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“Il Tempo si è rivoltato contro chi osa essere umano – questo è il tempo dell’anti-umano. Viviamo, ma anche noi siamo morti”. La lettera di Paul Celan sulla morte di Camus

Gli incontri di Paul Celan, quell’anno, sono sostanzialmente letterari. Traduce Paul Valéry, legge Walter Benjamin, ha Hölderlin nella tasca della giacca, amico fedele. I vivi lo spaventano. Nell’estate del 1959, in Engadina, dovrebbe dialogare con Theodor W. Adorno, ma torna a Parigi prima del tempo. A fine anno, esce la sua versione delle poesie di Osip Mandel’stam. “L’incontro con l’opera del poeta russo di origine ebraica, perseguitato da Stalin e morto in un Lager di transito, è per Celan una sorta di Selbstbegegnung, una agnizione per la quale potrà affermare che la traduzione delle poesie di Mandel’stam ha costituito un compito altrettanto importante dell’elaborazione dei propri versi” (Mario Specchio). Il 4 gennaio del 1960 muore, tragicamente, Albert Camus. Da tempo, Celan riflette sulla violenza dei rapporti, sulla parola fraintesa, franta. Quando viene a sapere della morte di Camus, scrive a René Char, con cui ha una corrispondenza dal 1954, a cui lo lega la stima indelebile. Il poeta di vetro e il poeta guerriero, il poeta dell’enigma, della parola piena di pozzi e il poeta lapidario, della rivelazione solare. Entrambi percorrono l’altro lato del linguaggio: uno ne celebra i vuoti, l’altro le ombre di luce. Nello stesso anno, tra le poesie sparse, Celan scrive:

Nessuno, non dimenticare nessuno
si piagava frugando, su sentieri del cuore,
nel tuo tenero interno.
Fin che una parola ti uscì dalla bocca,
riserbata e taciturna:
con essa, non dimenticare, tu vivi,
da essa ti cresce la forza
per ascoltarmi, quando io dico a te:
vieni, io ti voglio,
ti voglio non amare –

René Char era legato da densa amicizia a Camus. Paul Celan morirà, volontariamente, dieci anni dopo la morte di Camus.

**

6 gennaio 1960

René Char! Vorrei dirti, in questo momento, che la tua sofferenza è la mia.

Il Tempo si è rivoltato contro chi osa essere umano – questo è il tempo dell’anti-umano. Viviamo, ma anche noi siamo morti. Non c’è il cielo di Provenza; c’è la terra, spezzata e senza ospitalità; non c’è che quella. Nessuna consolazione, assenza di verbi. Il pensiero – qualcosa che riguarda i denti. La parola semplice che scrivo: cuore. Un cammino semplice: quello.

René Char, questo è il cammino, il solo, non lasciarlo. (Lo hai abbandonato, ti ho visto abbandonarlo, hai saputo farci del male, leggermente, un male delicato, appena i nostri cuori si sono aperti a te). Ho il diritto di dirtelo? Non lo so. Te lo dico. Aggioga una parola o un silenzio.

Ti scrivo queste parole – che sono solo parole – dopo la morte di Albert Camus.

Devi essere vero, sempre.

Paul Celan

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