04 Febbraio 2025

Tamio Hōjō o della scrittura come lebbra

Nell’agosto del 1934, lo scrittore giapponese Yasunari Kawabata riceve una lettera che avrà un’importanza particolare nella sua vita. Un ragazzo di diciannove anni, dice di chiamarsi Tamio Hōjō, chiede di diventare suo allievo.

“Dopo tre mesi di ospedale, infine, prendo la penna e scrivo. Non sono così diverso da una persona sana, ma presto, tra dieci o quindici anni, non solo le braccia, le gambe, gli occhi e il resto del corpo diventeranno insensibili – ogni parte del mio corpo marcirà, cadrà – è certo. Quando ci penso, penso che per me non esiste altro che la morte. Ma non posso morire. Non posso morire. In questo caso, cos’altro potrei fare se non vivere?”. 

L’anno prima, insieme ad altri amici, Kawabata ha fondato la rivista “Bungakukai”, che diverrà, in breve, la più autorevole del contesto letterario nipponico. Quanto a lui, alla ricerca di una lingua impeccabile, appena intravista, ha già pubblicato La banda di Asakusa, ma soprattutto alcuni racconti capitali, La danzatrice di Izu e Immagini di cristallo

Il ragazzo, Tamio, gli scrive di aver cominciato a scrivere, quindicenne, dopo aver letto Dostoevskij. Tra i contemporanei, ama Kawabata e Takiji Kobayashi, lo scrittore comunista morto nel febbraio del 1933, a 29 anni, in seguito alle torture inflittegli dalla polizia. Nelle fotografie, Tamio indossa il kimono, ha gli occhiali tondi e una folta chioma. Ha scritto anche ad altri scrittori, senza ricevere altro che qualche incoraggiamento di circostanza – vincendo il timore, ha scritto a Kawabata. Poco dopo essersi sposato, gli è stata diagnosticata la lebbra; così, si è separato da tutti, inoltrandosi tra le aule del Tama Zenshōen Sanatorium, alla periferia di Tokyo. 

“Naturalmente, ci sono molte persone in ospedale che amano la letteratura: si rifugiano, per diletto, nell’haiku, nella poesia, senza il desiderio di vivere autenticamente l’atto letterario. Nessuno, forse a causa della propria invalidità, che provi davvero a studiare la lebbra”. 

Minato dalla lebbra, minato nel nome. Tamio Hōjō, in realtà, non si chiama così. Un secolo dopo la sua nascita, nel 2014, è stata resa nota la sua reale identità. Il ragazzo si chiamava Shichijō Kōji: nato in Corea del Sud, orfano di madre, è stato cresciuto, insieme al fratello più grande, dai nonni, ad Anan, in Giappone, in una famiglia relativamente benestante. I primi segni del male appaiono nel 1930; il fratello, tubercolotico, muore due anni dopo. Alla quarantena a vita, segue l’esilio familiare: mascherare il nome, per evitare infamia, per impedire che il governo supponga che il male infetti l’intera stirpe, venga a confiscare averi. Così, in furia, il ragazzo divorzia, i nonni lo allontanano, s’inabissa in sanatorio, nel sempre dei malati, morirà dopo poco. Da ragazzino, a scuola, gli piaceva giocare a baseball. 

Non è un caso che nell’estate del ’34, quando riceve la prima lettera dal ragazzo lebbroso, Kawabata cominci a scrivere il suo capolavoro, Il paese delle nevi. In quel libro, rarefatto fino a consunzione, il bianco divora tutto – è un romanzo all’osso, quello. Quel romanzo disfa l’intero corpo della letteratura giapponese, come una lebbra. 

Kawabata è sopraffatto dalla forza narrativa del ragazzo: la sua prossimità con la morte – una morte percepita in ogni singolo istante, in ogni singolo singulto – lo rende una rivelazione. Nel suo dire c’è una nitidezza senza esitazioni, scevra da infingimenti letterari – la spaventosa calma del corpo inerme. 

Così gli scrive, in un’altra lettera, il ragazzo, rimarcando la propria autonomia come scrittore:

“Non credo esiste qualcosa come ‘letteratura sulla lebbra’: se esistesse un genere simile, lo eviterei. Le persone possono identificare ciò che scrivo come vogliono, letteratura della lebbra, letteratura ospedaliera, come gli pare. Quanto a me: voglio semplicemente scrivere dell’umano. Nient’altro. La lebbra non è che un caso in questa scrittura sull’umano”. 

La prossimità con il male – mano nella mano con il male – per dire qualcosa di mai detto sull’uomo, sull’umano. 

Proprio in quegli anni, come mai prima, Kawabata è sedotto dalla morte – dal dire la morte, con parola che sana. Nel 1933, colpito dalla fine del pittore avanguardista Harue Koga, reso alla sifilide e alla nevralgia, aveva scritto uno dei suoi saggi più potenti, Gli occhi negli ultimi istanti. Il saggio – secondo lo stile di Kawabata – si snoda tra diversi strati di reticenze, come un labirinto di lenzuola; a un certo punto è scritto:

“Giunto al letto di morte vorrei dimenticare del tutto la letteratura… Io non ho mai, nemmeno una volta, osato guardare la morte in faccia. Quando verrà quel momento, annasperò con le mani nel vuoto fino all’ultimo respiro, come per preparare un nuovo manoscritto”. 

