27 Luglio 2024

“Uomini siamo, più stanchi che vili”. Sulla poesia di Sandro Penna

Dopo molta assenza (soltanto qualche mese), mi rimetto a scrivere di poesia. E lo faccio mentre approfondisco proprio la poesia e la poetica di un grande autore del Novecento italiano.

Oggi scrivo, infatti, di Sandro Penna, perché l’ho incontrato da poco sul mio percorso di poeta e scrittore. E non ho dubbi nel farlo assurgere a mio maestro. Sì, sarà uno dei miei maestri, del Novecento, in poesia. Maestro in vita ‒ maestro in morte.

Ecco come la tradizione influenzerà in parte il mio modo nuovo di essere poeta e di scrivere poesia sulla scena italiana.

Sandro Penna era l’uomo solo. Sandro Penna era il venditore di quadri. Penna il traduttore. Penna il maledetto, che però scriveva poesie così belle (mi sussurra Temporelli da un lago ormai lontano)… Penna e il suo ragazzo che sempre cercava e/o descriveva nei suoi versi. Sandro Penna l’uomo malato, il grande cantore.

Forse invecchio, se ho fatto un lungo viaggio
sempre seduto, se nulla ho veduto
fuor che la pioggia, se uno stanco raggio
di vita silenziosa… (gli operai
pigliavano e lasciavano il mio treno,
portavano da un borgo a un dolce lago
il loro sonno coi loro utensili).
Quando giunsi nel letto anch’io gridai:
uomini siamo, più stanchi che vili.

Mi ha fatto una grande tenerezza vederlo e ascoltarlo, mentre parlava ‒ forse felice, forse scontento   ‒ in un video: fu una sua toccante apparizione nel docu-film di Mario Schifano Umano non Umano del 1972. Una delle rarissime sue apparizioni che ci mostra la fragilità e il malessere di un grandissimo poeta italiano.

In un certo senso (certo, in maniera diversa, per vissuto e per vigore) mi ha ricordato Alda Merini. Ma Penna, come tutti, era unico. Mi ha quindi recato stupore e mi ha colpito quel suo essere e quel suo parlare d’altri tempi, d’altri mondi, nei quali la mente svela le sue necessità, i suoi umori e timori, se non le verità di un cuore. Quel suo essere innocente e omosessuale, ascoltare la sua voce mai sentita prima, come quando s’incontra un estraneo per la prima volta (ma, attenzione, un estraneo che ha scritto poesie meravigliose), mi ha portato a riconoscere un rispetto per l’uomo, per il poeta che era e per l’omosessualità mai celata che lo definiva pienamente se stesso.

Lumi del cimitero, non mi dite
che la sera d’estate non è bella.
E belli sono i bevitori dentro
le lontane osterie.

Muovonsi come fregi
antichi sotto il cielo
nuovo di stelle.

Lumi del cimitero, calmi diti
contano lente sere. Non mi dite
che la notte d’estate non è bella.

Fortunatamente fu Saba a scoprirlo, ad aiutarlo. In realtà fu Penna, sotto falso nome, a inviargli alcune poesie. Nel 1929 Sandro Penna, ventiduenne, usando uno pseudonimo, spedì i suoi primi versi a Umberto Saba, che gestiva a Trieste una libreria antiquaria. Il poeta triestino si interessò a Penna facendone pubblicare le poesie sulle maggiori riviste letterarie, dandogli denaro perché si recasse a Firenze a farsi conoscere da poeti e artisti, seguendo il formarsi del suo primo libro, suggerendo correzioni e varianti e nemmeno offendendosi quando l’altro mostrava di ignorarle. Saba corrispose molto con Penna, subito visto come un figlio amato e difficile.

Sandro Penna, insomma, è per me una grande piacevole sorpresa letteraria. Un aiuto nella vita, un compagno nei meandri della notte, un poeta che ha fatto di se stesso l’opera d’arte più bella, nel nascondimento e nel mistero, forse ancora in parte irrisolto, dei suoi versi in mille nuove parti interpretati dalla critica. (Giorgio Anelli)

Sotto l’alba piovosa se n’è andato
il mio amore con un gaio passo.
Io l’ho visto svoltare, e m’ha baciato
il cuore ancora con l’ultimo passo.

Non vale il grigio, non vale la strada
contro la luce dei suoi sedici anni.
Non vale il grigio, non varrà il tempo
contro una luce, miei poveri panni.

***

Quando tornai al mare di una volta,
nella sera fra i caldi viali
ricercavo i compagni di allora…

Come un lupo impazzito odoravo
la calda ombra fra le case. L’odore
antico e vuoto mi cacciava all’ampia
spiaggia sul mare aperto. Lì trovavo
l’amarezza più chiara e la mia ombra
lunare ferma su l’antico odore.

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