La poesia – la numinosa – si articola in nuvole: quei cumuli di lettere pioveranno in vocali, endecasillabi, strepiti. Forse è per questo che le nuvole sono uno degli elementi prediletti dai poeti: dicono, al contempo, la gioia e la tenebra, l’evanescenza e la rivelazione. Sono drago e agnello. In particolare, la letteratura inglese – probabilmente per virtù geografiche – è fitta di nuvole. Di nuvole ha scritto William Wordsworth, associandole al vagabondaggio reale e spirituale del poeta (“I wandered lonely as a cloud/ That floats on high o’er vales and hills”), di nuvole ha detto Shelley; le nuvole hanno ossessionato un poeta estremista come Gerard Manley Hopkins, che le osservava e le descriveva con l’acribia di un entomologo di cirri e nembi; The Cloud of Unknowing è il titolo del più potente testo mistico inglese, redatto da un anonimo nel XIV secolo; John Constable si ritirò a Hampstead per ritrarre le nubi: in quel miracolo di bianchezza riconosceva il carisma della pittura.
Rupert Brooke, autentico prodigio della poesia inglese, con tutte le stimmate del ‘chiamato’ – bello, bellissimo, bravissimo, atletico, imprendibile, buono, un Mida del verbo, tutto ciò che canta emana aura d’assoluto – scrive la propria poesia sulle nuvole nell’ottobre del 1913, durante un viaggio nelle isole del Pacifico. È una poesia straordinaria – l’abbiamo riprodotta in calce all’intervista – che ha la postura di un ‘classico’: potrebbe essere scritta da Orazio, stare incisa sulle canoe di un navigatore mitografo delle Samoa. Le nuvole sono paragonate ai morti; le nuvole, forse, sono le tigri cavalcate dai morti. La poesia ha il moto lento della verità, con lasse che fanno rabbrividire:
“Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria”.
Clouds piacque molto a William Butler Yeats: la antologizzò nel leggendario “Oxford Book of Modern Verse” insieme ai versi di Pound, Eliot, Auden, D.H. Lawrence e altri. Piace anche a Silvio Raffo, autore di una assai partecipe postfazione al volume delle Poesie di Rupert Brooke edito da InternoPoesia; ne dice in questo modo:
“…a persuaderci del vigore poetico dell’Arcangelo Rupert è la miracolosa fusione di leggerezza formale e spessore di contenuti. Ma a rendere questo testo numinosamente profetico è la limpida certezza (o prescienza) che il fanciullo morituro ci comunica di appartenere presto anch’egli a quella infinita schiera”.
Forse ogni grande poesia si avvera in profezia.
Il volume che raccoglie i versi di Brooke sana un’assurda assenza – tra le altre – nell’editoria italica: tra i poeti più noti in lingua inglese, Rupert è stato amato e pianto da Virginia Woolf e da Henry James; piacque – per ragioni politiche più che poetiche – a Winston Churchill, ha offerto a Francis Scott Fitzgerald il verso per uno dei suoi romanzi più noti, The Side of Paradise. Stretto tra anguste etichette – war poet; poeta georgiano –, che in verità lo centrano poco, in un tempo che di lì a poco sarebbe stato tiranneggiato dai ‘modernisti’ (Eliot; Pound; Joyce & Co.), Rupert Brooke vive ora, se possibile, la sua piena rivalsa. Se troppi poeti di allora paiono, oggi, arnesi ammuffiti, Brooke – per l’incanto del verbo, la musicalità, la tenacia nel guardare alle cose transitorie, ammantandole d’eterno – splende.
A tradurre Brooke, con dedizione irrequieta, è Paola Tonussi: il tomo delle Poesie ‘compie’, per così dire, la mirabile biografia, Rupert Brooke. Lo splendore delle ombre, edita da Ares lo scorso anno. Donna, allo stesso tempo, leonina e leggiadra, anche Paola Tonussi, immagino, divina le nuvole, come si leggono le mani degli amici: più che per calcolare la nostra durata su questa terra per carpirne la presa. Ci sono mani mutile, mani pari all’acqua, mani come corde, mani che sanno afferrare la fenice per la coda.
