Come si sa, Herman Melville muore il 28 settembre del 1891; pochi mesi prima, in maggio, aveva pubblicato il suo ultimo libro. Timoleon Etc. esce per la The Caxton Press in venticinque copie; non risulta repertorio di recensioni. L’ultimo libro pubblicato da Melville in vita accoglie quarantadue poesie, alcune delle quali – nella sezione “Fruit of Travel Long Ago” – dedicate ai viaggi in Italia – Venezia, Pisa, Milano, Posillipo –, in Grecia, in Siria e in Egitto. Si capisce, tuttavia, che si tratta di un viaggio interiore; soprattutto, di un viaggio nel tempo. Quando scrive In the Desert, inevitabilmente, Melville pensa all’esodo della sua anima, alla sua vita da latitante al tempo, a quel deserto che, quarant’anni prima, aveva chiamato oceano, aveva nominato Moby Dick.
Dal 1866, il grande scrittore lavorava come ispettore di dogana al porto di New York: il figlio primogenito, Malcolm, si era sparato in gola poco dopo l’arrivo nella capitale; il secondogenito, Stanwix, era morto nel 1886 di tubercolosi, solo, in un albergo di San Francisco. Roso dalla stessa inquietudine del padre, si era imbarcato, diciottenne, per la Cina; fu a L’Avana, a Costa Rica, in Nicaragua – fu ovunque, sempre in fuga da sé.
Diciannove copie di Timoleon Etc. sono custodite in collezioni librarie americane; le altre sono di privati; tempo fa, se ne è vista una da Christie’s, battuta per oltre 80mila dollari. Il libro è dedicato “To my Countryman Elihu Vedder”, il pittore simbolista che aveva illustrato, tra l’altro, l’edizione americana delle Rubayat of Omar Khayyam di Edward FitzGerald. Nato a New York, Vedder si trasferirà a Capri; è sepolto, dal 1923, nel cimitero acattolico di Roma: amava le poesie di William Blake e di Yeats. Un’opera di Elihu Vedder, L’uomo che interroga la Sfinge, del 1863 – l’anno in cui Melville compra casa a New York – è stata scelta dall’editore Adelphi per decorare la copertina de Il crepuscolo dei pensieri, raccolta di corrosivi aforismi di Emil Cioran.
Per dire: nel pieno del ‘progresso’, siamo in un mondo di reinventato Oriente, di sibille e di oracoli, di angeli che sibilano, di verità che germinano dalla sabbia. Tra i Preraffaelliti e Cthulhu non c’è distanza: importa l’anelito all’altro, mostruoso o superbo esso sia. Per certi toni, le ultime poesie di Melville – che hanno poco in comune con i due lari della poesia statunitense: Emily Dickinson e Walt Whitman – preannunciano quelle di Borges: appaiono i magi, i sapienti di Persia, e la mitica Lamia, il torso dissotterrato di Ermes, la Shekinah, la presenza femminile di Dio, e i frammenti dissotterrati “di un perduto poema gnostico del XII secolo”. In una poesia, Buddha, Melville implora di essere annientato nel Nirvana; su tutto, l’idea di un assedio di simboli e segni, spesso inesorabilmente inspiegabili – “…vi erano molti segreti inconfessati nella vita sua propria”, scriverà Julian Hawthorne, il figlio di Nathaniel, che aveva fatto visita a Melville nel 1883. In particolare, una poesia – Lone Founts – segnala l’estraneità dell’autore al proprio tempo: egli è orientato alla tradizione degli “Antichi”, si pone in favore dei “Posteri”.

L’ultima poesia di Timoleon Etc., l’unica della sezione “L’Envoi” – che funge, appunto, da congedo, da commiato, da punto di fuga e di clausura – s’intitola The Return of the Sire de Nesle: sovrapponendo maschere geografiche – il fiume Aras/Araxes che passa per Turchia, Armenia e Iran, e il monte Qāf/Kaf dove secondo la mitologia persiana dimora il Simurgh – e temporali – siamo in un non circoscritto 16** – Melville narra la dolcezza del ritorno, la benedizione di perdersi in un abbraccio. È poesia dell’approdo, questa, del congedo da una vita dedicata alla ricerca di enigmi geografici e spirituali, della risacca dall’infinito investigare, “perché terribile è la terra”. Era una delle poesie preferite da René Char; vi ha scritto belle pagine – soprattutto, sull’importanza del Melville poeta – Giuseppe Nori su “Lea. Lingue e letteratura d’Oriente e d’Occidente” (Ritorni. Leggere e tradurre la poesia di Melville in Italia, “Lea” 9, 2020, pp.533-551).