In quel saggio, Kawabata parla anche del suo amico e maestro Akutagawa Ryunosuke, morto suicida dopo aver scritto il racconto-testamento Appunti per un vecchio amico, in cui descrive, con scrittura di cristallo, scevra da drammi, il prossimo suicidio. In quel racconto, Akutagawa scrive che proprio in virtù della morte imminente può scorgere, finalmente, la meraviglia enigmatica del mondo: 

“So solo che per me la natura non è mai stata così bella. Riderete forse di questa mia incoerenza: amare tanto la bellezza della natura e pensare al suicidio. Ma è proprio qui, davanti ai miei occhi negli ultimi istanti che si riflette questa bellezza”. 

Uno scrittore dovrebbe scrivere sempre così, con gli occhi negli ultimi istanti. Scrivere con etimo d’addio. 

Nel ragazzo che dice di chiamarsi Tamio, Kawabata scorge qualcosa di più di questo. Rispetto ad Akutagawa, Tamio non vuole morire. È la lebbra a corrodergli gli occhi, a bruciargli gli ultimi istanti. Quel ragazzo non vuole uccidersi. Vive perché sa di dover morire – scrive per detronizzare la morte. 

Forse è per questo che quando Kawabata sceglie di pubblicare su “Bungakukai” il racconto più bello del ragazzo scandito dalla lebbra, gli cambia titolo. Il racconto, secondo le intenzioni dell’autore, si chiama “La prima notte”. È un racconto lungo in cui Tamio, schermato da un alter ego, Oda, racconta il suo ingresso in sanatorio. È un racconto duro, scritto secondo i modi della letteratura ‘espressionista’; si dice del male, del sistema concentrazionario della ‘salute’. In appendice, ne abbiamo tradotto un brano: Oda è nell’orda di un incubo. Lo stile, senza mediazioni, incalza. Il racconto è stato tradotto, da tempo, in inglese e in francese, su rivista; recentemente da una casa editrice argentina, También el caracol, che si occupa di “literatura japonesa”.  

Kawabata sceglie di modificare “La prima notte” in “La prima notte della vita”. Non che la morte sia l’ingresso nell’altra vita; è questa presenza costante della morte, questa morte appollaiata a sé, a rendere viva la vita. Per quel ragazzo, la vita è sempre la prima volta – per quel ragazzo, è più facile morire che vivere.  

Qualche mese prima, Kawabata aveva pubblicato un altro racconto di Tamio Hōjō, ma è con quello, “La prima notte della vita”, che il ragazzo – per gli effimeri giorni che gli restano – conquista una sua autorevolezza. Il racconto è nominato al premio Akutagawa, il più importante riconoscimento giapponese a uno scrittore. In giuria ci sono Kawabata e Tanizaki, tra gli altri; il ragazzo non vince – non può vincere. Kawabata parla di una “purezza” da custodire – ma sono loro, i letterati, che hanno bisogno dell’impurità per parlare di purezza. Il ragazzo muore il 5 dicembre del 1937, di mattina, aveva 23 anni – oggi la sua opera fa pienamente parte della storia della letteratura giapponese. Pochi mesi prima della sua morte, Kawabata aveva pubblicato Il paese delle nevi

Nella fascinazione di Kawabata per quel ragazzo agisce, per reminiscenze occulte, il monito evangelico. Nella Bibbia, il lebbroso “è impuro e lo dovrà dichiarare impuro” (Lv 13, 44); eppure Gesù rovescia i canoni, si avvicina al lebbroso, lo estirpa dalla lebbra (Mt 8, 2); a Betania abita “in casa di Simone il lebbroso” (Mt 26, 6). 

Bisogna attraversare il lebbroso. Ancor di più. Bisogna abbracciare il lebbroso. È questa la grande ‘conversione’ di Rilke, il suo grande raggiungimento:

“Bisogna abbracciare l’orribile, il ripugnante, il tremendo così come il Saint-Julien l’Hospitalier di Flaubert ha abbracciato il lebbroso… L’orrore è tale perché non ha figura. Non amarlo o abbracciarlo, ma dare ad esso figura, questo è il compito… Le cose sono salvate dalla perdita irrimediabile nella loro stessa morte dal mutamento della forma che noi siamo in grado di operare su di esse”.

Franco Rella, in: Rainer Maria Rilke, Verso l’estremo. Lettere su Cézanne e sull’arte come destino, Pendragon, 1999

Non basta amare il lebbroso, perché non basta il nostro “lo voglio”, come basta a Gesù, per purificarlo – cioè, per purificarci. Non bastano supplica e compassione. Lo scrittore deve scrivere, deve rassegnare la forma all’infinito. Nella sua parola, vita e morte siano sponsali, vivi e morti siano uno: tutto è l’ultimo istante perché è il primo; tutto è sguardo; tutto è pieno di occhi; tutto è carezza; tutto è lebbra che imbianca le nostre impurità; tutto è tutt’uno, e di questa nudità ci nutriamo. 