Insomma, ho rincorso Paola.

Perché Rupert Brooke? Intendo. Ogni studioso o rabdomante del linguaggio ha i propri ‘eletti’, incontri fortuiti, fatali. Tu hai avuto certamente Emily Brontë, Colette, Stephen Spender… poi Brooke, a cui hai dedicato la biografia e la traduzione dell’opera poetica. Come ti è giunto, da dove – e perché?
È arrivato inaspettato, come un colpo di vento o un riflesso improvviso, in una serie d’incontri sui poeti del Novecento alla Tate, molti anni fa. Nella sala in penombra la nebbia chiara aveva trovato, da un lato, un Turner ad assorbirla, dall’altro, contro la parete giallo limone tutta la luce restante sembrava attirata dall’immagine proiettata sullo schermo, un giovane di eccezionale bellezza, con un nome irto di ‘erre’: Rupert Brooke. Il relatore disse alcune cose su di lui, il poeta di Rugby, il figlio di Cambridge. Concordava in sostanza con il giudizio di Pound: Rupert Brooke era «il migliore dei Georgiani». Acquistati i Poems in un negozietto second hand, la lettura dei suoi versi è stato una specie di avvertimento-epifania. Fitzgerald, poi, mi ricordava di aver tratto da lui il titolo del suo primo romanzo, This side of Paradise: perché questo è la poesia di Brooke. Un paradiso dove la bellezza è perennemente in fuga, l’istante s’incenerisce mentre il poeta lo celebra, la serie incantata di nostalgie e doloranti dolcezze per il passato è prossima a svanire – con il meglio di noi che rimarrà indietro, il crollo delle illusioni nell’età adulta, l’amore per il paesaggio d’Inghilterra e tutto quanto decade ma dà felicità, anche solo un attimo.
Negli anni questo nome, come altri – anche quelli che hai citato – tornava, magari a intervalli lunghi, ma tornava. Finché Rupert Brooke è diventato più di un nome, una compagnia costante: calarsi nella sua vita e tradurne la poesia è stato il desiderio di recuperare quel suo mondo meraviglioso di ombre, un’immersione nella trasparenza.
Come possiamo inquadrare la poetica di Brooke? È davvero un ‘georgiano’? è un geniale epigono di Keats? È un outsider in un mondo che, di lì a poco, vedrà il Nobel a Yeats, i libri ‘modernisti’ di Eliot e di Pound, e poi Wyndham Lewis, gli ‘imagisti’, la scoperta tardiva di Hopkins… Da dove arriva, insomma, la poesia di Brooke?
Brooke è un po’ tutto questo, da qui la ricchezza e plasticità della sua poesia. D’altronde la stessa Virginia Woolf, sua amica, definiva la personalità un diamante variamente sfaccettato. E quella di Brooke è una personalità – anche letteraria – falsamente lineare, in realtà piuttosto complessa. È sicuramente ‘georgiano’ per l’epoca – sebbene non lui gradisse l’aggettivo scelto da Eddie Marsh per l’antologia Georgian Poetry, perché rappresentativo di poeti troppo diversi, «troppe canaglie», come denunciava ironico a Ka Cox. Brooke ammira Keats per la percezione costante della fuggevolezza umana e il sogno di quel «canto d’usignolo» che sovrasta le sofferenze della terra. Di Byron ama la ribellione e lo spirito anticonformista, il mito della giovinezza e l’ideale ellenico. Studioso dei poeti decadenti della generazione precedente – Housman e Dowson –, lo è ancora più di Donne, Webster e gli elisabettiani, tema della sua tesi di laurea. All’uscita della prima raccolta, Poems 1911, è considerato un poeta molto moderno, tale da trattare anche temi inconsueti per l’epoca, come la nausea in Channel Passage, rifiutata infatti dal suo editore. Eppure, dopo la guerra l’Inghilterra vuol dimenticare gli orrori bellici e così, tanto “moderna” mentre lui è in vita, arretra nel «mondo di ieri» anche la sua poesia. Che viene da molto lontano: da Donne, da lui posto in piena luce ma allora considerato poco più che un poeta eccentrico, dagli elisabettiani e da Marvell, a cui somiglia come un fratello minore, dalla poesia decadente. Ma la poesia brookiana vibra di una nota solo sua, ben riconoscibile: la voce, per mutuare un suo celebre titolo, «di colui che molto ha amato».
