Lars ha scoperto che i nazisti sono cattivi… “La casa di Jack” è il film più brutto di Von Trier (che ha voluto leccare un po’ il c**o a Cannes)

Posted on Marzo 05, 2019, 9:39 am
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Io amo Lars Von Trier, ci tengo a dirlo. Credo sia uno dei più grandi registi di tutti i tempi, secondo solo a Ingmar Bergman. Son gusti, è il mio modesto parere, ma l’amore non mi acceca, e senza fatica riesco a scrivere che La casa di Jack forse è uno dei suoi film meno riusciti.

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Non sono mai rimasta così indifferente dopo aver visto un film di Lars. Di solito ne esco sconvolta, ma mica per le scene di sesso o di violenza che spesso propone, no, esco sconvolta per la capacità che ha sempre avuto di penetrare la carne viva, di prenderti lo stomaco o il cuore e contorcerli come si deve. E ci è sempre riuscito semplicemente raccontando storie, senza aver bisogno di sconvolgere con qualche escamotage.

I suoi capolavori indiscussi resteranno per sempre Le onde del destino, Dancer in the dark, Dogville, Melancholia.

Nymphomaniac non ha deluso le aspettative, anzi, è stato capace di lasciarmi qualcosa su cui riflettere per giorni. Perché questo fanno i film di Lars: una volta che li hai visti ti senti diverso per ore, giorni, un po’ come quando si leggono i grandi romanzi.

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La casa di Jack non è un brutto film, vale la pena di essere visto. Lars può fare quello che gli pare, gli è permesso tutto. Alla fine gli è stato perdonato pure di essersi definito un nazista. Ma il punto forse sta proprio qui…

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Nel 2011 scoppia la bagarre al festival di Cannes perché Lars durante la conferenza stampa di Melancholia disse: “Per molto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero felice, poi improvvisamente è cambiato tutto e non ero più ebreo. Anzi, ho scoperto che ero un nazista e la cosa mi è piaciuta altrettanto”. Forse voleva essere una battuta collegata al fatto che sua madre, sul letto di morte, pare avergli rivelato che l’uomo che lo aveva cresciuto non era suo padre. Lars, convinto di avere origini ebree, scoprì così di avere origini tedesche: “Non mi spiace affatto. Capisco Hitler perché capisco l’uomo che è pieno del male. Sono contro la Seconda Guerra Mondiale e sono vicino agli ebrei, ma non troppo perché Israele è un problema”.

Insomma, quella volta Cannes dovette farlo fuori definendolo ‘ospite non gradito’.

Qualche tempo dopo, Nymphomaniac non fu presentato al festival perché non uscì in tempo.

Lars deve aver pensato molto al suo ritorno sulla Croisette, ed eccolo presentare La casa di Jack, fuori concorso, ma comunque adatto a ricevere standing ovation.

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Il problema è che il film in questione è il film più moralista che abbia mai fatto. Qualche scena è stata tagliata a causa della violenza cruenta con cui Matt Dillon ammazza le sue vittime, ma anche se ci fosse stata più violenza, il film non colpisce, non arriva, sembra una grande scusa, una specie di documentario dove Lars si autointervista per dire a tutti finalmente come la pensa sull’arte, la vita e la morte, su Dio, e soprattutto per far capire che non è un filonazista.

Ci sono fin troppi riferimenti contro il nazismo, il fascismo, e per fortuna anche contro il comunismo, riferimenti che ci mettono tutti d’accordo. Solo un pazzo da rinchiudere può dirsi davvero nazista, ma Lars ci ripropone le atrocità del nazismo come se avesse scoperto l’acqua calda. Da lui ci si aspetta di più. C’è anche tutta una parte del film in cui parla di architettura, e di nuovo di nazismo, come per giustificare, ancora una volta, un’altra frase che aveva detto a Cannes: “Adoro l’architetto Speer, aveva un grande talento. Come regista nazista ora penso a un film sulla soluzione finale”.

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La casa di Jack è un film di redenzione, indubbiamente. Lars doveva dirci tante cose. Aveva bisogno di parlare al suo pubblico e alla critica, e lo ha fatto usando la scusa di un serial killer. La storia poteva essere un’altra, non cambiava niente. Gli omicidi non colpiscono più di tanto, anzi, spesso si sorride perché il film strizza l’occhio al grottesco.

Ci si sofferma in religioso ascolto solo quando compare la voce di Bruno Ganz (Virgilio) che ‘intervista’ Matt Dillon (Jack) mentre lo accompagna all’inferno. Queste sono le parti interessanti: le spiegazioni, la filosofia, l’arte che Dillon/Von Trier ama.

Lars ci ricorda che l’uomo è cattivo, che la vita è un inferno ma è come se non avesse fatto buon uso del famoso show don’t tell, fondamentale per scrivere romanzi e anche sceneggiature. Bisogna far agire i personaggi, farli parlare per raccontarsi, mostrare e non dire niente esplicitamente.

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In questo film Lars si è parlato un po’ addosso, si è autocitato più volte, e sembra davvero di vedere un documentario sulla sua vita, sul suo pensiero. È una specie di saggio forse fin troppo intellettuale. Certo, la regia resta impeccabile, il film è disturbante al punto giusto, ma quasi senza giustificazione.

Che Lars abbia voluto leccare un po’ il culo a Cannes? E sarà un caso che una delle persone che si salva nel film e che ha più rilievo rispetto ad altri sia una persona di colore, come a ribadire: ehi, non sono mica razzista, figuriamoci nazista!

E infatti non sono mancati titoli sui giornali come “Cannes perdona Lars”, e per far sì che ciò avvenisse definitivamente, forse Lars è dovuto tornare con un film moralista, sul bene e sul male, sul cattivo che viene punito, mica come il grandioso, cinico, quasi houellebecqiano Melancholia. Non glielo avrebbero permesso. È dovuto tornare un po’ strisciando.

La casa di Jack è la sua espiazione non di fronte a Dio ma dinanzi alla Croisette.

Ti prego Lars, torna presto ad affondare per davvero la lama, senza bisogno di intortarti né noi né la critica.

Dejanira Bada