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“L’ottimismo è perverso”. “Una banda di idioti” di Toole scardinerà le vostre presunzioni

Un Don Chisciotte taglia extralarge, un pazzo convinto di essere un genio, uno della razza dei Leo Longanesi che sghignazza per non piangere. Tutte definizioni che calzano a pennello a John K. (Kennedy) Toole (1937-1969), autore di Una banda di idioti, romanzo cult pubblicato postumo nel 1980, e da allora amatissimo dai lettori (ancora oggi è nella lista dei “long sellers” americani) e premiato dalla critica con il Pulitzer nel 1981. E pensare che in vita Toole non riuscì a pubblicarlo, raccogliendo solo rifiuti dagli editori che giustificavano la loro scelta dicendo che «il libro non parla di niente». Il romanzo verrà pubblicato solo dopo la sua morte grazie alla testardaggine della madre. Per parte sua, Toole aveva già rinunciato a tutto, suicidandosi con il gas di scarico della sua macchina nella primavera del 1969 in riva al Mississippi.

Il titolo del libro è una citazione da Jonathan Swift, evidentemente tra fuoriclasse dadaisti irridenti e dissacratori ci si intende: «Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno lega contro di lui».

Il protagonista del romanzo è Ignatius J. Reilly, vero e proprio alter ego dell’autore. Una specie di gigante obeso, fannullone, sporcaccione e ipocondriaco, vestito con pantaloni informi, una camiciona a scacchi e un berretto di lana con paraorecchie e visiera perennemente in testa, che ha deciso di intraprendere una lotta senza esclusione di colpi contro tutto e contro tutti. Insofferente al perbenismo e ai luoghi comuni, odia i lavori che fa, la gente che incontra, la televisione che vede, il cinema, il sesso, la psicanalisi. In una parola, odia il mondo, perché ai suoi occhi manca di “teologia e geometria”.

Per portare avanti questa sfida totale si dedica anima e corpo a una sorta di abbrutimento fisico e sociale. Se volessimo dare un’idea del personggio lo potremmo descrivere come una specie di “giovane Holden” però in versione trash, tipo Bluto, quel personaggio repellente interpretato da John Belushi in Animal House. Non a caso, Belushi fu il candidato naturale al ruolo del protagonista in un film tratto dal libro che poi non è stato mai girato. Forse la cosa migliore è riportare direttamente le parole che lo stesso Ignatius Reilly usa per presentarsi:

«Mi rifiuto di “cercare di migliorarmi”. L’ottimismo mi dà il voltastomaco; è perverso. Sin dalla sua caduta, l’uomo è sempre stato in misere condizioni».

Il romanzo è ambientato a New Orleans negli anni Sessanta ed è una galleria di personaggi grotteschi e situazioni assurde. Impossibile riassumere la trama.

L’edizione italiana del libro, con la traduzione magistrale della figlia di Luciano Bianciardi, buon sangue non mente, è preceduta da una prefazione imbevuta di ideologia scritta da una delle tante “coscienze critiche” che vanno per la maggiore dalle nostre parti e di cui per carità di patria non farò il nome. Però vale la pena leggerla per confrontarla con il romanzo di Toole. Da una parte un campione del conformismo intellettuale italiano, uno dei tanti “finti ribelli al sugo di pomodoro” di casa nostra, dall’altra uno scrittore vero che non salva niente e nessuno e un romanzo che è quanto di meno “politically correct” ci possa essere. I bersagli di Toole sono sì le istituzioni tradizionali della società americana come la famiglia, l’esercito, l’istruzione, il lavoro, ma vengono fatte a pezzi anche la controcultura degli anni Sessanta, il femminismo, i gay, i neri. L’obiettivo della guerra personale di Reilly, e del suo creatore, non ha confini di razza, sesso o ideologia.

Per dare un’idea dell’aria grottesca e tragicomica che si respira tra le pagine del libro basta scegliere un passo a caso:

«Le manette e le catene hanno, nella vita moderna, funzioni del tutto diverse da quelle per le quali furono concepite. Se io fossi un costruttore edile e lavorassi in periferia, le installerei sulle palazzine di nuova costruzione. Scommetto che la gente, ormai stanca di guardare la televisione e di giocare a ping-pong, prima o poi proverebbe a incatenarsi, magari con soddisfazione. In breve tempo, diventerebbe l’occupazione preferita. Si sentirebbero mogli confidare alle amiche: “Ieri sera mio marito mi ha incatenata. È stato stupendo; voi avete mai provato?”. I bambini, dopo la scuola, correrebbero a casa dalle mamme già pronte a metterli in catene. Ciò avrebbe il duplice scopo di ridurre la delinquenza giovanile e di coltivare la fantasia che molto spesso nei ragazzi è obnubilata dalla televisione».

Una banda di idioti è un romanzo divertente e spietato, buffo e crudele, comico e tragico, ma soprattutto è a tutti gli effetti un romanzo nichilista. E Dio solo sa quanto bisogno ci sia di romanzi nichilisti in un tempo come il nostro, nel quale la vuota dittatura della resilienza, qualunque cosa voglia dire questo termine ripetuto all’infinito, ottunde la testa e il cuore di tanta gente.

Insomma, un libro formidabile. Uno di quei capolavori che fanno anche paura e che quindi bisogna cercare di anestetizzare in qualsiasi modo. Confesso che sono rimasto perplesso quando ho scoperto che a New Orleans hanno dedicato una statua in bronzo a Reilly, il protagonista del romanzo. Un omaggio a John Kennedy Toole o la prova che questo porco mondo schifo digerisce tutto e tutti?

Silvano Calzini

 

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