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“Per chi suona la campana è uno dei romanzi più mediocri mai scritti, ma non se n’è accorto nessuno perché è di Hemingway”. Una lettera di Charles Bukowski

Giacomo Leopardi sarebbe d’accordo con Charles Bukowski. Il mercato editoriale – o meglio: un certo ozio culturale – predilige l’autore all’opera, la ‘griffe’ al contenuto reale. Così, diceva Leopardi nel “Parini ovvero della Gloria”, accettiamo Virgilio e Ariosto perché ci hanno detto che sono grandi, e noi, imbambolati dal dire comune, ci accontentiamo di ciò che ci dicono. Siamo pigri, ignoriamo che lo scrittore, il poeta, è lì in sfida perpetua, tra altare e ghigliottina. Così, dice Bukowski, accettiamo ogni romanzo di Hemingway perché è “un Hemingway” e la poesia ripetitiva di E.E. Cummings perché è “un Cummings”. Discorso vasto e intrigante. Qui Bukowski scrive a John William Corrington (1932-1988), poeta, romanziere, narratore, grande scrittore per il cinema (“The Omega Man”, “Battle for the Planet of the Apes”); insieme alla moglie ha scritto trama e puntate di celebri soap come “General Hospital” e “Capitol”.

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22 febbraio 1961

Solo due righe. Sono smanioso, malato e tremo; non ho nessun disturbo, penso sia solo qualcosa che devo buttare fuori dal sistema, e se ce la faccio, buon per me. Non è per tagliare corto, ma la tua ultima lettera ha fatto più luce di una centrale elettrica. Quella frase mi dà allo stomaco. Vedi con quanta facilità si parla tanto per parlare? Non voglio farti torto con discorsi inconcludenti… ti ripeto che stamattina non vedo oltre al mio naso.

Ce n’era un altro che mi ha scritto per un po’. Ma di cosa? Di nuovi elenchi di riviste, del redattore che ha conosciuto per strada. Questo tizio vive con i redattori, ci dorme insieme, ci va alle feste, ficca il naso in ogni buco e, in un certo senso, per lui, ripaga. Fa un sacco di pagine e le sue poesie sono piene di STELLE MARE NOTTE MORTE AMORE FERITA e continua tu. Il nome non importa e lo puoi moltiplicare per i fili d’erba acciaccati che mi spiano dalla finestra in affitto al terzo piano. Ho dovuto fargli il culo in una poesia per fargli smettere di scartavetrarmi in eterno le budella.

Cummings, sì, a volte. Lo limita il fatto che ha concepito una forma in cui è facile cadere. Intendo che può dire pressoché tutto o niente, lo ripassa nella sua solita forma e un sacco di gente ci crede. Questo è E.E. Cummings, dicono, come se dicessero questo è un Van Gogh e ogni facoltà critica viene meno perché ormai hanno abboccato. È difficile convincere la gente, ma una volta che ci crede, ci crede e poi non dice no neanche con una pistola puntata alla testa. Non va bene. Per chi suona la campana è uno dei romanzi più mediocri mai scritti, ma non se n’è accorto nessuno perché è di Hemingway. Non se n’è accorto nessuno se non un altro autore, talmente vicino da riconoscerne la puzza. Nessuno si è accorto che un’opera minore come Avere e non avere è davvero arte. E non mi piace la parola “arte”. Come traspaiono dalle parole le banalità che ci infilano dentro e come ci allontanano da queste parole. Avevo una moglie, una volta, che ha divorziato da me perché, più nella sostanza che nella realtà, non le avevo mai detto che l’amavo. Come avrei potuto dirlo senza tirare in mezzo Hollywood e il mio vicino di casa e il patriottismo e la tosse del barbiere e il culo del gatto?

Davvero Bill, sto male stamattina. Devo lasciarti. Tuo,

Charles Bukowski

*Da Charles Bukowski: Living on Luck: Selected Letters 1960s-1970s, Volume 2, a cura di Seamus Cooney, Black Sparrow Press, 1995. La traduzione è di Valentina Gambino

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