Se è vero che i poeti sono immortali è perché i poeti sono tombaroli. Sono donnaioli delle ombre. La loro pietà ha i caratteri della spietatezza.
Che senso ha, ad esempio, far visita alla tomba di un poeta se non per carpirne gli estremi sussurri? Per ottenere, dopo morti, l’assenso alla successione, il vespero del lignaggio? La candela e l’alloro, il sepolcro abbaino, l’abbaiare degli andati.
Questa storia, così, parte da una tomba. Anzi, da una fotografia. È il 2007 e il fotografo dublinese John Minihan blocca Seamus Heaney, il grande poeta irlandese, Nobel per la letteratura nel 1995, di fianco alla tomba di Louis MacNeice. Heaney ha lo sguardo chiuso, i capelli al vento, bianchissimi, che sembrano, messi così, una tiara; insieme a lui, non ripresi nello scatto, ci sono altri poeti, diversamente importanti: Micheal Longley, Paul Muldoon, Derek Mahon. Non è la prima volta – insieme o ciascuno per i fatti propri: niente è così desolatamente privato quanto il nostro rapporto con i morti – che quei poeti visitano la tomba di MacNeice, di cui riconoscono la maestria. In un’antica poesia del 1965, Derek Mahon descrive, con petroglifica nitidezza, una visita “At the grave of Louis MacNeice”: “Le tue ceneri non si leveranno, nemmeno su quest’altura”, attacca – cito dalla traduzione di Giovanni Pillonca e di Riccardo Duranti che sarà pubblicata in uno dei prossimi numeri di “Poesia” – e poi: “È così, suggerivi, che dovremmo vivere:// l’ironico, amorevole scontro di rose e neve,/ ciascuna fragile, soluzione dell’ambiguità”. Nei versi, Mahon fa riferimento a Snow, una delle più belle poesie di MacNeice (tradotta in calce all’articolo); il titolo della poesia, Carrowdore, fa riferimento al luogo in cui è sepolto il poeta, Ceathrú Dobhair, Carrowdore, appunto, un piccolo villaggio nella contea di Down, Irlanda del Nord.
Louis MacNeice è nato a Belfast nel 1907; irlandese, riconosciuto agli esordi – pubblicò i mirabili, oraziani Poems per la Faber guidata da Sir T.S. Eliot nel 1935 – da William Butler Yeats (che lo installa nella sua capricciosa e straordinaria antologia, The Oxford Book of Modern Verse 1892-1935), ebbe con il suo paese rapporti contrastanti, d’amore e odio (non agiva, in lui, la seduzione politica né quella fiabesca fatalità). Di Yeats, ad esempio, a cui dedicò uno studio (The Poetry of W. B. Yeats, 1941), adorava la poesia; non ne capì le ansie spiritiste.

Nella poesia, nello sfrigolio di un verso – “dalla polmonite nel fossato…” – Mahon fa riferimento alla morte di MacNeice, che in qualche modo ne riassume l’indole. Scrittore per la BBC dagli anni Quaranta, il poeta partì per lo Yorkshire: voleva raccogliere alcuni effetti sonori per una sua opera radiofonica. Si perse tra nebbie e brughiere, fu sorpreso da arcigne piogge. Ne seguì una bronchite, tramutatasi in polmonite – letale; il poeta muore a Londra nei primi giorni di settembre del 1963, a 55 anni.
L’azzardo e il culto della sparizione, l’amore per le lande selvagge – al cospetto di una poesia, invece, armonica, d’implacabile rigore e micidiale intelligenza – contraddistinguono il lavoro di MacNeice. Le iscrizioni sulla tomba – una sorta di totem, monolite a ghigliottina – dicono, in filigrana, invece, la vita di MacNeice. Il poeta è sepolto insieme alla madre, Elizabeth “Lily”, l’Iside della sua vita, al nonno materno, e alla sorella. “Lily”, nata a Connemara, morì nel 1914, di tubercolosi; soffriva di frequenti depressioni. Per Louis la sua morte – anima docile al bene e alle più flebili smussature dell’animo – fu un disastro: il fratello William, affetto da sindrome di Down, fu affidato a un istituto, in Scozia, lui e la sorella, Elizabeth, vissero la prima giovinezza in un collegio, nel Dorset. Il padre, il reverendo John Frederick MacNeice, alto prelato della Chiesa d’Irlanda, si risposò quasi subito; i rapporti con il primogenito – mai il prediletto – restarono, sempre, di solida distanza. Quando il ragazzo si accasò con Mary Ezra, brillante studentessa conosciuta a Oxford, di origine ebraica, il padre fece cenno di non gradire, evitò di presenziare al matrimonio, era il 1930.
