“La morte non ci fu mai nemica”. Wilfred Owen, poeta di guerra
Poesia
Paola Tonussi
Originario delle isole Orcadi, George Mackay Brown (1921-1996) è stato uno dei poeti scozzesi più importanti dell’ultimo secolo, benché oggi di lui si tenda a ricordare soprattutto la corposa produzione in prosa che comprende racconti, romanzi, saggi, articoli e testi teatrali.
Punto nodale della sua parabola biografica e artistica fu la conversione al cattolicesimo, il quale, oltre a fornirgli temi e immagini per la scrittura, ebbe il merito di spingerlo a riconsiderare la sua visione della terra natale secondo una prospettiva sacramentale, con il lavoro dei pescatori e dei contadini, i riti della vita quotidiana e l’alternarsi delle stagioni che finiscono per diventare parte di una relazione cosmica. Secondo Seamus Heaney, suo estimatore d’eccezione, Brown era in grado di «trasformare ogni cosa facendola passare attraverso la cruna d’ago delle Orcadi».
La celebrazione della natura e i riferimenti alle saghe norrene fanno parte anch’essi del tentativo browniano di abbattere i confini spazio-temporali in una comunione intergenerazionale tra gli uomini – e tra questi ultimi e Dio – che ha il sentore dell’eternità. Lo scopo del poeta è quindi quello di farsi co-creatore, di essere un artigiano costantemente impegnato a «mantenere in riparazione la sacra trama della creazione in nome dell’umanità».
Da queste considerazioni preliminari scaturisce un modello comunitario che è riflesso della Chiesa stessa, un’unità nella diversità identificata con l’immagine simbolica dell’arazzo. Brown racconta di un legame che trascende il mero piano giuridico e che riguarda non solo i vivi ma anche i morti, non solo il presente ma anche il passato e il futuro; e da amante di isole, ripeteva spesso che «nessun uomo è un’isola».
D’altro canto, la minaccia più grave per l’ordine naturale e divino è costituita dal “progresso”, un’etichetta sotto la quale lo scrittore riconduceva tutte le manifestazioni di una modernità sempre più abbruttita e autoreferenziale. In Un arazzo orcadiano infatti scriveva:
«C’è una nuova religione, il progresso, nella quale tutti noi crediamo devotamente, ed è interessata solo alle cose materiali del presente e a un vago futuro. È una fede utilitaristica senza radici, senza bellezza né mistero».
L’esito non può che essere un’esaltazione luciferina finalizzata a sradicare ogni cosa, a spazzar via qualsiasi affetto, esattamente l’opposto dell’esempio dato in epoca medievale da San Magnus, patrono delle Orcadi, il quale rinunciò alla propria vita pur di garantire alla sua gente pace e prosperità.

Questi temi sono già presenti ne La tempesta (1954), la raccolta d’esordio di Brown, la cui uscita fu favorita dall’intercessione di Edwin Muir, intellettuale cosmopolita che ebbe il merito di intuire per primo il potenziale del giovane pupillo.
La lirica d’apertura, intitolata semplicemente Prologo, può essere considerata una sorta di manifesto della letteratura di Brown, una dichiarazione d’amore per le Orcadi e una feroce critica al protestantesimo e a quelle forze disgregatrici che minacciano di distruggerle. Non a caso il primo verso, «Per le isole io canto», un’eco di Walt Whitman, fu scelto più di quarant’anni dopo dall’editore per fare da titolo alla sua autobiografia pubblicata postuma.
Brown si dimostrò sin da subito un rimatore versatile, le cui virtù principali risiedono nella chiarezza formale e nell’impressionante padronanza della musicalità delle parole. La sua poesia, tutt’altro che istintiva, è il risultato di un costante lavoro di revisione e riscrittura che spesso lo portava a stendere più versioni del medesimo componimento o a ritornare insistentemente sugli stessi temi. Secondo Alan Bold, autore di un saggio pionieristico su di lui, nella creazione dei suoi versi Brown fu influenzato
«dai ritmi intimi ed elastici di Hopkins, dal tono ecclesiastico del tardo Eliot, dalla densità metaforica di Dylan Thomas, dalla rassegnazione malinconica e dall’iconografia di Yeats».
