03 Maggio 2022

Il poeta della Resistenza. Discorso su René Char

René Char fu mobilitato a Parigi, nel 1939, poi passò a Nîmes: era di stanza in Alsazia, come soldato semplice. Nato a L’Isle-sur-la-Sorge nel 1907, Char era un colosso. Superava il metro e novanta di altezza, aveva il viso largo, da pugile, che con la stessa felicità alterna la gioia alla rabbia; da ragazzo giocava a rugby, lo ricordano impulsivo. Leggeva molto – Plutarco, Rimbaud, Lautréamont, Racine –, non gli piaceva la scuola, il papà era sindaco di L’Isle-sur-la-Sorge, rappresentante degli stuccatori e dei muratori di Vaucluse, con attività in Tunisia. Da qui, probabilmente, l’intuito pratico del poeta, una certa dedizione all’astuzia, il talento rapace nelle relazioni.

Ad ogni modo, smobilitato nel 1940 con la Croix de guerre sul petto, René Char capì che la guerra faceva per lui, gli era congeniale. Scoprì l’amore per il rischio; l’uniforme, ai suoi occhi, aveva qualcosa di ‘sportivo’. Sotto Vichy, al prefetto di Vaucluse fu ordinato di controllare il poeta. Fu facile scoprire il suo passato da surrealista e irreggimentarlo tra i comunisti. Prima dello scoppio della Seconda guerra, Char aveva fondato una rivista, un poco fittizia, “Méridiens”, era diventato amico di Paul Éluard, si era unito, dal 1931, a Louis Aragon, André Breton, René Crevel. Per le “Éditions surréalistes” pubblicò i primi libri: Artine (1930), Le Marteau sans maître (1934), con un’incisione di Kandinsky. Nel 1932 aveva sposato Georgette Goldstein: gliel’aveva presentata Éluard; Char, tuttavia, per indole, continuò ad innamorarsi, ripetutamente; tra l’altro, aveva dissipato l’eredità paterna. L’euforia surrealista durò per un valzer d’anni: Char non sopportava i movimenti di massa, i ‘gruppi culturali’ – al contrario, credeva nella ‘comunità’ –; non sopportava, soprattutto – di sé imparò anche questo – di essere il secondo, un gregario. “Il surrealismo è morto a causa del settarismo cretino dei suoi adepti”, scrive ad Antonin Artaud: nel dicembre del 1934 aveva mollato il gruppo. Di Tristan Tzara, per dire, preferì la moglie, Greta Knutson, svedese, pittrice, di ucronica bellezza.

La lettura di Friedrich Hölderlin e, soprattutto, di Eraclito coincise con una fratellanza, sottoposta al giudizio delle mitraglie: scoscendere nell’al di là del linguaggio, oscurare il logos, dilatare il seme del verbo fino al fauno e alla faina, dileggiare i motti deleteri degli accademici, significava in Char, un congiungimento con la carne, verbo vetrificato in sangue, senza altra verifica che il patto. “Sprofonda nell’ignoto che scava. Costringiti a roteare”.

Braccato dai segugi di Vichy, il poeta si rifugia nel villaggio di Céreste, nell’Alta Provenza: percorre la via della Resistenza, arruolandosi nell’“Armée secrète”, di credo gollista, come “Alexandre”, un nome che fiorirà in leggenda. La lotta clandestina gli riesce e lo appassiona: coordina alcuni contadini di Céreste, diventa il capo dipartimento del SAP (Section des atterrissages et des parachutages) della sua zona, Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Rifornimenti e munizioni passano per le sue mani, per le sue scelte: alcuni hanno del poeta un’immagine che sfiora la venerazione – “Quest’uomo è una creatura superiore, è rigoroso e pragmatico, il suo settore è organizzato in modo esemplare, tutti gli obbediscono con entusiasmo”, così Jean Soupiron – altri (i resistenti comunisti) lo accusano di slealtà, di fare del contrabbando, ne stigmatizzano furbizie e scelte dettate dall’impulso improvviso. Generoso con gli amici, Char sapeva essere spietato con i traditori: ricorda il “Kurtz” di Joseph Conrad, sorprendente in tenebra. Ad ogni modo, agì con competenza militare, se è vero che nel luglio del 1944 fu convocato ad Algeri, per preparare le azioni nel Mediterraneo insieme a ufficiali inglesi e americani. In Francia, arrivò a guidare fino a 400 resistenti, tra uomini e donne; delle sue azioni si narra il coraggio, l’intransigenza, la luminosa temerarietà. Spesso vide la morte, di cui strappa gli steli con scrittura epigrafica, onnipossente:

“Siamo straziati dalla notizia della morte di Robert G. ucciso in un’imboscata a Forcalquier, domenica. I Tedeschi mi tolgono il miglior fratello d’azione, quello che deviava le catastrofi con un colpo di pollice, di peso determinante, con la sua puntuale presenza, sui possibili cedimenti di ognuno. Uomo senza cultura teorica, ma cresciuto nelle difficoltà, d’una bontà ferma al bello stabile, la sua diagnosi era impeccabile. Il suo comportamento era fondato su stimolante audacia e saggezza. Ingegnoso, impiegava i suoi punti di forza fino alle estreme conseguenze. Portava i suoi quarantacinque anni verticalmente come un albero della libertà. Lo amavo senza effusione, senza vana pesantezza. Incrollabilmente”.

