“Siamo un sognare senza limiti”. Macedonio Fernández, il maestro di Borges (cioè, una sua invenzione)

Posted on Marzo 04, 2020, 7:34 am
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La cosa più semplice – cioè: la via che ho praticato – fu quella di crederlo una figura fittizia, un uomo inventato da una mente labirintica. D’altronde, se spalanchi il costato di quel tizio prima trovi una metropoli di carta, poi la pericope di uno gnostico alessandrino, poi i vicoli di una biblioteca disegnata sotto ipotesi di Marsilio Ficino, infine l’aleph. Frugando nel corpo di un uomo, infine, trovi l’uomo autentico – se l’illusione ha miniere di marmo.

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Poteva essere, intendo, Pierre Menard o Herbert Quain o Alejandro Ferri. Per ciò che mi riguarda, dubito che Borges abbia letto davvero Dante – ma sono certo che lo ha visto –, a volte cita frasi aggiogandole a Herman Melville che in verità appartengono a Maimonide e il suo Walt Whitman è un parto mistico, l’effemeride di Blake. Mi colpì un dettaglio, questo: “Macedonio non attribuiva il minimo valore alla sua parola scritta; quando cambiava alloggio, non si portava via i manoscritti di indole metafisica o letteraria che si erano andati accumulando sul tavolino e riempivano i cassetti e gli armadi. Così molto andò perduto, forse irrevocabilmente”. L’episodio, intendo, mi pare troppo borgesiano per essere vero. Scoprii più tardi che lo sketch era autentico – e che Borges sibilava una innocente menzogna.

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Prólogos è un libro di Borges del 1975; è uno strepitoso rafting bibliografico, pur consapevoli che ciò che è scritto di Cervantes e di Wilkie Collins, di Henry James e di Kafka, di Lewis Carroll e di Shakespeare serve a capire l’opera di JLB, non certo quella di quei grandi. Il desiderio remoto di Borges, gran cannibale della letteratura, è divorare e riscrivere i libri secondo la sua memoria. Nel riassunto cova l’omicidio, l’estro è sempre una forma aurea di vendetta.

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Tra i ‘prologhi’ il più bello – una iscrizione sul culmine della Città Azzurra – è dedicato a Macedonio Fernández. Pensai, appunto, che in una collezione di plastici titani, Borges si fosse inventato l’identità fittizia, singolare, stralunata, stramba. “Non è stata ancora scritta la biografia di Macedonio Fernández, uomo che rare volte accondiscese all’azione e che visse dedito ai puri piaceri del pensiero… Nel corso di una esistenza ormai lunga ho conversato con persone famose; nessuno mi impressionò come lui, neppure in modo analogo”.

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Macedonio Fernández esiste, ha vissuto, si è incarnato – se le fotografie, sporche di decenni, sono autentiche – nella figura fantomatica di un uomo vestito di nero, con una barba bianca aguzza, gli occhi come un lupo che divora galassie. Un po’ cabbalista un po’ vampiro, un po’ alienato un po’ architetto del caos, prestigiatore e scudiero presocratico del caso. Da ciò che risulta, Macedonio Fernández è morto a Buenos Aires il 10 febbraio del 1952, dove è nato, nel giugno del 1874: fu avvocato, ha avuto quattro figli dalla stessa moglie, Elena, morta nel 1920. A quel punto, parendogli un peso la stirpe e una idiozia la legge, lasciò tutti – in figli, in particolare, a nonni e zii – per fare del proprio tempo un monastero. Visse, per trent’anni, pensando – o meglio, pensando l’impensabile. Due dettagli specificati da Borges sono affascinanti. Intanto, l’etica della solitudine: “Macedonio possedeva in grado eminente le arti dell’inazione e della solitudine… Macedonio stava solo e non aspettava nulla, abbandonandosi dolcemente al dolce trascorrere del tempo”. Poi, un grottesco desiderio di grandezza, la sollecita esagerazione di chi è fuori dal mondo, può permettersi tutto: “Il meccanismo della fama lo interessava, non il conseguimento di essa. Per un anno o due si baloccò con il vasto e vago progetto di diventare presidente della Repubblica”.

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In un punto, però, Borges, che frasi da cobra, dice una mezza bugia. “Scrivere non era un’occupazione degna di Macedonio Fernández. Viveva (più che alcun’altra persona a me nota) per pensare”. In realtà, Macedonio pensava per poter scrivere l’opera suprema, l’estrema, quella in grado di ricapitolare l’intero getto della letteratura passata e che sarà. L’opera s’intitola Museo de la Novela de la Eterna ed è il rovescio di un romanzo, la pelle scuoiata, la radiografia, il grafomane messo a testa sotto da un traditore di Abulafia. Il negativo di una incisione. Naturalmente incompiuto, ovviamente postumo, il libro – tradotto nel 2010 negli States, per merito di Margaret Schwartz, ha lasciato i recensori di stucco davanti a tale monumento dell’‘anti-romanzo’ – atterra in Italia nel 1992, per la cura di Fabio Rodríguez Amaya, stampato da Il Melangolo; ora rientra nel caravanserraglio editoriale grazie a Castelvecchi.