Nel frattempo, proprio a Oxford, MacNeice fa gruppo con Wystan H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day-Lewis. Del gruppo – che fu per lui una mezza condanna: Auden, per eccesso di genio, tendeva a tenere tutti gli altri al giogo, pur gioioso, della sua ombra – MacNeice era il più enigmatico, il meno ‘ingaggiabile’. Non lo affascinava l’estro politico e la mania ‘sociale’ che animavano gli amici: benché, idealmente, a sinistra, non sopportava le ideologie – “una poesia di idee mi pare più futile della neve”, scrisse, tornando a una delle immagini a lui più care –, disprezzava “i riformisti da poltrona, il riformismo da salotto”. A Marx, l’idolo di allora, preferiva Eschilo: la sua traduzione dell’Agamennone (del 1936) è costantemente ristampata, pare sia di avvampante bellezza. Tuttavia, nel 1937, insieme a Auden, scrisse un libro multiforme, Letters from Iceland. Il viaggio compiuto insieme all’amico diventa, per MacNeice, un’indagine nel Nord dell’anima, per così dire, pura speleologia nel ghiacciaio del cuore. Dicono sia quella la grandezza di MacNeice: una poesia di classica tessitura, che alterna la fragilità della neve a un’intelligenza spesso glaciale, spiazzante.

D’altronde, a quell’epoca, al poeta era accaduto di tutto. La moglie, Mary, se la diede a gambe con uno studente russo americano, mollando Louis e il figlio, Daniel; i coniugi divorziarono nel ’36. Lui continuò a scriverle, per il resto della vita, lettere appassionate. Unitosi, nel 1942, con Hedli Anderson, attrice di teatro – che aveva recitato alcune pièce sue e di Auden e che gli diede la figlia Brigid Corinna –, MacNeice peregrinò, tuttavia, da una relazione clandestina a un’altra. Anche questo matrimonio, dopo quasi un ventennio, sfinì.
Straordinario bevitore, il poeta fece coppia con Dylan Thomas, che aveva aiutato a entrare nella BBC. Nel 1949 realizzò una riuscita trasposizione per la radio del Faust di Goethe. Poeta di insonne grandezza, dal verso sempre impeccabile, Louis MacNeice ha composto alcuni libri che segnano la storia della poesia inglese, non solo del Novecento: The Earth Compels (1938), Preyer Before Birth (1944), Solstices (1961). Alcuni critici dicono che il suo capolavoro è Autumn Journal, uscito dalla Faber nel 1939, poemetto autobiografico in ventiquattro lasse, di virgiliana schiettezza. Nella pagina introduttiva – che funge da poetica – MacNeice afferma – un po’ come Saba, ma con un surplus di enigma – che “la poesia deve essere prima di ogni altra cosa onesta, cioè rifuggire dall’obbiettività”. Scrive che alla “poesia didattica” preferisce una poesia “delle esagerazioni e delle incongruenze”; che il poeta rischi di essere tacciato come un “sentimentale estremista”.
In UK i suoi libri sono costantemente ristampati dalla Faber; un’edizione dei suoi Selected Poems, è curata da Michael Longley: era anche lui, insieme a Heaney, a onorare la tomba di MacNeice. In Italia, invece, l’opera di MacNeice è del tutto negletta. Cinquant’anni fa Mondadori esce con una edizione delle Poesie a cura di Francesca Romana Paci (e introdotta da Agostino Lombardo), mai più ristampata; nel 1966 Rizzoli traduce il libro meno personale di MacNeice, uno studio divulgativo sull’Astrologia. Eppure, in un saggio aurorale sugli Aspetti della poesia inglese contemporanea, il ventenne Raffaele La Capria dimostra di aver capito la statura di MacNeice:
“Ci basterà dire che egli rappresenta uno dei più dotati poeti inglesi contemporanei che, pur non essendo legato al gruppo Auden, come molti vogliono, si muove nella stessa direzione”.
