell’erba.
E poco lontana da morte
sembro a me stessa…

ma tutto si può sopportare perché †…†

Simeon Solomon, Study of Sappho, 1862

Saffo, poetessa, “erede di quell’epoca della cultura e della spiritualità ellenica in cui la trasmissione delle iniziazioni e degli insegnamenti era affidata prevalentemente a figure femminili”, scrivi. Puoi dettagliarci questo aspetto della trasmissione sapienziale?

Saffo è l’unica, a differenza per esempio di Diotima, iniziatrice di Socrate ai misteri di Eros – o delle Pizie, sciamane divinatrici di Apollo, o delle Baccanti, sciamane di Dioniso – di cui ci siano giunte parole scritte. Ma sappiamo che i Misteri Eleusini, così centrali nella spiritualità ellenica, furono inizialmente matrifocali, come testimonia l’Inno omerico a Demetra, in cui la Dea fonda i Misteri nel corso del suo tragitto alla ricerca della figlia rapita da Ades. E anche dopo la “riforma” dei Misteri nel VIII-VII secolo permane, accanto allo ierofante, sacerdote-sciamano delle iniziazioni, la figura della ierofantide, che celebra con lui la ierogamia fecondatrice. Mi sia lecito, su questo, rinviare al mio volume su Eleusis e Orfsmo, uscito qualche anno fa.

Tradotta da molti, in difformi modi, come hai ‘trattato’ Saffo, qual è il carisma della tua traduzione?

Ho tradotto Saffo rapsodicamente, nel corso di una ventina d’anni, negli intervalli tra i miei studi sulla Sapienza greca, come una sorta di immersione nella parola-incanto, capace di condurmi nella dimensione armonica della vita immersa nella natura, sotto lo sguardo della Dea, nel témenos consacrato all’amore, alla bellezza, al rito, nel reame del Sole, di cui Saffo si dichiara figlia-amante, e della Luna, sua paredra, di cui Saffo è maestra nel trasferire in versi lo sguardo che illumina e sigilla la notte. Non mi parevano adeguate le traduzioni di accademici poco ispirati, per professione, dalla Musa-Poesia, e la versione di Quasimodo, bella e ispirata, è purtroppo infedele. C’è più Quasimodo che Saffo.

Come dichiaro nell’Introduzione al libro, ho provato a fare una traduzione bella e fedele. Spero di esserci riuscito.

Estrapola una manciata di versi di Saffo, commentali, dimmi perché sono per te esemplari. 

Perdonami, ma rispondere a questa domanda mi condurrebbe a fare ciò che in questa edizione ho evitato il più possibile, ovvero rivestire la nuda potenza orfeoafroditica della parola di Saffo con una hermeneía personale che ne offuscherebbe la purezza e la potenza. Ti rispondo quindi con le parole antiche a lei dedicate da Dionigi di Alicarnasso:

“Le parole sono connesse e intrecciate tra di loro secondo certe caratteristiche e combinazioni naturali delle lettere. Pressoché in tutta quanta l’ode le vocali si connettono con le consonanti e le semivocali in modo tale da essere pronunciate (anteposte o posposte le une alle altre in modo naturale), in un’unica sillaba. Sono rarissimi i casi in cui le combinazioni delle semivocali con le semivocali o le consonanti e delle vocali tra di loro vadano a turbare l’insieme sonoro. Anch’io, analizzando l’intera ode, riesco a trovare, in tanta abbondanza di nomi, verbi e parti del discorso, soltanto cinque o sei casi in cui l’intreccio tra semivocali e consonanti non sia ben amalgamato per natura, ma neanche questi alterano di molto il tessuto sonoro dell’espressione, e d’altra parte le giustapposizioni di vocali sono ancora meno all’interno dei kóla, e poco di più tra un kólon e l’altro. È dunque del tutto naturale che lo stile sia fluido e morbido, e che le giunture tra le parole non increspino in nessuna maniera il suono”.

(Dion. Alic., Comp. XXIII 179 ss)

E con alcuni versi di Lei:

Fr 42 (34 V)

Gli astri intorno alla bella luna
d’un tratto celano il fulgido sembiante
quando colma al massimo risplende
[su tutta la terra]

…argentea

*

Fr. 43 (143 V)

Ceci d’oro crescevano sulle sponde.

*

Fr. 44 (136 V)

Nunzio di primavera, usignolo dal canto amabile.

*

Fr. 45 (168c V)

Ricami variopinti
sulla terra inghirlandata

*

Fr. 46 (123 V)

Poco fa Aurora dai calzari d’oro…

*

Fr. 47 (157 V)

Sovrana, l’Aurora

Fr. 50 (2 V)

…scendendo dall’alto
qui per me da Creta in questo tempio
sacro, dove c’è un amabile boschetto
di meli e altari che fumano
d’incenso.

Qui l’acqua fresca mormora tra i rami
dei meli, e tutto è ombreggiato
di rose, e allo stormire delle foglie
stilla, dall’alto, un sopore.

Qui fiorisce un prato che nutre cavalli
[…] di fiori primaverili, e i venti
spirano dolcemente
[…]

Vieni qui, Cipride, prendi l’anfora e versa
elegantemente in coppe d’oro
il nettare mescolato alle offerte della festa.

*In copertina: Saffo secondo Jules Joseph Lefebvre

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