20 Luglio 2023

“Ho conosciuto fiumi antichi quanto il mondo”. Langston Hughes, il poeta amato da Borges

Nel 1934, con l’anodina audacia che la contraddistingueva, Nancy Cunard – nome a caratteri cubitali – curò un’antologia dal titolo plastico – che, graficamente, occupava tutta la copertina del libro, in obliquo –: Negro. Si tratta di un’immane enciclopedia di quasi 700 pagine in cui viene setacciato il mondo ‘nero’, dagli Stati Uniti d’America all’Africa, dal Brasile a Cuba, in ogni aspetto: storico, musicale, letterario. L’antologia nasce ad indirizzo ovviamente politico (ergo: polemico): la ricca inglese Nancy Cunard si fa carico dei “dolori e della continua persecuzione della popolazione nera”. “Nell’epoca presente”, scrive la Cunard nella nota che inaugura il volume, “non si può scrivere altro che della questione dei neri, e bisogna scriverne con verità”. In qualche modo, ha precorso i tempi.

L’antologia si apre con una poesia, I, Too – “Pure io ti canto, America/ io, il tuo fratello oscuro…” – di Langston Hughes, la superstar della poesia nera, protagonista della “Harlem Renaissance”, sovrano del jazz poetry. Non alieno da micidiali difficoltà, Langston Hughes proveniva dalla classe media afroamericana: aveva studiato – con scarsi risultati – alla Columbia, laureandosi alla Lincoln University. Il suo primo libro, The Weary Blues, era uscito per Knopf, nel 1926, riscuotendo ampio successo. La sezione centrale di quella raccolta, assai scaltrita, che mescola poesie urbane – una delle più note è la brevissima Young Prostitute: “Il suo viso scuro/ è un fiore appassito/ su uno stelo rotto./ Quelle come lei costano poco/ ad Harlem, dicono” – a stralunate rêverie – o meglio: Dream Variations – s’intitola come una delle sue celebrate poesie, The Negro Speaks of Rivers. La poesia piacque a Jorge Luis Borges, che nel 1931, sul secondo numero di “Sur”, la traduce come El negro habla de ríos.Non si fatica a capire perché quella poesia fosse congeniale a Borges: i fiumi paiono il mignolo di Dio e il poeta una specie di vagabondo stellare, che passa, con stupefatta indifferenza, dal primo giorno del mondo alla costruzione delle piramidi, dal Congo ad Abramo Lincoln. All’epoca, Borges era fermamente poeta – nel 1929 pubblica la terza raccolta di versi, Cuaderno San Martín – e alla poesia di Langston Hughes consegna una icasticità che all’originale manca. Il jazz, così, trova venature mistiche. Un fiume, “il fiume segreto che purifica dalla morte gli uomini”, è al centro de L’immortale, il racconto che apre L’Aleph.

Non basta. Borges torna su Langston Hughes nel 1937, ripubblicando la traduzione di The Negro Speaks of Rivers e scrivendo una Biografía sintética de James Langston Hughes(ora in: Borges en El Hogar, Emece, 2000). La biografia ha qualche ragione d’interesse. Borges, con suprema reticenza, critica le operazioni di Cunard & Co.: chi si erge a difensore dei neri ne ghettizza la letteratura, che non può che essere nera, ad uso (ed abuso) dei ricchi paladini, paludati dell’antirazzismo. Malsopportava, Borges, i censori dei ‘fenomeni culturali’, incapaci di prestare autentico culto alla poesia così com’è. Soprattutto, Borges dimostra una conoscenza profonda della cultura lirica statunitense contemporanea – cita Countée Cullen, Claude McKay, Carl Sandburg – benché siano altri i suoi congeniali autori (Walt Whitman, Nathaniel Hawthorne, Edgar Allan Poe).

I frammenti biografici costruiti intorno a Langston Hughes, altrimenti irreperibili, sembrano il frutto della mente di Borges: i viaggi in Africa, l’accattonaggio a Parigi, hanno analogie con gli esercizi di biografia fantastica raccolti in Storia universale dell’infamia (1935). Piuttosto, nel 1932 Langston Hughes, insieme a una delegazione di afroamericani, partecipò al grand tour in Unione Sovietica. Stalin voleva produrre un documentario, in funzione antiamericana, sulla discriminazione razziale dei neri. Non se ne fece nulla: gli States riconobbero lo status dell’Urss e un documentario del genere avrebbe illividito i rapporti, appena riconciliati. Sotto la stretta maccartista, il poeta disse di non essersi mai iscritto al partito comunista perché “si fondava su una disciplina e un’obbedienza che in quanto artista mi rifiutavo a sottoscrivere”.