Che valore ha il viaggio nel Pacifico di Brooke? Il mannello di poesie scritte in quel contesto, con le riflessioni sulla morte, sulla posterità, sembrano costituire una ‘svolta’, il passaggio di una ‘linea d’ombra’: è così?
Sì è così. Il viaggio nei Mari del Sud è stato il suo affondare «in un quadro di Gauguin», il suo farsi «veggente» alla Rimbaud: il periodo più felice della sua vita, che gli porta un vertice creativo – le liriche-gioiello composte a Tahiti – e l’amore più sereno e appagante con una ragazza del luogo, Taatamata. Nelle lettere racconta della «routine arcobaleno» vissuta accanto all’oceano, la sabbia chiara e le palme, davanti agli occhi l’indivisa la linea azzurra tra cielo e mare. Lì Brooke è stato felice e la felicità lascia segni: tra le poesie scritte nel Pacifico, c’è anche un meraviglioso carpe diem tahitiano in cui lui si rivolge a Taata, chiamata Mamua. Ma la ragazza non ha bisogno di farsi pregare come la Lady di Marvell e i versi sono un tentativo seducente, affabile, di spiegare il pensiero delle idee platoniche di Rupert-«Pupure» (“il biondo” in tahitiano) a lei, semi analfabeta, per cui solo il mondo dei sensi conta. Ecco la “svolta”, come la definisci: l’aver conosciuto il paradiso in terra, narrato in una congiura lirica di ottosillabi vellutati culminante con l’esclamazione «this side of Paradise!/ There’s little comfort in the wise», che colpirà Fitzgerald.
Qual è il distico, il frammento, il giro di versi a tuo avviso esemplare nell’opera di Brooke? E dimmi: qual è la poesia che ti ha dato più gioia tradurre; quella che ti ha reso la resa difficile.
Molte, ma cito solo un paio di frammenti. Il primo nella conclusione di The Great Lover:
“Ma il meglio che ho conosciuto,
Rimane qui, e cambia, s’infrange, invecchia sparso
Dai venti del mondo, e svanisce dalla mente
Degli uomini, e muore”.
Come l’altro poemetto celebre, Grantchester, anche questo alterna gioco e serietà, sorriso e nostalgia ma tutto, alla fine, si fonde e confonde con la commozione per la precarietà propria e di ogni cosa. Mentre sta vivendo giorni e notti indimenticabili, circondato da colori tropicali, esotici fruscii di palme e richiami di uccelli, Brooke si sta preparando a tornare all’isola natia e qui riannoda i fili di due tempi e due vite. Ma sempre, nella sua poesia, rintocca questa nota di rimpianto per ciò che umano, fragile e destinato a decadere, a essere «sparso dai venti del mondo» e dissolversi. Rupert la chiama transience.
L’altro frammento è il racconto di un istante sottratto a tempo e spazio, in cui l’io narrante guarda gli amici seduti al tavolo del tè: «Insieme /Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti». L’istante che non tornerà più, che è già passato, è reso perfetto e cambiato in eternità dalla poesia, il poeta «fatto istante lui stesso»:
«Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni».(Dining-Room Tea, Tè in salotto)
La gioia di tradurre questo meraviglioso ragazzo è stata variamente diffusa in ogni lirica, ma forse alcune sue chiuse sono i punti in cui, per passare da una lingua all’altra, ho dovuto chinare il capo e infilarmi nella spaccatura della roccia a occhi chiusi e affidarmi al canto senza girarmi: quella di The Great Lover, per esempio, o certi passi da Grantchester. In genere la sua lingua è un cristallo chiaro, ma dove c’è tanta luce il buio è più cupo.