Il testo, uscito in origine nel gennaio del 1946 sulla rivista “SUD”, è ora raccolto da Fabrizia Sabbatini in: Dylan Thomas-Raffaele La Capria, La mia ferita è il mondo, Magog, 2024.
A noi resta un poeta imprevisto e impervio, che da un truciolo di neve trae una poesia di rapinosa eleganza, che canta la libertà del narvalo e la sconfinata malinconia delle paludi d’Irlanda a piantumare l’oceano; che urla contro l’umanità che “che vuole dragare il mio cuore/ perché diventi un automa letale”. Un poeta che si perde nella brughiera inseguendo un suono, un richiamo, un mugghiare di pietre… cosa desiderare di più?
Di un poeta bisogna ricalcare, con piedi a egloga, la tomba, endecasillabo in marmo.

***
Neve
La stanza divenne improvvisamente ricca,
dalla grande vetrata fioriva la neve insieme alle rose
silenziosamente collaterale e incompatibile:
il mondo è in agguato, e neppure lo sappiamo.
Il mondo è folle ed è più di ciò che crediamo:
è incorreggibilmente plurale. Sbuccio
e sporziono un mandarino, sputo i semi
e so che ogni cosa è ebbra. Un fuoco
fiammeggia gorgogliando nel cuore del mondo
ed è più allegro e canaglia di quanto si possa
supporre – è sugli occhi sulla lingua sul palmo –
c’è più di un vetro tra la neve e quelle enormi rose.
*
Thalassa
Prendete il largo, bruti compagni
lasciate che il fronte marino si sfracelli,
che germogli la valanga marea, ignara
dell’ultima scialuppa di inetti
lasciate che le opposte forze convergano:
qui occorre imbarcarci ancora.
Issate le vele, disgraziati compagni
lasciate che l’orizzonte si inclini e barcolli.
Vi è noto il vostro errare, le volubili volontà
i valori banditi, gli impuri cuori
il vostro passato vive di chiese in rovina:
lasciate che il veleno sia la cura.
Prendete il largo, ignobili complici,
i nostri eredi torneranno in gloria
colpiamo queste rupi di marmo in moto
il narvalo ci sfida a essere liberi:
un’alta stella traccia la nostra rotta
e il nostro fine è vivere. Prendete il largo.
*
Preghiera di un uomo non ancora nato
Non sono ancora nato, ma ascoltami.
Non lasciare che il pipistrello succhiasangue, il ratto
o la faina o il demone dai piedi caprini si avvicinino a me.
Non sono ancora nato, ma consolami.
Ho paura che l’umana razza mi circondi con alte mura
mi sottragga a me stesso con dure droghe, mi seduca
con sapienti bugie, mi torturi su cupe rastrelliere
stritolandomi in lavacri di sangue.
Non sono ancora nato, ma provvedi a me
con dondolii d’acque, concedimi i prati, gli alberi
loquaci, un cielo che mi canti un inno, gli uccelli
e una bianca luce nella mente per guidarmi.
Non sono ancora nato – perdonami
per i peccati che il mondo commetterà attraverso di me
per le parole che mi parleranno, per i pensieri che mi penseranno
per i tradimenti che genera il tradimento
per la vita che altri sottrarranno tramite le mie
mani, per la morte quando la vorranno.
Non sono ancora nato – provami
nelle parti che devo recitare e negli sputi che spunterò
dai vecchi che predicano, dai burocrati che vessano;
le montagne già mi fissano accigliate, gli amanti
ridono di me, le bianche onde mi incitano alla follia,
il deserto predica la mia rovina, il ramingo rifiuta
il mio dono e i figli mi maledicono.
Non sono ancora nato – ascoltami
non lasciare che l’uomo, bestia che si crede Dio,
si avvicini a me.