Naturalmente, riferendo della sua morte, nessuno citò Timoleon Etc. Il giornalista del “New York Times” accennò alla raccolta di poesie sulla guerra civile, Battle-Pieces and Aspects of the War: scrisse che quello, uscito nel 1866, era “l’ultimo libro” di Melville, “un completo fiasco”. Nel 1888, a proprie spese, in venticinque copie, Melville aveva pubblicato per la The De Vinne Press un’altra raccolta di versi, John Marr and Other Sailors with Some Sea-Pieces. Anche in questo caso, il libro passò quasi del tutto inosservato: Richard Henry Stoddard, critico del “New York Mail and Express”, scrisse che “Nonostante i torbidi difetti, Melville è uno scrittore di indiscutibile talento, un poeta i cui versi sono caratterizzati dalla stessa selvaggia immaginazione dei romanzi”. Dodici anni prima, per G.P. Putnam & Company, l’irrefrenabile Melville aveva stampato, in due volumi, il romanzo in versi Clarel: quel “Pilgrimage in the Holy Land”, che svaria tra gli apocrifi e le teorie di Darwin, è il più lungo poema della letteratura americana, conta 18.273 versi. Il libro, pagato dallo zio, Peter Gansevoort, fu pressoché ignorato, quando non dileggiato (“È impossibile lodare il pellegrinaggio lirico di Melville. È tristemente poco interessante. Neppure agli dèi è concesso essere noiosi; e Melville non è certo un dio”, scrisse il “New York Galaxy”). Clarel, “tardo capolavoro melvilliano” (Robert Milder), piacque a Elémire Zolla: ne tradusse alcuni brani – coerenti con l’introduzione monstre – editi da Adelphi nel 1993, il libro risulta “attualmente non disponibile”; Ruggero Bianchi lo ha tradotto integralmente per Einaudi, nel 1999, ma anche quella versione risulta “non disponibile”. Roberto Mussapi, complice traduttore di Melville, ha invece tradotto alcuni testi come Poesie di guerra e di mare per Mondadori.
Il pio giornalista del “New York Times”, piuttosto, fece leva sul sentimento patriottico – “non possiamo sostenere che Mr. Stevenson abbia sottratto a Melville il titolo di grande narratore dei mari del Sud” – e sul tema, sempre onnipotente, dei capricci della fama:
“Quarant’anni fa, la pubblicazione di un romanzo di Herman Melville era considerato un evento letterario, non soltanto nel nostro paese ma in tutta l’area anglofona… Eppure, quando – è accaduto di recente – uno scrittore britannico ha chiesto ad alcuni letterati di New York cosa ne fosse stato di Melville, nessuno fu un grado di rispondergli, quasi nessuno ne aveva mai sentito parlare. I libri che hanno fondato la reputazione di Melville sono finiti da tempo fuori catalogo. Il rapido oblio di un uomo un tempo tanto celebre, sopravvissuto allo svanire della propria fama, è quasi inspiegabile… Chiunque, incuriosito dalla notizia della sua morte, torni ai libri di questo autore, così letti e discussi quarant’anni fa, farà fatica a comprendere perché non sono più letti né discussi. L’eclissi totale di questo luminare della letteratura pare uno sfrenato capriccio della fama. In ogni caso, la sua caduta è un monito, trasmette una morale al contempo violenta e salvifica per i romanzieri popolari di oggi”.
È bello che Timoleon, l’ultimo libro pubblicato in vita da Melville, il suo congedo dal mondo, sia corredato da Etc. Certo, Etc. sta per “and Other Ventures in Minor Verse”, come scrivono in tanti. Ma il titolo è proprio quello: Timolen Etc. Che è come dire: la storia continua, il bello deve ancora arrivare – seguitemi. In quel crudo Etc. s’intravede la zattera e la baleniera, l’isola tropicale e il capodoglio, la secca e la corsa, il nonno con la nipote sulle ginocchia, la luce che posa, canina, lingua fuori, nella sala dell’appartamento di New York – e una porta sull’altro mondo. Aprila, è ora.
***
Da “Timoleon Etc.”
Il nuovo zelota del Sole
Ti volgi, Persiano
esaltato dal sacrificio
dove latra l’adulatore,
e l’uomo si prostra, volto basso,
aderisce a riti di cui conosce
tutti i culti.
Il tuo è dominio arcano:
scagli il tuo dardo abbacinante
dalle pianure dell’Asia
dove molte balenarono lance
di molte selvagge e penetranti
orde guidate dal pastore Caino.
Tra terrore e frastuono
gli dèi conquistarono la tua India
e la genia di Brahma fu feconda;
arrivarono sopra carri, con le falci
srotolarono il loro impero a Ovest
si impossessarono della notte, e fu porpora.
Chimico, tu estrai
dai climi orientali l’erba magica
che dona clamore al sogno –
trapianti tra miti e superstizioni
Uri e infermi, i deliranti sermoni
dell’estremista Calvino.
Cosa accadrebbe se la tua vita
all’alba dei tempi, costringesse alla fuga
le furibonde tribù del Caos
e non si sbriciolassero queste lance
brutali come anarchici, e frode e paura
sorgessero su questa erbaccia d’uomo?
Ma la Scienza
nutrirà un più ampio effluvio
un potere ben più vasto del tuo –
soffocherà le ombre che non sei riuscito
a scacciare e investigando ogni segreto
perfezionerà la tua luce.
*
Fonti solitarie
La gloriosa fiaba della giovinezza presto
svanisce, non fissare il mondo con occhi
mondani, non mutare come muta il vento.
