Autentica paladina d’ogni più intima lacerazione dell’animo umano, Alda Merini ha vissuto e abbracciato e cantato il proprio destino umano e poetico fino all’ultimo suo respiro, fin dentro all’abisso.
Già, l’abisso. Quello più profondo, Alda lo incontra nel 1965, all’età di trentaquattro anni, già madre di due bambine. Per poterne parlarne con la dovuta deferenza e gratitudine bisogna tornare alle fonti e rileggere le prime pagine di quell’immensa sinfonia, ineffabile intreccio tra biografico e immaginario, che è L’altra verità. Diario di una diversa (1986). Ci ritroviamo così a ripercorrere il suo ingresso al Paolo Pini di Affori in provincia di Milano: l’arrivo dell’ambulanza, l’approdo in un mondo di cui fino a poco prima non conosceva nemmeno l’esistenza, le sbarre che si abbassano, l’urlo lancinante che si alza dalle sue viscere – un’invocazione spasmodica diretta alle sue figlie – e poi si spegne, assorbito dalle possenti mura del manicomio che la stringono in una morsa.
Con qualche breve ritorno in famiglia, l’internamento dura sette anni durante i quali Alda subisce diversi elettroshock; in quel periodo nascono anche le ultime due figlie, date poi in affidamento ad altre famiglie. Un dolore atroce su cui la Merini ritornerà a più riprese e sintetizzerà molti anni più tardi in un piccolo libricino intitolato Lettera ai figli (2004): “Se vi ho amato?/ non saprete mai quanto./ E non ho mai invocato Dio così come ho invocato voi e i vostri occhi bambini”. E prosegue: “Ogni volta che vi ho sentito piangere/ per delusione, fame, amarezza,/ anche io ho mancato al mio dovere di vita./ Ogni volta che vi ho lasciato e che voi/ mi avete lasciato non mi sono mai chiesta/ il perché, ma silenziosamente ho pianto”.
Quanto soffre una madre ad essere rinchiusa in una prigione, sapendo che a casa le sue figlie hanno bisogno di lei? Come soffre chi conosce la vita, e in completo asservimento alle sue regole spietate, è costretto a “lasciar andare” le sue creature? Vinto dal dolore, il cuore di Alda si rotola tra quegli strazi senza apparente via d’uscita, quando ad un tratto gli angeli paiono udire il suo assolo di dolore. Vestito d’un camice bianco, compare provvidenzialmente sulla scena un uomo “dolce e romantico”, neuropsichiatra e primario del Paolo Pini, il dottor Gabrici, che prende a cuore la sua situazione e inizia con lei un percorso di psicoterapia. Le mette a disposizione il suo studio e la sua macchina da scrivere, la esorta a coltivare la sua arte, intuendo che solo restituendola alla letteratura avrebbe potuto salvarla.
Parola-dopo-parola, Alda riprende giorno per giorno la misura di sé, attraversa le sofferenze del suo legame coniugale, le aspettative tradite, l’amore per le figlie, i sensi di colpa, le speranze. E gradualmente i versi riprendono a fiorire dalla sua penna.

Enzo Gabrici diventa così inconsapevole destinatario di diverse lettere, poesie e pagine di diario che saranno ritrovate e raccolte solo molti anni dopo, oltre trent’anni dalla loro stesura. Si tratta delle Lettere al dottor G (2008): un commovente epistolario d’amore e gratitudine, ove l’alchimia della parola diventa cifra d’umanità e di rinnovate energie spirituali.
Grazie a Gabrici, nel 1972, Alda può dunque tornare a casa; qui si alternano turbolenti alti e bassi in cui lei muore e risorge dalle proprie ceneri, fino al 1979, quando vince definitivamente la sua battaglia, dando corpo alle liriche più intense de La Terra Santa (1984), il suo capolavoro, incandescente rappresentazione della drammaticità dell’internamento e del suo riscatto:
Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.
Dal dolore all’amore: è sempre lì che approda Alda Merini. La sua poesia accoglie e rigenera l’esperienza manicomiale; il verbo cade e si risolleva, si solleva e ricade, attraverso rapidi scorci si assolutizza, diviene tagliente come una lama, gravido di disperazione e speranza, morte e resurrezione:
Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre,
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie
si scrivono davanti
a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Ed è così che la grande cassa di risonanza del manicomio – popolata da un continuo sferragliare di treni mentali senza destinazione, urla strazianti, odori acri, visioni allucinate di gente che si strappava i capelli e lacerava le vesti – diviene un’inaspettata Terra Santa in cui è paradossalmente più facile “toccare il paradiso”, incontrare il Messia, ultimo tra gli ultimi, uomo in mezzo a loro, folle di divino amore:
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso tra la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Nella Terra Santa la follia diviene incontro con il divino e la poesia è il verbo di quell’incontro, suggestivo soprassalto che trasforma il dolore in epifania, rivelazione che si fa carne ed urla “al Cielo/ tutto il suo amore in Dio”. Straordinarie sono le visioni poetiche e le sincere confessioni, prive di circonlocuzioni o falsi pudori, che vanno dritte al cuore di chi vi si accosta: indimenticabili pagine di fede e d’umanità, che raggiungeranno i vertici anni dopo nella Mistica d’amore.
Recita queste parole la Maria di Alda Merini nel suo Magnificat (2002):
Nessuna carezza
è mai stata così silenziosa
e presente
come la mano di Dio.
Ma io non ho visto
che in questa mano
c’era un solco di lacrime
che Dio ha impresso
sulle mie pagine bianche,
che si chiamava DOLORE.
Dio sia ringraziato per questo.
Dio sia osannato in eterno.
C’è una dimensione che supera la scrittura di molte misure, per autenticità: è il dolore. Solo quello congiunge i due capi dell’esistenza, la vita e la morte. Alda ne è stata investita e l’ha abbracciato; nei suoi incontri e scontri col fango del dolore, come un grande scultore, ha saputo plasmarlo e infine catturare l’essenza di ciò che siamo: piccoli frammenti di nulla lanciati verso una scintilla d’infinito.
Marilena Garis e Riccardo Peratoner