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L’imam, il vescovo e il rabbino. Avevo un profumo di Eden addosso…

Chiese normanne costruite da ingegneri e architetti arabi”. Questa frase dai connotati apodittici l’ho sentita tante di quelle volte nella mia vita da poterla pronunciare io stessa tutto d’un fiato, al contrario, sottosopra. A Palermo, dove sono nata, esistono chiese uniche al mondo progettate da ingegneri e architetti arabi su richiesta di cattolicissimi re normanni. Nell’XI secolo, in un clima di atipica convivenza e tolleranza, chiese cristiane vennero costruite da manovalanze arabe su fondazioni di precedenti moschee. L’insolita collaborazione diede così forma ad uno stile raro e simbolico, quello arabo-normanno. Già da piccola sapevo che i meravigliosi edifici di calcarenite gialla, decorati da raffinati merletti e coronati da maestose cupole rosse, evocavano stili esotici di lontane moschee.

Prima ancora di distinguere nel forestiero la violenza, a Palermo si impara che il suo contributo può diventare rara bellezza. Nella Pan Hormos, la città tutto porto, si fermano ancor oggi inglesi, francesi, tedeschi, indiani e africani, accolti come vecchie conoscenze e per spiegarselo basta alzare il naso e guardare le cupole rosse delle chiese; la convivenza pacifica fra diverse culture è una storia vecchia di secoli.  

Fra gli anni ’70 e ’80 fiotte di ragazzi bruni chiamati indistintamente “tunisini” arrivavano dal nord Africa per restare in Sicilia o raggiungere Napoli. A quell’epoca tutto ciò che sapevo era che si dicevano musulmani come gli ingegneri di San Giovanni degli Eremiti e che il loro Dio si chiamava Hallah. Tunisi era lontana culturalmente. Soprattutto culturalmente. Dell’Islam ne avevo letto nelle favole in cui abili ingegneri progettavano magnifici zampilli d’acqua in lontani giardini e, un po’ più grande, nella versione settecenteca (e falsata) dei racconti de Le Mille e una Notte, storie in cui decidevano quasi sempre gli uomini, le donne restavano con i figli a casa proprio come nelle favole dei Grimm e ogni tanto eroine misteriose e audaci si cacciavano in qualche avventura, profumate di gelsomino e coperte da un velo che ne lasciava intravedere lo sguardo ammaliatore. Benché notassi una discrepanza fra l’eleganza delle nostre chiese e i poveri panni indossati dai “tunisini”, per anni il così detto mondo arabo, definizione che contiene, circoscrive, rassicura, ma non corrisponde a nulla, è rimasto ai miei occhi un insieme compatto, uniforme e omogeneo.

Il destino ha voluto che andassi a vivere in Francia. Al contrario dell’Italia che ha tutta un’altra storia e proprio in virtù del legame coloniale con l’Algeria e del protettorato con la Tunisia e il Marocco, la Francia è stata meta privilegiata di grandi flussi migratori dal nord Africa sin dagli inizi del XX secolo, soprattutto fra gli anni ’50 e ’60. La conseguenza di questo legame ormai esclusivamente culturale è che l’Islam è già da qualche lustro la seconda religione in Francia dopo il cattolicesimo. Per decenni cittadini francesi di confessione musulmana si sono integrati nel tessuto sociale in modo del tutto pacifico sotto l’egida della laicità che in Francia, come imparano i bambini a scuola, non significa annullamento della religiosità ma garanzia della pluralità religiosa. Sperimentando personalmente una convivenza con cittadini francesi di fede musulmana che in tredici anni mai ho avvertito come minacciosa, ho imparato a definire meglio i tratti dell’Islam, mondo variegato, eterogeneo e multiforme. Ascoltando il presidente della Fondation de l’Islam de France, Ghaleb Bencheik e le conferenze dell’Institut du Monde Arabe ho imparato che la lapidazione delle donne, la pena di morte e le altre violazioni dei diritti umani stanno all’Islam maturato e praticato in un contesto democratico e laico quale quello francese, come le crociate, i roghi e l’inquisizione stanno all’evangelizzazione pacifica del cristianesimo di oggi e che in tale contesto la comunità musulmana ha finalmente la possibilità di elaborare il ritardo storico saldando il conto con le ragioni dell’Illuminismo.  

Gli attentati francesi del gennaio e novembre 2015 di matrice detta islamica sono piombati all’improvviso fra le mie convinzioni dando una scossa tutta reale. L’assassinio di padre Jacques Hamel a Saint-Étienne-du-Rouvray il 26 luglio 2016, ucciso in chiesa durante la preghiera, ha assestato il colpo definitivo alle mie certezze. A quel punto ho dovuto far leva su scampoli di logica: il rischio era quello di restare impigliata nei risvolti dei luoghi comuni e del ragionamento facile, comodo come un vecchio vestito.

Ma proprio perché l’uomo è un essere complesso, la risposta umana è imprevedibile. Cinque giorni dopo l’assassinio di padre Hamel è accaduto un evento che se non ha smosso i convincimenti di tutta la Francia, ha di certo smosso i miei.

