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“Balbettare e balbettare”. Giorgio Agamben su Hölderlin

Una simile vita non è tragica, se la tragedia, nella definizione canonica della Poetica di Aristotele, implica innanzitutto il carattere decisivo delle azioni per un soggetto (“la tragedia è imitazione non di uomini, ma di un’azione… gli uomini non agiscono per imitare i caratteri, ma assumono i caratteri attraverso le azioni”, 1450a, 16-22). Se la tragedia è la sfera dell’azione imputabile, nella commedia, per converso, l’uomo sembra deporre ogni responsabilità per le sue azioni. Il personaggio comico agisce per imitare il carattere, e, in questo modo, abdica a ogni responsabilità per le proprie azioni, che sono alla fine solo lazzi e gesti insensati, come le cerimonie che il poeta mette in scena per i suoi visitatori nella torre. Se Hölderlin a un certo punto abbandona il paradigma tragico, questo non significa che egli scelga semplicemente la forma della commedia. Piuttosto, ancora una volta, egli neutralizza l’opposizione tragico/comico, in direzione di una parola che non è né tragica né comica, ma per la quale ci mancano i nomi. L’abitazione dell’uomo sulla terra non è una tragedia né una commedia, è un semplice, quotidiano, trito dimorare, una forma di vita anonima e impersonale, che parla e fa gesti, ma alla quale non è possibile imputare azioni e discorsi.

La vita di Hölderlin costituisce, in questo senso, un paradigma in confronto al quale le opposizioni categoriche che definiscono la nostra cultura vengono meno: attivo/passivo, comico/tragico, pubblico/privato, ragione/follia, potenza/atto, sensato/insensato, unito/separato. Proprio per questo, in quanto dimora in una soglia indecidibile, non è facile misurarsi con essa, provare a ricavarne un modello. Ciò è tanto più vero, in quanto, secondo ogni evidenza, a venir meno è innanzitutto l’opposizione successo/fallimento, quasi che il fallimento fosse per così dire scontato e, insieme, come il mancare degli dei, trasformato in aiuto e in risorsa. La lezione di Hölderlin è che qualche che sia lo scopo per cui siamo stati creati, non siamo stati creati per il successo, che la sorte che ci è stata assegnata è fallire – in ogni arte e studio e innanzitutto nella casta arte di vivere. E, tuttavia, proprio questo fallimento – se riusciamo a afferrarlo – è il meglio che possiamo fare, così come proprio l’apparente sconfitta di Hölderlin destituisce integralmente il successo della vita di Goethe, toglie ad essa ogni legittimità.

Resta che per lui la vita abitante è una vita poetica, che “poeticamente (dichterisch) abita l’uomo la terra”. Il verbo tedesco dichten deriva etimologicamente dal latino dictare, dettare, che, dal momento che gli autori classici erano soliti dettare le loro composizioni a degli scribi, aveva progressivamente assunto il significato di poetare, comporre opere letterarie. Una vita poetica, che abita poeticamente, è una vita che vive secondo un dettato, cioè, in un modo che non è possibile decidere né padroneggiare, secondo un abito, un’“abbienza” che non possiamo in nessun caso avere, ma soltanto abitare.

Da quasi un anno vivo ogni giorno con Hölderlin, negli ultimi mesi in una situazione di isolamento in cui non avrei mai creduto di dovermi trovare. Congedandomi ora da lui, la sua follia mi sembra del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene. Se cerco di compitare la lezione politica che mi è sembrato di poter cogliere nella vita abitante del poeta nella torre sul Neckar, posso forse per ora soltanto “balbettare e balbettare”. Non ci sono lettori. Ci sono solo parole senza destinatario. La domanda “che cosa significa abitare poeticamente?” aspetta ancora una risposta. Pallaksch. Pallaksch.

Giorgio Agamben

*Il testo è tratto da: Giorgio Agamben, “La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843”, Einaudi, 2021

**In copertina: Caspar David Friedrich, Montagne nella nebbia di mattina, 1810 circa

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