Miodrag Pavlovic compie 80 anni. Il suo libro di poesie è tra i capolavori del nuovo millennio. Ora è sepolto nell’oblio, annientato dalle cretinate quotidiane

Posted on marzo 31, 2018, 12:59 pm
5 mins

Era il 2004 e fu una specie di pugno. Anzi, no. Uno sbriciola dei bicchieri di cristallo e mette quei frammenti – quelle schegge che sembrano una galassia – in un vaso. Poi ti rovescia la testa afferrandoti i capelli. E ti riempie di schegge di cristallo in gola. Vomiti luce e sangue per giorni. Nel 2004 la casa editrice Le Lettere, nella collana – bellissima – ‘Il Nuovo Melograno’ pubblica un libro fragoroso. S’intitola L’ultimo pranzo. Oggi, ovviamente, in un mercato librario che salva lo schifo e getta in oblio il genio, non lo trovate più. libro PavlovicL’autore si chiama Miodrag Palovic, è nato a Novi Sad, è cresciuto a Belgrado. Quest’anno compirebbe 80 anni. Nella smilza biografia allestita con dedizione dal curatore, Stevka Smitran, scopro che Pavlovic ha studiato medicina, che per qualche anno ha esercitato la professione, ma che dal 1960 diventa direttore del Teatro di Belgrado e poi guida della casa editrice Prosveta. Candidato due volte al Premio Nobel per la letteratura, è tra i massimi poeti slavi di sempre. Un evento segna la sua vita. 16 aprile 1944, Pasqua. Pasqua di guerra. La mamma manda Miodrag a fare gli auguri ai parenti, rifugiati in città dalla Croazia. Tra di loro c’è Rodomir Prodanovic, lo zio di Miodrag, poeta, sciamano, maestro. Miodrag prevede la fatalità. Si ferma in mezzo alla strada. Un bombardamento devasta la casa dei parenti. Erano in cinque. Compreso Rodomir. Muoiono tutti. Come posso farvi capire. L’ultimo pranzo è uno dei grandi libri di poesia pubblicati in Italia nel nuovo millennio. Anzi. No. Non esistono classifiche al cospetto dell’assoluto. Il libro, così piccolo, un centinaio di pagine, è segnato, manco fosse un vangelo stentato. Segno i versi come fossero tacche su una parete rocciosa. “Andiamo verso la visibile pietra all’ombra dell’arcobaleno,/ per sorreggere sulle spalle le nostre tristi montagne”; “Lo spazio è l’invenzione del regno senza sogni”; “Tra parentesi ed infine: la strada dell’anima è rischiosa”; “Ti prego aiuta coloro che distruggono se stessi/ da retta alla voce che udirono una volta dal cielo/ e adesso non la comprendono più”; “L’eternità è un bel posto: me lo tengo stretto in questi tempi oscuri”. Questi versi sembrano cicatrici, cauterizzano l’assurdo. Nell’ultima riga della biografia di Pavlovic è scritto, “Vive tra Belgrado e la città tedesca di Tuttlingen con la moglie Marlene”. Le poesie di Pavlovic sono senza tempo, redigono storie di pietà e di ferocia dopo aver strappato la lingua all’Arcangelo. Mi venne voglia di andarlo a trovare. Chi si vuole andare a trovare? Forse tre o quattro persone. Qualcuno che sappia svelarti la vita e la morte. Forse non bisogna fare altro che meditare l’opera. Ad ogni modo. Troppo tardi. Miodrag Pavlovic è morto a Tuttlingen nel 2014, quattro anni fa, in agosto. Che peccato. Il vero peccato è che la sua opera, clamorosa, è zittita, annientata. La mia amica e artista Tiziana Cera Rosco ha ricalcato una poesia di Pavlovic in una casa particolare. Dobbiamo circondarci di parole che ci facciano balzare in piedi, che tramutino la nostra spina dorsale in un falco. Lo ripeto fino a rompere i muri, infoiato. Una poesia dei grandi poeti, una poesia di Miodrag Pavlovic sulle prime pagine dei giornali ci renderebbe più sani, più benedetti e inquieti. Invece, qui, è la tirannia dei cretini. (d.b.)

*

Popolo del grande urlo

L’ultimo grido è rimasto inspiegabile. Lo stesso che si era udito al crepuscolo sul Golgota. Dal profondo dell’anima Sua, era arrivata la notizia che anche a Iddiouomo non era piaciuta la separazione: la divisione tra corpo e anima. Cosa resterà e cosa scomparirà quando si conoscerà l’ordinamento nell’alto dei cieli? Il patimento è l’ultima cornice del volto umano. Questo è anche il destino dei popoli leali: attraverso il grande urlo entrano nell’eternità.

 

Insegnamento dell’anima

Dov’è il tempio che la nostra preghiera mira?
O la soglia fin dove la nostra anima,
giunta agli inferi, risorge ancora?
Cerco la cupola ed il fuoco che la riscalda
ravvivato da quattro evangelisti.
Dove sono le vesti per ornare tutte le nostre preghiere?
Salgo sulla nave che va a fiamma di candela.
E mi copro con la parola ricamata d’istinto della sete santa.

Miodrag Pavlovic