“L’amore reciproco tra uomo e donna è un’esperienza dell’immaginazione”: anche Lovecraft, il re dell’orrore, è stato innamorato pazzo…

Posted on luglio 07, 2018, 10:53 am
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Il 3 luglio è stato il compleanno di Kafka, morto il 3 giugno del 1924. Il 3 luglio sono entrato in una libreria, ho chiesto il carteggio di Kafka con Brod, secondo il sito online della libreria il volume era disponibile in quel punto vendita. La commessa, libraia sarebbe una enormità, a cui mi sono rivolto ha fatto avanti e indietro per i reparti e su e giù per gli scaffali, niente, l’epistolario di Kafka non si trovava, e io non mi scomponevo affatto, da tutto ciò che riguarda in qualche modo Kafka non mi aspetto niente di meno, e mentre aspettavo guardavo i libretti ordinati sul banco informazioni, è uno spazio dedicato alle case editrici più minute, ai volumi dai formati più ridotti, e scelgo, a caso, il Pacchetto de L’Orma Editore con le lettere di Lovecraft, dal titolo: L’età adulta è l’inferno. Non riesco a metterlo giù.

Dalla libreria infine esco non con Kafka, chissà in quale Castello o Tribunale o continente americano incongruo lui e Brod si saranno andati a ficcare, ma con Lovecraft, e nemmeno tanto per Lovecraft: per l’ottimo lavoro di Marco Peano che del piccolo volume blu carta da zucchero è il curatore. Poi, certo, anche per Howard Phillips Lovecraft, perché a trenta anni HPL già firmava le sue lettere: Nonno Theobald. Chi è Lovecraft? Per me, era lo scrittore dell’orrore che mi provocava emicranie rabbuianti quando ne leggevo i racconti. Quando anni dopo scoprii che Lovecraft soffriva di dolorose emicranie lui per primo, mi costrinsi al rispetto: la sua forma era allo stesso tempo la sua causa e il suo effetto. Per Marco Peano, Lovecraft è l’uomo di un amore solo.

LovecraftLovecraft ha scritto centomila lettere suppergiù, ne sono state rintracciate e catalogate un ventimila, Marco Peano ne seleziona in tutto diciannove, per raccontare la storia d’amore rimasta senza parole: delle lettere scritte e ricevute da HPL a e da quella che diventerà sua moglie non ne è sopravvissuta nessuna: la loro destinataria, Sonia Haft Green, ha fatto una cosa orribile, un’azione al cui cospetto le fantasie oscure di HPL sono favole della cupa buonanotte, le ha bruciate tutte. Le informazioni riguardanti la storia d’amore di HPL e di SHG sono dunque indirette, si ricavano tramite le lettere che HPL scriveva ai suoi conoscenti di penna, ma anche solo così sembra sia possibile ricostruire ogni cosa, la bravura di Marco Peano è nell’aver selezionato brevi stralci tutti illuminanti sulla personalità di HPL. Introdotti da poche frasi di spiegazione sulla loro circostanza i brani scelti rendono come superficiale tutto il resto: diciannove lettere bastano per farsi una idea esauriente di HPL; le altre centomila lettere potranno approfondire, ma senza riservare chissà quanto altro di nuovo. L’essenziale è stato intrappolato e oscenamente esibito.

Biografia di uno scrittore dell’orrore: una madre puritana e un padre impazzito quando tu hai tre anni e che muore in un ospedale psichiatrico cinque anni dopo, di sifilide, che non è esattamente un male che ci si becca osservando una condotta puritana; può bastare? Certamente occorre ben altro, coltivare il talento per esempio, per quanto vada riconosciuto che questi elementi aiutino, così come tornano utili alla ricetta un isolamento obbligato e una ricca biblioteca lasciata in eredità dal nonno amatissimo. Le lettere di HPL selezionate da Marco Peano raccontano però molto più di un orrore fantascientifico, metafisico ormai: dicono di un uomo che vuole riuscire piacevole e simpatico, che ha una fame siderale di poter provare le piccole cose irraggiungibili e comuni, e che non vuole perdere l’occasione di contraddire tutto quello che ha già scritto, ovvero che sta benissimo come sta e che di donne non ne vuole sapere. Lovecraft fa l’inaspettata esperienza abissale di un amore senza lieto fine, felice lo stesso, come ogni amore quando almeno lo è stato.