La domenica del 31 luglio 2016 gruppi di persone di confessione musulmana insieme ai loro imam, hanno atteso in tutto il paese i cattolici fuori dalla chiesa. Così è stato anche nel sobborgo parigino in cui abito. Alla fine della messa li abbiamo trovati all’ingresso della chiesa ad spettare pazienti in un modo che definirei grazioso. Se ne stavano ai piedi delle scale, uno accanto all’altro, come si fa quando si deve salutare qualcuno di importante. Nello scendere i gradini in fila, ci siamo fermati a stringerci la mano. Loro ringraziavano per essere stati accolti mettendo la mano sul cuore, come vinti dal desiderio di far chiarezza. “Siamo tutti fratelli e sorelle: siamo tutti figli di Dio” erano le frasi ripetute con trasporto. Si sono detti tristi e profondamente indignati dagli eventi.

Con mia grande sorpresa qualche minuto dopo è arrivato il rabbino della comunità ebraica della zona. Il nostro parroco, il rabbino e l’imam si sono stretti la mano fra la folla di fedeli che pian piano si dirigeva verso casa e i soldati armati che in tuta mimetica piantonavano l’uscita.

Qualche giorno prima il Conseil français du culte musulman (CFCM) aveva invitato i fedeli ad andare nelle chiese la domenica seguente l’ attentato per esprimere “solidarietà e compassione”. La Conférence des évêques de France aveva invitato tutte le parrocchie di Francia a riservare loro “accoglienza fraterna”. Nella foga di disgregare, i terroristi erano riusciti ad unire qualcosa.

Proprio dopo i tragici eventi degli attentati rivendicati dal sedicente Stato Islamico, si son formate spontaneamente in Francia numerose piattaforme di dialogo interreligioso. Ho sempre creduto che la conoscenza porta alla comprensione e al rispetto, come succede quando si viaggia o si va a vivere all’estero. Nell’attimo in cui l’altra cultura diventa anche solo indirettamente parte di noi, persino il volerla spiegare risulta superfluo. “C’è un solo modo per comprendere un’altra cultura. Viverla. (…). Così, forse, prima o poi arriverà la comprensione che sarà sempre muta. Nell’istante in cui si comprende l’estraneo, si perde il bisogno di spiegarlo. Spiegare un fenomeno, significa allontanarsi da esso”, dice con lungimiranza Peter Høeg ne Il senso di Smilla per la neve. Gli episodi di terrorismo hanno accresciuto la mia curiosità e affinato la mia determinazione. Spinta da queste istanze ho raggiunto il gruppo interreligioso di cui ancora oggi faccio parte e che si è formato nel 2016, sulla scia del “Patto di Fraternità” congiunto firmato ufficialmente dall’allora vescovo dell’Essonne Michel Dubost, dall’Imam Khalil Merroun e dal rabbino Michel Serfaty alla presenza del presidente del consiglio provinciale (conseil départemental) dell’Essonne. Da questa bella iniziativa ne è nato anche un libro: M. Dubost, K. Merroun, M. Serfaty, L’Imam, l’Évêque et le Rabbin –Terrorisme, racisme, laïcité, éducation. Leurs vérités, sans tabou”, a cura di Florence Méréo (Autrement, 2016), una chiacchiera informale fra i rappresentanti delle tre confessioni religiose su temi spesso controversi e spinosi come l’antisemitismo o il terrorismo.  

Lo stesso spirito anima il nostro gruppo interreligioso. Ebrei, musulmani, protestanti, cattolici e buddisti cherchiamo di capire insieme le ragioni delle altre confessioni, legati da uno spirito di fratellanza e da una volontà alla pace che nel ribadire le nostre diversità, le fortifica cementando l’unione. Fra molti di noi è nata una vera e propria amicizia. Quando potevamo vederci, prima della pandemia, andavo via dalla riunione con un profumo di Eden addosso.

Ed è proprio per questo che, forte dell’esperienza di un lustro nel mio gruppo, ebbra di bellezza, ricca di conoscenza, mi sono improvvisamente chiesta, ripercorrendoli, se i terribili, cruenti atti terroristici del 2015 e 2016 fino al 2020 c’entrino davvero qualcosa con la religione. Se l’Islam non sia più che causa, un banale pretesto vecchio quanto il mondo, un vile mezzo, la miccia in un contesto di tensione più sociale che religiosa.

L’integralismo, oppio dei popoli, ha sempre aiutato la politica a manipolare le contraddizioni sociali. I pregiudizi, i luoghi comuni, gli stereotipi ne hanno puntualmente alterato l’apparenza insabbiandole nella paura e nel sospetto. Chi non vuole vedere non vede, non sceglie, non apre e il “mondo arabo” resta un’etichetta vuota che esprime un amalgama informe di pregiudizi o la vaga idea romantica che ne avevo io da bambina. Ma la realtà è venuta a picchiare alla mia porta carica di spigolose evidenze e quella domenica del 31 luglio 2016, ho fatto la mia scelta.

L’uomo, che è molteplice, è anche multiplo di umanità. Nel presentare i sei membri del mio gruppo interreligioso di confessione ebrea, musulmana e cattolica nelle sei interviste che seguiranno nelle prossime settimane, è questo senso di disperata umanità che vorrei condividere. Volevano dividerci e invece qualcuno si è unito, volevano metterci l’uno contro l’altro e sono nati movimenti spontanei di inedita solidarietà. I visi sorridenti di Atidel, Norbert, Nathalie, Kader, Francis e Geneviève mi paiono lo schiaffo più sonoro a quegli spietati terroristi travestiti da musulmani.

Manuela Diliberto

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