Non sono ancora nato – concedimi
la forza contro quelli che vogliono congelare
la mia umanità, che vogliono dragare il mio cuore
perché diventi un automa letale, l’ingranaggio
di una macchina, una cosa con un viso, una cosa,
contro quelli che vogliono disintegrare la mia integrità
che tramuteranno il mio fiato in lana di cardo
che mi rovesceranno come acqua tra le mani.
Che non diventi di pietra, che non mi rovescino.
Altrimenti, uccidimi.
*
La luce del sole, in giardino
è dura e si fa gelo,
non possiamo imprigionare
l’ora in una rete d’oro
e quando tutto è stato detto
è inutile impetrare perdono.
La nostra libertà, come lance
in resta, avanza verso la fine;
la terra la comprime e su di essa
calano sonetti e uccelli;
presto, amico mio
cesserà il tempo delle danze.
Il cielo era adatto al volo
al duello con le campane
contro ogni malvagia sirena
di ferro e il suo dire:
la terra ci comprime
stiamo morendo, Egitto, moriamo.
Ma non ci aspetterà il perdono
perché abbiamo il cuore duro,
eppure, siamo stati felici, insieme
sotto i tuoni e la pioggia
grati, perfino, della
luce del sole, in giardino.
*
Perseo
Inculcate le ali alle caviglie,
trascinando la morte che pietrifica
l’eroe entrò nell’aula:
tutti alzarono lo sguardo
il respiro si congelò e nessun
trambusto turbò più la sala.
Così, un amico entra e lascia
un libro in prestito o dei fiori
e va, vivo ma pari a un morto
e tu rimani, vivo non più di un morto,
e non osi girare le pagine piombate del libro
né toccare quei fiori,
le ore arrese, con il cappuccio sul cranio.
Chiudi gli occhi,
soli ardono sotto le palpebre
fissa lo specchio nell’ultima stanza –
è pieno di occhi.
Gli antichi sorrisi degli uomini ritagliati
con le forbici e nascosti negli specchi.
Sempre ho incontro, nel sole o nella nebbia,
l’eroe felice che ciondola la testa della Gorgone
e io rimango, mentre il sole arma i suoi tamburi,
stupefatto, come morto,
a volte, il muto grigiore del giorno è il panno
di un lebbroso, allora la terra gira e gira
il globo si fa scuro, è una falena impazzita.
*
Prospettive
Benché gli amori inacidiscano in un tetro
languore e la frutta duelli con la gloria dei denti,
sebbene nel barbuto e blasonato roveto,
i nidi siano privati dell’inno,
sebbene le vite dei vecchi e le giovani tegole
testimonino un credo machiavellico,
benché il malvagio Passato riviva vile
nel Presente e il Presente sia davvero passato,
sebbene la pietra fiorisca perché
noi rotoliamo sulla collina
e la collina cresca
e la gravità riguardi ancora tutti,
benché le leggi della Natura abbiano
sconfitto gli umani anarchici,
sebbene ogni concetto sia un castello
di sabbia e subito si sgretoli,
sebbene l’oggi sia arido
sappiamo – e la benediciamo –
che radicata nel futuro
è la pianta della tenerezza.
*
Nuvole bianche Tintoretto sotto i miei nudi piedi:
questo specchio di sabbia bagnata conferisce un perpetuo
sapore agli assenti ingiustificati; i miei passi ripetono quelli
di uno che ha lasciato per sempre queste spiagge
indossava stivali alti e pagaiava come un bambino,
nera figura squadrata, circonfusa dall’orizzonte –
mio padre. Nonostante i libri contabili di una vita
devota, rituale, compilati responsabilmente,
manteneva qualcosa di solitario, di selvaggio:
amava il mare Occidentale e nessun bosco
lo appagava quanto i dintorni di Slievemore,
Menaun e Croghaun, con quelle paludi in mezzo.
Sessant’anni sul dorso e altri dodici a osservare
la flangia d’acciaio in quella cinta salmastra:
sedici anni fa camminava ancora su questa riva
e lo specchio che cattura la mia forma catturava
la sua, ma allora come ora una mota di spuma
rende lebbra i miraggi luminosi – nessun segno
certifica che piedi o volti umani sono passati di qui, un tempo.
Louis MacNeice