Piuttosto, che nulla ti sorprenda:
stai dove siederanno i Posteri;
stai dove gli Antichi posavano prima di te
e immergendo la mano in solitarie fonti
bevi alla sapienza che mai muta
saggio allora, saggio ora – e per sempre.
*
Il Tessitore
Da anni, in un covo di fango
tesse il velo per il santuario di Arva:
uomo solo su un telaio solitario
ombra imbrattata al muro.
Il volto è contratto, curvo il corpo
ignora passatempi e vino
vive recluso, da tutto si astiene
lui che tesse per il santuario di Arva.
*
Il canto di Lamia
Scendi, scendi!
è piacevole la via che cala
dalla solitaria Alpe
dallo scalpo invernale
verso i mirti di maggio.
Vai, allora, vai:
vieni, montanaro!
e una corona avrai per premio.
Vieni, allora, vieni!
le cateratte si congiungono
all’inno, mentre vaghi
è così bella la via che scende!
*
L’entusiasta
“Anche se mi uccidono, confiderò in Lui”
Soltanto i cuori alieni alla viltà
arretrano ai magnanimi anni della giovinezza –
l’ignobile trattiene soltanto
ciò che doma le sue paure;
gli spiriti che adorano la luce
perfido prendono il suo sacro splendore
si volgono al pettegolo e si conformano
forse a ciò che tutti dicono giusto?
Il Tempo striscia ed è freddo
renderà timoroso il cuore
pieno di pietà per i senza cuore
arruolati insieme ai poltroni al mercato.
Fede che abiura i cieli
pallida prova la indurrà
a scansare l’immobile Verità, la solitaria
tra il frastuono delle gregarie menzogne?
Incendiate i velieri alle spalle di Cesare,
Fiamme – nessuno ritorno attraverso di me!
Accendi la torcia per slacciare i legami
perché ogni legame è una tentazione.
Non tremare su cala la notte
cammina attraverso le nuvole per trovare
il palio, e se la luce ti abbandona
non crollare mai dalla fedeltà all’oggi.
*
Arte
Nelle ore placide sogniamo compiaciuti
molti impavidi progetti ancora astratti.
Poi occorre dare una forma e creare la vita
ciò che è dissimile deve accoppiarsi e coagulare;
che si sciolga la fiamma, raggeli il vento;
triste pazienza – energia in gioia;
umiltà – ma anche: orgoglio e disprezzo;
istinto e ragione; odio e amore;
audacia – riverenza. Tutto deve fondersi
e accoppiarsi con il mistico cuore di Giacobbe
per lottare con l’angelo – Arte.
*
Nella soffitta
Gemme e gioielli si accalcano
sontuosi come la sapienza:
per me, per strappare dagli abissi
dell’Arte il trofeo inafferrabile.
*
Buddha
“Cos’è la vita? È
fumo che appare per
poco e presto svanisce”
Da niente a niente nuota
e svanisci, tu che aspiri al nulla!
I mondi singhiozzano, il dolore
della specie sopporta in silenzio –
Nirvana! Assorbici nei tuoi cieli
annullaci in te.
*
Frammento di un poema gnostico del XII secolo
Fonda una famiglia, costruisci uno stato,
l’evento previsto è lo stesso:
la materia non cesserà
la sua antica e brutale presa.
***
L’indolenza è alleata al cielo
l’energia è figlia degli inferi:
il Buon Uomo è puro come una brocca
ma i pozzi, avvelenati, traboccano.
*
Dissotterramento di Ermes
Quante forme divine, di diamantina
bellezza, scolpiti semidei
e marmi eroici senza rivali
dormono sotto le erbose zolle
del Lazio, o sono persi tra le sabbie
alluvionali dei fiumi greci.
Scavare per ritrovarli è molto
meglio che setacciare aride terre
per cercare lo sterile oro
e averne piene le mani.
*
Nel deserto
La Notte del Faraone, di cui
cantano i maghi ebrei, dalle
fiamme Tebane, mi ha tentato
in questo veritiero Mezzogiorno.
Come vuoto oceano nella quiete blu
ondeggiano forme eteree;
in un unico fluido orifiamma
Dio scaglia il suo stendardo di fuoco.
Combattendo con i fieri Emiri
Napoleone ha ottenuto una grande
vittoria: da parte a parte trafigge la sua
spada, ma gli artiglieri crollano
artigliati dalle baionette del sole.
Santa santa santa Luce!
Immateriale incandescenza
dell’essenza di Dio
Shekinah dalla luce intollerabile.
*
Il ritorno del Signore di Nesle
A.D. 16**
Infine, le mie torri! Questo vagabondare
sfiorisce, la sete è placata in più vasta violenza:
risacca dell’infinito anelito
perché è terribile la terra.
Kaf preme le nutrite rupi nella nebbia:
Araxes si gonfia oltre portata
e la sapienza che guadagna il pellegrino
trabocca dalle umane rive.
Ma tu, mio rifugio, il tuo amore
che permane è il solo e unico bene!
Sono stanco di fissare lo sciame del mondo
la mia benedizione è abbracciarti.
Hermann Melville