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Il libro, appunto, è l’esplosione del romanzo in tessere, per bagliori, l’implosione dell’autore in magnete di occultismi. Per dire, uno dei capitoli del romanzo-museo (nello stesso tempo: la musealizzazione del ‘genere’ e l’ostensione delle sue pudenda) inizia così: “Tutto quanto è ed esiste è un sentire, quello che ognuno di noi è stato sempre e senza interruzione… La nostra eternità, un sognare infinito uguale al presente e certissimo”. Titolo del capitolo: Siamo un sognare senza limiti e solo un sognare. Non possiamo, quindi, avere idea di cosa sia un non-sognare. S’intenda: quello di Macedonio non è l’ennesimo romanzo-saggio, macedonia sul romanziere che riflette sul romanzo, ‘da dentro’, e sui drammi della propria interiorità. No: questa è la condanna a morte – cioè, a vita eterna – del romanzo, l’esposizione del cadavere, la sua dissennata dissezione. (Nel capitolo Il presidente e la morte si dice che Don Chisciotte è “l’opera del pessimismo più spontaneo e imprevedibile di tutta la Letteratura” in cui “involontariamente si sanciscono il fallimento del Vivente, la sua Effemirità, e il fallimento dell’Innocenza”).

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Nel romanzo-non-romanzo, tra le tante cose, c’è una Lettera ai critici (“Sono del tutto consapevole che la mia opera vi lascerà in attesa della Perfezione, forse con maggiore intensità”), un allarme Ai critici (sfizioso e cinico: “Il suicidio ha dato gloria a qualche scrittore mediocre; prima di compierlo egli potrebbe arrivare a quella ‘seconda edizione’ che tanto appaga. Che aspetti il suicidio, finché abbia ragione di attuarsi”), un Prologo al mai visto, una Descrizione della Eterna (“Chi le passa davanti perde il dono dell’oblio”), un Prologo che si sente romanzo (“Io ho il portale d’ingresso al mio Romanzo, è il primo punto da varcare; da qui si entra per diventare primo capitolo di romanzo”). Dico la mia. Tutto ciò che in Borges è frenato, in Macedonio è sfrenato; il Museo è il continente di cui Finzioni e L’Aleph sono la capitale, sulla cima di un monte. In sintesi: Macedonio Fernández è il cervello di Borges, è la ‘quinta’ di ogni suo libro.

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Prestando fede a JLB – che è come dare ai dadi statura di dio –, egli conosce Macedonio atterrato da Ginevra a Buenos Aires, nel 1921. “Ho ereditato da mio padre l’amicizia e il culto di Macedonio Fernández”. Più che un maestro, Macedonio Fernández è l’inventore del Borges scrittore: i codici perpetui di quest’ultimo – specchi, labirinti, sobborghi argentini, mistica e tango, fato ed erudizione sfatata in gioco – sono le ossessioni del primo. Come Borges, Macedonio Fernández si diceva devoto a una verità per incenerirla l’attimo dopo, pronunciandone con la stessa esatta dedizione l’opposta. Non faceva differenza tra il druido e il samurai, tra Tao e Edda, tra il Concilio di Nicea e le battaglie di Simon Bolivar: tutto stava, con equanime potenza, tra le sue dita. In uno dei suoi più limpidi sketch letterari Borges scrive: “In un cortile interno di via Sarandí ci disse una sera che se egli avesse potuto andare in campagna, sdraiarsi per terra a mezzogiorno, chiudere gli occhi e pensare dimenticando tutte le circostanze che ci distraggono, avrebbe potuto risolvere immediatamente l’enigma dell’universo. Non so se tale felicità gli venne concessa, ma sono sicuro che la intravvide. Qualche anno dopo la sua morte, lessi che in certi monasteri buddisti il maestro suole ravvivare il fuoco gettandovi qualche immagine sacra, o destinare a usi immondi i libri canonici, per insegnare ai discepoli che la lettera uccide e lo spirito vivifica; pensai che questa curiosa notizia poteva rientrare negli abiti mentali di Macedonio, ma che egli si sarebbe seccato, se gliel’avessi comunicata, dato il suo carattere esotico”.

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Nel Prologo destinato a Macedonio Fernández, Borges non accenna ai suoi libri – tra cui risultano alcune raccolte di poesie. Nel 1974 Franco Maria Ricci, su impeto borgesiano, nella leggendaria ‘Biblioteca Blu’, edita una raccolta di pensieri di Macedonio, La materia del nulla. Forse è Borges ad aver scritto quel testo, ad aver collezionato i capitoli sparsi del Museo, ad essersi inventato un maestro come Macedonio Fernández. Per poter dire di avere avuto un maestro, di esserne l’infante, il delfino, lo specchio, l’altro, lo stesso. (d.b.)