Il ‘mito’ di Brooke – giovane, bello, talentuosissimo, morto in guerra – non ha attecchito in Italia, dove ha ‘vinto’ altro gergo lirico. Come mai a tuo avviso?
In effetti in Inghilterra e nei paesi anglofoni Brooke e la sua poesia sono diventati presto un mito umano e letterario. In parte credo che in Italia la galassia D’Annunzio abbia assorbito molta attenzione poetica nel nostro Novecento, dove il canone anglofono è entrato tardi – basti pensare al caso di Byron. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Inghilterra per lo più condivide una concezione del conflitto ancora ottocentesca, portatrice di certo idealismo tragico, e un’intera generazione di gioventù sacrificata ne diventa il simbolo – così Byron e la Grecia, prima di Brooke e l’Inghilterra. In Italia manca una visione tanto compatta, e gli esiti lirici si sfrangiano nei toni epico-retorici dannunziani o nella disillusione di Ungaretti.
In ogni caso, per la fortuna di un poeta contano molto le traduzioni: più che l’idealismo di Brooke – pur frutto di un fraintendimento, con la fama attribuitagli come war poet prima dal diacono di St. Paul e poi da Churchill – si è preferito tradurre l’invettiva di Sassoon, la crudezza di Rosenberg o la pietà di Owen, più aderenti alle atrocità della guerra di trincea. Anche se i frammenti reperiti nel suo zaino indicano che lui stesso stava arrivando a posizioni analoghe sulla guerra. Solo, non ha fatto in tempo.
Quale idea della vita traspare dai versi di Brooke? A volte, paiono un manuale per accedere all’aldilà dopo aver amato l’al di qua…
Brooke è vissuto poco – 27 anni – ma a un’intensità impetuosa e appassionante che ha compresso, per dir così, l’esperienza di una lunga esistenza in pochi decenni. Hai visto bene: è come se questo ragazzo abbia attraversato, per usare le sue parole, «ranghi di stelle spaventate», abbia arso «la bianca fiamma» che aveva in sé e ne abbia lasciato testimonianza. «Il silenzio mi ha trovato» scrive in un’altra lirica, quasi la sorgente della sua poesia provenga dalle sfere dell’eterno. Grantchester è un inno d’amore, all’Inghilterra, alla campagna fuori Cambridge dove ha vissuto e insieme un sorriso bonario a modi di pensare e leggende locali, eppure termina in un idillio per niente laccato ma, anzi, dalle sfumature quasi drammatiche. E l’orologio che punta sempre le tre meno dieci nel campanile del paese ricorda l’ora, fuori da ogni quadrante umano, in cui tutto ciò che il poeta ha nominato – campi e colline, il fiume e gli ippocastani, persino la piccola lepre che esce dal folto – non saranno più, se non nel ricordo e nella musica di questi versi.
E ora? Chi vorresti tradurre? Dentro quale altra vita ti stai intrufolando?
Adesso vorrei restare nel periodo – fine Ottocento, inizio Novecento – che prediligo. Sto per “intrufolarmi” nella vita di una grande poetessa americana, ma anche nella vita di un gruppo di amici veneziani, perché Venezia mi manca e la mattina mi piacerebbe tornare a svegliarmi con il suono dell’acqua nel canale che entra dalle finestre. O un suono immaginato e farlo riaffiorare: cercare di afferrare per la coda la cometa di Brooke, resuscitare una wordsworthiana «emotion recollected in tranquillity».
*
Nuvole
Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.
Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.
Il Pacifico, ottobre 1913
*Traduzione di Paola Tonussi