HPL è misogino e xenofobo, nutre pensieri verso ‘l’Ariano evoluto’ (lettera a Rheinhart Kleiner del 23 gennaio 1920), dunque non poteva che cadere in amore per una ebrea di sette anni più grande, vedova con figlia, abbastanza di mondo, conosciuta va da sé tramite il circuito epistolare che coinvolge la compagnia di giro del giornalismo dilettantesco al cui interno opera HPL; il raggio d’azione della fama di Lovecraft, Lovecraft vivente, non sarà mai più grande di questo. A quanto pare galeotta fu la lettera che HPL scrisse a SHG nel 1922, quindi precedente al loro matrimonio e scampata al grande rogo generale, una lettera redatta su questo tono analitico: “l’amore reciproco tra uomo e donna è un’esperienza dell’immaginazione (…)”; da sdilinquirsi proprio.

Per SHG HPL lascia Providence e la casa delle zie per New York: per Lovecraft è a tutti gli effetti un trasloco da una dimensione all’altra. Dal mondo delle decine di lettere scritte ogni giorno, anche di quaranta/cinquanta pagine l’una, inviate a uno stuolo di sconosciuti di carta, risultato di una fruttuosissima immobilità, al mondo del doversi trovare una fonte di sostentamento più robusta, specie quando SHG perde il lavoro e con le economie domestiche le cose si mettono male. Il tempo per conoscersi equivale a quello necessario per conoscere le proprie differenze e incompatibilità: litigi, allontanamenti, il fallimento matrimoniale, a Lovecraft succede quello che davvero i personaggi risucchiati nell’orrore dei suoi racconti non si sarebbero mai potuti immaginare: la vita.

Nelle lettere di HPL c’è tutta la sua fragilità: le vezzosità che si concede quando si firma (Il V.um dev. Serv.ore Theobaldus Fantrasticus, Il V. dev.issimo Serv.ore H. von Liebkraft, Reminiscentemente e patriarcalmente tuo, Lothario Honeycomb, XIII Conte di Stonybroke), la giocosità adolescenziale con cui appella i suoi corrispondenti (Bismillah, oh sceicco ul Islam!, scrive a James Ferdinand Morton Jr, nel 12 marzo del 1924, senza nessun preciso motivo che chiarifichi come mai gli sia andata di chiamarlo così), lo spirito estremo di auto osservazione tramite il quale è capace di esplorare il dettaglio di ogni minuto della sua esistenza, a un occhio esterno e distratto così vuota, ma per il suo così traboccante, e se durante una passeggiata a due con Sonia gl’è capitato di prendere la pioggia perché sprovvisto di ombrello, o di paracqua come viene tradotto HPL, perfetto gentiluomo amante dei termini desueti, eccolo a specificare: Il mio cappello di paglia del 1921 e il mio vestito estivo del 1918 erano ormai degni di essere indossati da Tritone, insieme alle alghe cui somigliavano”. Sempre uno sfoggio e uno spreco di descrizione, di commento, un eccesso di parole il cui movente non potremo mai stabilirlo noi: consisteva nel riempire un vuoto di esistenza o era una testimonianza del sovrappiù di sensazioni che HPL provava per ogni cosa? Chiunque ha vissuto nel deserto sa riconoscere una foresta nel più esile stelo d’erba, o così pare a me.

Più lo trovo inutilmente buffo e cialtronesco più HPL mi diventa caro, quindi sento di dovermi arrestare perché sto per effettuare l’errore più imperdonabile per un lettore: proiettare sé stesso nelle parole dell’autore che sta leggendo, e come si può desiderare di diventare tutt’uno con l’uomo i cui racconti ti provocano emicrania e la cui trama esistenziale sembra così sottile e impalpabile, fatta più di parole che delle cose che dovrebbero motivarle? Un uomo che di sé scrive la più amara delle confessioni nella lettera che indirizza a Rheinhart Kleiner il 23 gennaio del 1920: “(…) ho la fortuna di possedere un’immaginazione ben più vasta delle mie emozioni.” Come a dire: la mia immaginazione mi divora, è troppo più grande della mia vita perché la mia vita possa sopravvivere alla mia immaginazione. Suona come una condanna orribile. Insomma, quale uomo potrebbe voler proiettare sé stesso in questo orrore?

Antonio Coda