***

Prima notte di vita

Tutto è bianco – bianco, maculato di blu. Come se fosse luna piena. Ma la luna non c’è. Non sa se è notte – se è giorno. Semplicemente, è in un campo bianco maculato di blu. Luce. Oda scappa. Oda corre. Il petto romba, gli è difficile respirare. Ma se si ferma sarà ucciso. Corre per salvarsi. Gli inseguitori lo raggiungeranno. Sono rapidi. Gli sono addosso. Li sente e il cuore ora batte nel cervello. I piedi sono un groviglio di corde. Inciampa. Ancora. Ancora. Deve fare in fretta, deve nascondersi. Si accuccia, pietrificato, guarda davanti a sé. La siepe di agrifoglio. Ma non può muoversi. Le urla degli inseguitori nelle orecchie. Una piccola forra, un greto senz’acqua. Salta – selvaggio – gambe risucchiate dalla terra. Paura. Gambe risucchiate ancora. Ancora. È immerso nel fango fino alla vita. Si dibatte. Avesse gli artigli. Fango che sale. Che sale alla vita, allo stomaco, alla gola. Palude – corpo immobilizzato. È esausto e gamba non si muove. Ansima e l’occhio guizza, sguazza. Gamba non si muove. Ansima. Urla rapaci sopra il suo cranio. Quel coglione morirà, per quanto possa scappare, morirà. Prendiamolo, mettiamolo al rogo. Clangore di voci in avvicinamento. Passi assordanti, echeggiano come il tuono. I peli del corpo diventano aghi, la schiena è una vipera. E gamba non si muove. E ansima. 

Mi uccideranno. Nodo in fiamme che sale dalle interiora, rotola in gola: ma le lacrime sono arsura. Lacrima pietre. Si rende conto di essere ai piedi di un albero di mandarini. La pioggia cade, sera pari a un deserto. Si accorge – senza sapere quando né perché – che indossa un cappello di paglia, un kimono bianco, dei sandali. Poveri sandali di corda. Lontano: le voci degli inseguitori sono dense, come un ruggito. Sembra che lo vogliano raggiungere. Allora, si accovaccia presso le radici dell’albero, trattiene il respiro. Una voce ride sopra la sua testa. Alza lo sguardo. Saeki. Un Saeki minaccioso, imponente, il doppio di sé. Lo fissa dalla cima dell’albero. La lebbra è scomparsa, il viso straordinariamente bello. Che belle sopracciglia, così folte – Oda, meccanicamente, si tocca le sopracciglia: non ci sono. Oda è glabro, pallido, magro. La sua pelle è liscia. È carta. Il dolore lo squassa, piange. Saeki comincia a ridere. 

“Hai ancora la lebbra”, dice, dalla cima dell’albero. 

“Saeki-san, la tua lebbra… è guarita?”, chiede, Oda, voce che esita, voce fringuello, deferente. 

“Guarita. In ogni momento si può guarire dalla lebbra”. 

“Allora… posso guarire anch’io…”.

“No. Tu non puoi guarire. Tu non guarirai. È un peccato”.

“Cosa devo fare per guarire? Dimmelo Saeki-san. Dimmelo, ti prego”. 

Saeki ride. Le sopracciglia così folte. 

“Ti prego. Te lo chiedo umilmente. Ti prego”.

Oda intreccia le mani in supplica, si inchina. Sembra pregare. Un sussurro lo scuote. 

“…e perché mai dovrei dirtelo? Tu morirai. Morirai perché sei già morto”. 

Saeki ride, ghigna, urla con voce che assorda. “Tu stai ancora cercando di vivere! Tu vuoi vivere! Tu tenti di vivere!”. Sguardi fulminei verso Oda. Occhi enormi, terrificanti. Oda pensa che siano più spaventosi degli occhi artificiali, più spaventosi degli occhi di vetro. Cerca di scappare. Ma è tardi. Saeki salta dall’albero. Il gigantesco Saeki afferra Oda. Oda agita le braccia, scalcia. Il gigante non si flette. Gamba non si muove sotto il peso del gigante. 

“Ora brucerai”. Saeki cammina. Enorme colonna di fuoco davanti a loro. Vortice di fiamme. Ridono. Mi getterà nel fuoco. Lotta per la vita. Invano. Cosa devo fare, cosa devo fare. Il vento arde e gli scardina il viso, il corpo è viscido, suda. Saeki cammina con calma verso quel colonnato di fiamme. Portali di fiamme. Oda si aggrappa a lui. Saeki comincia a farlo oscillare verso il fuoco. Fiamme che sembrano sorgere dal suo viso. Oda è disperato. 

“Mi stanno uccidendo. Mi stanno uccidendo. Quest’uomo mi sta uccidendo!”. 

Tamio Hōjō

Gruppo MAGOG