Quando tratta temi quotidiani, l’autore orcadiano impiega uno stile semplice e diretto, accompagnato solitamente da uno schema rimico, mentre quando imita la voce delle saghe, i toni si fanno solenni e la preferenza va al verso libero. All’occasione la sua penna sa attingere anche all’ornamentale, al ricco e all’intricato, dando corpo a un’intelaiatura perfetta per i soggetti liturgici, tratteggiati con singolare raffinatezza. In generale, Brown non sfigura nemmeno quando si trova ad avere a che fare con strutture rigide, ad esempio il sonetto, sapendole adattare di volta in volta alle proprie esigenze.
Ad eccezione dell’allitterazione, gli espedienti retorici sono rari, così come l’ironia. Molti componimenti vantano poi un forte elemento narrativo e la prima persona è quasi del tutto assente: Brown non è un cantore dell’intimità, preferendo prestare la voce a una visione la più ampia e inclusiva possibile.

La sua opera è inoltre ricca di silenzi meditati e ne Il poeta si arriva a sostenere che uno dei compiti principali dello scrittore sia proprio quello di «interrogare il silenzio», ossia di investigare la dimensione trascendente che, seppur invisibile allo sguardo, permea ogni cosa. Si tratta di un’istanza così importante che è ricordata anche nei versi scolpiti sulla sua lapide, a mo’ di epitaffio:
Incidere le rune,
poi accettare il silenzio.
Dopo La tempesta Brown pubblicò altri volumi di poesie tra cui Pani e pesci (1959), L’anno della balena (1965), Pescatori con aratri (1971), Viaggi (1983), Poemi di Brodgar (1992) e Inseguendo l’allodola (1996). Il suo nome compare in svariate antologie e qualche anno fa Archie Bevan e Brian Murray hanno curato quella che ad oggi è la raccolta più esaustiva delle sue liriche. Nel 2023, invece, la casa editrice Interno Poesia ha dato alle stampe un volumetto, Incidere le rune, che contiene una piccola selezione dei migliori componimenti di Brown, per la prima volta tradotti in italiano.
In conclusione, pare giusto lasciare la parola a quest’ultimo, che definiva così l’estetica teologica che anima il suo lavoro:
«In principio erat Verbum. La nostra forma occidentale di religione, il cristianesimo, pensa che la Parola illumini tutta la storia con bellezza, saggezza e verità. Per la poesia e le altre arti, essere ancelle del Verbo Supremo è una vocazione abbastanza degna. La poesia mantiene viva la fiamma».
Luca Fumagalli
***
Prologo
Per le isole io canto
e per alcuni amici;
non per favorire mezzi
né per generare fini.
Non per il vecchio Marx
e la sua algida logica –
dialettica da formicaio,
né lieta né tragica.
Non quella stravaganza
che Lawrence apprezzava –
fenice dorata
che dal sangue sbocciava.
Per la Scozia io canto,
nazione che Knox ha rovinato,
che la passione di poeti e santi
ricostruire dovrà.
Per i lavoratori del campo
di miniera e mulino
che della terra spezzano il pane
e ne schiacciano il vino.
Andate, mie brave canzoni,
e siate liete.
Se proprio dovete, piangete
dell’uomo le lacrime antiche.
Lodate il santo e l’ambulante,
e la rosa che del sole
prende la pienezza
anche se un mondo si spezza.
*
Il poeta
Così non si curò più di sondare il lago del silenzio.
Si mise maschera e mantello,
incordò una chitarra
e si mescolò alla gente.
Ballando quelli gridarono,
“Ah, come sono liete di nuovo
le nostre isole severe, ora che
questo vagabondo cieco e poeta
ha invaso la Fiera!”
Sotto l’ultima lampada spenta,
rientrati tutti i danzatori e le maschere,
il suo sguardo freddo
ha ripreso il suo vero compito,
interrogare il silenzio.
Traduzione di Giorgia Sensi