Un tempo, la stella di Langston Hughes splendeva anche in Italia. Era tradotto da Einaudi – Nel mare della vita, 1948 – da Mondadori – Mulatto, 1949; Due negri al bar, 1966 – da Lerici – Poesie, 1968 – da Longanesi – Piccola America negra, 1968 – da Newton Compton – Blues e poesie, 1979. Tutto è ora per lo più introvabile. Quest’anno, a cura di Alessandro Brusa, Marco Saya ha pubblicato una antologia di poesie di Langston Hughes come Queer Negro Blues.

Soprattutto, a Borges – cresciuto nel mito del gaucho – piaceva l’idea del poeta colto che sapeva vivere in ogni avversa circostanza, pronto a perdere tutto per la poesia. Il poeta che vive come un fiume e sa domare i cavalli. Tra lazo e aleph non c’è differenza.

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Biografia sintetica di James Langston Hughes

Fattaeccezione per alcune poesie di Countée Cullen, la letteratura nera, oggi, soffre di un’inevitabile contraddizione. Lo scopo di questa letteratura è dimostrare l’insensatezza di ogni pregiudizio razziale, eppure non fa altro che ripetere che è nera: in sostanza, accentua la differenza negandola.

Il poeta nero James Langston Hughes è nato il primo febbraio del 1902 a Joplin, Missouri. I nonni materni erano neri, liberi, proprietari. Suo padre faceva l’avvocato. Fino all’età di quindici anni James Langston Hughes ha vissuto nel Kansas. Lì ha imparato a cavalcare, a domare i cavalli, a lanciare con destrezza il lazo. Intorno al 1908 passò un’estate in Messico, nei pressi di Toluca. La terra ha tremato, tremavano le montagne, e James Langston Hughes non dimenticherà mai quelle migliaia di uomini silenziosi e inginocchiati, mentre la terra lentamente tremava e il cielo era immobile, blu.

Nel 1919 apparvero le prime poesie, composte in modo maldestro, sotto l’influenza di Claude McKay e di Carl Sandburg. Nel 1920 tornò in Messico. Nel 1922, dopo un anno di infelici studi alla Columbia University, si imbarcò per l’Africa. “A Dakar ho visto il deserto”, ha detto, “ho rubato una scimmia in Congo, ho assaggiato vino di palma in Costa d’Avorio, mi hanno salvato dalle correnti del Niger, in cui stavo annegando”. Fu il primo dei suoi molti viaggi. “Nei migliori ristoranti di Parigi ho conosciuto la fame”, racconta, altrove. “Sono stato portiere in un cabaret in rue Fontaine: il mio solo guadagno erano le mance. Ma siccome gli avventori erano per lo più francesi, il mio stipendio – notte dopo notte – rasentava lo zero. Ho fatto il secondo cuoco al Grand Duc. Ho passato giorni felici e Genova, senza un soldo in tasca, nutrendomi di fichi e di pane nero. Ho lavato il ponte del piroscafo che mi ha riportato a New York”.

Nel 1925 ha vinto un premio di centocinquanta dollari per una poesia, A House in Taos. Nel 1926 fu pubblicato il suo primo libro: The Weary Blues. Più tardi, sono usciti un altro libro di poesie, Fine Clothes to the Jew (1927) e un romanzo, Not Without Laughter (1930).

Jorge Luis Borges

19 febbraio 1937

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Il negro parla dei fiumi

Ho conosciuto fiumi…
Ho conosciuto fiumi antichi quanto il mondo e più antichi
del flusso di sangue che attraversa le vene degli uomini.
Il mio spirito è sprofondato come i fiumi.

Mi sono bagnato nell’Eufrate quando le albe erano giovani,
ho armato una capanna presso il Congo dove mi ha cullato il sogno,
ho vegliato sul Nilo per innalzare le mie piramidi.

Ho ascoltato il canto del Mississippi quando Lincoln arrivò a New Orleans,
ho visto il suo petto fangoso farsi d’oro al calare del sole.

Ho conosciuto i fiumi:
fiumi invecchiati, bruni.
Il mio spirito è sprofondato insieme ai fiumi.

Langston Hughes nella versione di Jorge Luis Borges

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