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“Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te”. Pablo Neruda, fedifrago e amante inconsolato

Il 19 marzo ci sarà l’asta a Barcellona per un manipolo di lettere e libri di Pablo Neruda. Il prezzo di partenza è 650.000 euro e sembra dal catalogo che si tratti di cimeli da bibliofili: le classiche prime edizioni del poeta nella sua fase iniziale, i libri insomma che anche da vivente l’autore non riusciva più a trovare.

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Se fosse tutto qui, la notizia non riuscirebbe a spaccare la crosta di monotonia sotto la quale la quarantena ci sta sommergendo. E invece c’è un pungolo. C’è del moralismo e c’è del bruciato.

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La morale come di consueto arriva dal Guardian in un pezzo che il direttore mi ha messo sotto il naso sapendo quanto anch’io sia bacchettone. Eccolo. In buona sostanza l’articolista non si fa sfuggire l’occasione per rimarcare che Neruda non si tenne stretta nessuna delle tre mogli; che abbandonò pure la figlia la quale soffriva di idrocefalia alle cure della moglie; che prima di tutto, riassumendo, quando era diplomatico in India, aveva stuprato una sua domestica Tamil. (E qui orrore, il sangue inglese ribolle al giornalista al solo pensiero di quanti suoi antenati avranno fatto lo stesso, senza però lasciare nemmeno un verso in croce…).

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Ma al di là di questo fumo c’è la traccia giusta. Come in un magnifico labirinto disseminato di specchi, si torna al punto di partenza. Il collezionista che mette all’asta il suo archivio ha dichiarato con candore appassionato che il pezzo forte è una lettera di Neruda. La lettera è stata trovata all’ombelico geografico di Neruda, La Riojas. Il poeta era giovane, era folle e scriveva alla sua amante Olga Margarita Burgos che, per i libri contabili della storia, sembra sia stata la prima donna a praticare ortodonzia in Cile (e già questa nota rasenta l’enciclopedismo chimerico dei sudamericani, popolato da fantasmi e sensi di colpa per un presunto ritardo cosmico in confronto alla vecchia Europa…).

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In realtà la lettera di Neruda alla misteriosa fiamma è poca cosa, diciamo che non aggiunge molto a quella lettera favolosa che da giovane inghingherato di patemi aveva scritto a un’altra sua amata. La lettera che è di Neruda ventenne (1924) si trova al quinto volume dell’opera omnia, pagina 875 e ripescata dal mare caotico del web recita così:

Amari davvero questi giorni mia pequeña Albertina. Che sia dovuto a crisi nervosa o ad altre porcherie, non mi sopporto nemmeno da me. Di notte insonnia lunga, dolorosa. Ieri notte poi ho letto due romanzoni. (…) Che solitudine, diosanto! Perché mia madre mi ha messo al mondo tra queste rocce? E nemmeno ho la forza di prendere il treno. Solo quattro giorni ancora da passare qui e però con te Alberta mi lagno come una femminuccia. Perché? Non va così. Ma è che proprio non se ne può più. Specie perché mi capita di pensare a chi mi scrive dopo aver letto i miei libri e allora mi corre il pensiero a chi conosco per davvero: te, gli amici. Corro pazzo di gioia a prender la posta all’ora che la so arrivata e noto che ogni giorno mancano le tue, di parole. Ecco la realtà, la triste realtà. Tu chi sei? Io chi sono? Ti interessa cosa faccio e cosa soffro? Io cosa voglio dire per te? Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te, come fossi qualcosa di estraneo a cui hai già nascosto i tuoi intendimenti più limpidi. Insomma un uomo che hai trattato come fosse di pezza. A volte avevi voglia di romperlo, questo pupazzetto, tra le tue mani. Come la mettiamo che invece agli altri io sia andato bene? (…) Basta con la tenerezza. Che rogna questa lettera lunga e così chiusa su di me. Spero, spedendola, che vada persa. Andrà persa comunque anche nel caso che ti giunga tra le mani.

Tengo l’onore di baciarti

Pablo

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Farei volentieri una scommessa. Il pezzo d’archivio nella migliore delle ipotesi sarà acquistato da qualche università cilena (sarebbe giusto andasse così) con un bel grant americano. Andrebbe incontro così a una morte lenta, per imbalsamazione, che protegga il mondo dagli olezzi nevrastenici di questo poeta che fece e disfece il possibile, scrivendo miele e maltrattando – così pare – le donne.

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In alternativa, ipotesi resa probabile dai prosciugati fondi privati americani, l’archivietto Neruda passerà nelle mani di un altro privato e ne vedremo delle belle. Chi lo sa, magari ne tireranno fuori un altro film a tema, strappandoci un mezzo sorriso dopo Il postino di Skarmeta che lo aveva ispirato. Se tanto mi dà tanto, meglio un Neruda reinventato da capo invece della solita ricerca scandalistica di qualche specializzando in archivista che ci venga a porgere qualche preziosa lettera virginale di Neruda…

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Che si verifichi l’una o l’altra ipotesi sta di fatto che Neruda non lo leggerà più nessuno, salvo qualcuno che si addentri in un deserto messicano e senta una pietra e il suo canto lamentoso che è l’anima di Neruda che prega per essere liberata da quella prigione morbida per entrare dentro un ragazzo lettore di poesia.

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In effetti, mettendo da parte la poesia, il fatto è semplice. Ci sono tre libri poetici di Neruda che sono eccellenti, il resto ha fatto solo del male alla poesia: ripetitività, stucchevolezza, mettetela come volete. Così ha detto Roberto Bolaño e qui giuro sulle sue parole…

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Nota comica. Quando afferrai dal piccolo scaffale di uno zio l’edizione antologica Mursia di Neruda, trovai un libro intonso. Dentro però c’era questo programma di un concerto al Teatro Regio. Feci due conti e sì, penso che allora mio zio aveva eroicamente incontrato la mia povera zia. Non andò più avanti nella lettura di Neruda. Il quale credo si sarebbe parecchio incazzato della cosa…

Andrea Bianchi 

*In copertina: Pablo Neruda e la terza moglie, Matilde Urrutia, a Capri

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