Così la guerra ha un’assolutezza – una tenerezza, si direbbe – omerica: Char, con giudizio, obbedisce alla bianca colpa dei sopravvissuti, mesce la vita e ne distribuisce: tutto, nel suo dire, è l’istante, inesorabile, implacato, meridiano. Non esiste il tempo, ma il miraggio, il chiarore delle cose prime, moribonde.

La guerra dilata René Char, sostituisce specchi con lame, agisce per squartamento. Reclamato ad Algeri, il poeta incassa in un muro di Céreste gli appunti e le note prese durante l’azione, nei momenti dispari, dell’attesa, della prestanza serale. Riscoperti dopo la guerra, quei quaderni diventano, per alchimia e rifrazione, Feuillets d’Hypnos, “Fogli d’Ipnos”, brogliacci, appunti, illuminazioni marziali, ascritte a Ipno, il dio del sonno, figlio della Notte, fratello di Morte: quasi che la poesia sia ipnosi, la vita un estremo sonnambulismo, il poeta quello che veglia all’ingresso dell’Ade, partecipe dei morti. D’altronde, dice Eraclito, maestro del fuoco e del pόlemos, didatta di Char, “gli altri uomini non si accorgono delle cose che fanno da svegli, così come dimenticano quelle che fanno dormendo” (la traduzione è di Angelo Tonelli).

Così, la parola di Char, mai ordinaria, si compone come un ordine, relega in una regola – “Tollerate solo bugie improvvisate e gratuite. Non si chiamino a distanza… Di notte camminino in margine ai sentieri. Scoraggiate le abitudini monotone. Ispirate quelle che non volete veder morire troppo presto. Infine, amate con loro, nello stesso momento, gli esseri che loro amano. Sommate, non dividete” –, riduce la morale alla fiammata estrema, d’apice: “Solitario e molteplice. Veglia e sonno come una spada nel fodero. Stomaco dagli alimenti divisi. Altitudine di cero”. A leggere Fogli d’Ipnos, pare che Char abbia comandato su una brigata di giustizieri, con candele arcuate sui polsi, certi che ogni mano è un sigillo, ogni corpo una porta, la porzione possibile di al di là: “L’azione che ha un senso per i vivi ha valore solo per i morti e compimento solo nelle coscienze che ne sono eredi e l’interrogano”.

Proprio perché abolisce la grammatica in favore della luce, sostituisce il cameratismo al vocabolario, crede nella lotta come sodalizio tra affini, affamati, la poesia di Char non si fa avvincere da una comprensione facile, soddisfatta: “Non apparteniamo ad alcuno se non al punto d’oro di quella lampada a noi sconosciuta, a noi inaccessibile, che tiene desti il coraggio e il silenzio”. Il libro, dedicato ad Albert Camus e da Camus pubblicato nella “Collection Espoir” Gallimard nel 1946, diventò agiografia, con la qualità di un codice. In Italia, trovò traduttori partecipi in Giorgio Caproni – che “tra il 1944 e il 1945… partecipa alla guerra di liberazione sui monti della Val Trebbia”: René Char, Poesie, Einaudi 2018, a cura di Elisa Donzelli – e in Vittorio Sereni, che aveva trasposto la prigionia di guerra in Diario di Algeria (interprete della poesia come diario, appunto occasionale, ‘foglio’, lamina illuminata); così ne scrisse Piero Bigongiari: “La parola si fa azione, l’azione scappa dalla parola; ed ecco la ragione della loro superiore laconicità. Quasi radici, così ferite, di un’azione, che emettono linfa dopo averla succhiata dal terreno impervio e minaccioso della morte”.

Non riuscirono a ingaggiare Char, tuttavia, in un incarico, in un ingorgo politico: si ritrasse, il guerriero, preferendo la vita appartata. Non gli importava – a differenza di un André Malraux – recitare da poeta combattente: aveva combattuto. Non doveva muoversi dalla sua dimora, in Provenza, perché altri andavano da lui a mendicare ricovero: d’altronde, non si chiede a un astro di spostarsi. “Furono scritti nella tensione, nella collera, nella paura, nell’emulazione, nel disgusto, nella scaltrezza, nel raccoglimento furtivo, nell’illusione del futuro, nell’amicizia, nell’amore”, scrive Char sulla soglia dei suoi “Fogli”: non altrimenti ci si pone a scrivere poesia, la cosa che scotenna la luce, ne fa pasto. Non sopportava gli intellettuali ‘militarizzati’, quelli che scrivevano di guerra dall’altura della propria scrivania, che incitavano sui giornali, che pubblicavano poesie trionfalistiche, tronfie, ignari del campo, del sudore, delle malizie e dei nascondigli, “l’esibizionismo incredibile e detestabile dimostrato fin dal giugno del 1940 da troppi intellettuali mi disgusta, loro e quel prestigio da tutelare a tutti i costi, la certezza di vivere prove prevedibili, superate…”, scrive a Francis Curel. Tra i ‘fogli’ uno ha limpidezza di disastro: “Vedo l’uomo perduto da perversioni politiche confondere azione ed espiazione, chiamare conquista il suo annientamento”.

Non era più tempo di re, il suo, della franchezza, spesso crudele, del vino in cui affogano le stelle.