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Poesia
Edoardo Pisani
«Come raccontare per farvi credere?/ Come raccontare per farmi credere?». È l’interrogativo che si pone il poeta iraniano Garous Abdolmalekian nella sua più celebre silloge, Trilogia del Medio Oriente: Guerra Amore Solitudine, pubblicata in Iran nel 2018 e tradotta in italiano, per l’editore Carabba, nel 2021. Stesso nodo che del resto la letteratura tenta di sciogliere da secoli: possono davvero le parole raccontare appieno il dolore, trasferendone l’abisso di annichilimento ed esilio a cui espone, nell’indifferenza di un’umanità sempre più sorda al grido d’aiuto degli invisibili e degli impotenti, oltremodo distratta dalle morgane del progresso, accecata dai fari di una eterna fiera delle vanità?
Interrogativo inesauribile quanto il precipizio del male e della sofferenza causati al creato dall’umana specie sapiens – anomalo virus paradossalmente devoto all’autofagia, strenuo affamatore di giustizia, compassione, bellezza.
Interrogativo a cui risponde tuttavia la poesia: che sappiamo, è letteratura ma anche profetica arte della vita e del suo baluginante mistero. Penso, per quella patria martoriata, culla di insabbiate eppure limpidissime sorgenti che è il Medio Oriente, a indimenticabili autori quali Badr Shākir al-Sayyāb, Nizar Qabbani, Mahmoud Darwish, Adonis, voci della terra delle terre, metafora del cuore sanguinante di ciascuno di noi, nostra materna cancrena, olocausto isolato eppure universale. Voci che con i loro versi, così impegnati e fiabeschi, sulfurei e lucenti, grevi e leggiadri al contempo, hanno restituito dignità ai popoli dei deserti, gli stessi tutt’ora considerati dal protervo Occidente intollerabile rigurgito di Krónos, beduini da convertire alla modernità con l’imperativo delle morti inflitte in nome della pace e delle rivoluzioni culturali.
Cito questi nomi ma penso a una fiumana di poeti che sono divenuti a parole il sangue stesso, le lacrime stesse versati dai mediorientali negli ultimi secoli. L’ultimo appartenente a simile genealogia è un iraniano, per l’appunto il citato Garous Abdolmalekian. La sua opera può essere considerata non solo un tassello essenziale della letteratura iraniana contemporanea ma il canto stozzato e insuperato che ci giunge da una delle regioni più ferite e abbandonate della Terra, suo tormentato specchio, sindone di evitabili orrori collettivi.
Abdolmalekian è nato a Tehran nel 1980, ha scritto svariate sillogi, tradotte in molte lingue occidentali nonché fregiate del Premio Pen alla poesia. Se lo si incontra ne colpisce il passo trasognato, la soave modulazione della voce, l’anelito di pace trasparente da una grazia che ci si aspetterebbe soltanto da un asceta di sufica ispirazione. Ebbene, in quella mite bonarietà che lo corazza si celano le ferite di un bambino nato e cresciuto sotto le bombe del conflitto Iran-Iraq (1980-88) e divenuto adulto all’ombra di un regime autarchico e repressivo, i cui frutti sociali e culturali sono ormai conoscenza di tutti.
Per il momento in Italia è disponibile solo la versione poetica della sua Trilogia del Medio Oriente, tradotta da me e Faezeh Mardani, contenuta, insieme ad altri testi inediti dell’autore, nell’antologia ricapitolativa degli ultimi cento anni di poesia persiana che uscirà a fine ottobre presso “Lo Specchio” Mondadori. Ma basta l’anzidetta raccolta a farcene intuire la grandezza, tanto poetica quanto umana. «Scrivo ferite», comincia così una sua celebre e potente lirica, ed è questa Trilogia il più vivido resoconto della storia che stiamo subendo e cancellando, nell’accecante penombra dell’indicibile attuale.

A lungo, tanto in sedi accademiche quanto tra le pagine della letteratura stessa, si è dichiarata la poesia incapace di mutare il corso degli eventi, di salvare il mondo dal suo insostenibile peso. Tesi ragionevole, condivisibile fino a quando a caderci sotto gli occhi sono versi come quelli di Abdolmalekian: per lui unico appiglio, unica possibilità di comunicarsi a interlocutori sconosciuti eppure ad uno ad uno convocati per nome; unica salvezza dalla solitudine, dal silenzio a cui viceversa sarebbe condannato. Salvezza certo non definitiva, difesa con mano traballante e bavaglio alla bocca ma salvezza, comunque e sempre.
È semplicistico sostenere che la poesia non salvi la vita se a farlo siamo noi, sonnacchiosi spettatori di apocalissi mai davvero reali, ancora troppo innocue sul piano socio-economico per preoccuparcene. Chiediamone conto a Garous Abdolmalekian, al popolo iraniano sceso per le strade con le poesie di Forugh Farrokhzād a difendere la libertà d’espressione delle donne, tradizionalmente genuflesso sulle lapidi di poetiche glorie nazionali quali ’Attār e Hāfez certo di trovare nei rispettivi, secolari poemi insuperabili indirizzi esistenziali.
Dove davvero la si difende con le proprie viscere e il proprio respiro, la poesia può salvare la vita divenendone, come sostenne per l’arte Marcel Proust, la suprema verità. Questo forse l’Occidente l’ha dimenticato ma c’è ancora chi, nel buio di una cella come sotto un cielo incendiato da ordigni, ha il coraggio di pronunciarle il suo inutile credo, la sua profana devozione. Tanto da diventare corpo stesso di poesia, ostia vivente di metafore, concerto espanso di un intero popolo le cui pene possono essere onorate soltanto in versi. Sia dunque lode a questi custodi della Viva Parola, fuochisti della sua immortale luce. E non si levi del tutto invano il lamento di chi confessa: «Noi/ ci perdiamo per le strade/ ci perdiamo per le ambasciate/ ci perdiamo per le frontiere// Noi/ ci perdiamo/ come tralci vaganti sul mare/ e nemmeno possiamo affogare».
Francesco Occhetto

***
Da: Trilogia del Medio Oriente: Guerra Amore Solitudine (Carabba 2022)
Ci sono ricordi
che non mi lasciano più
ci sono ricordi
fissati al mio teschio con un chiodo.
Miei amici si lasciarono cadere
per raccogliere i loro fucili
miei amici
andarono a morire oltre il confine.
Bambini
stringevano il cordone ombelicale
per non nascere.
Noi pregavamo il cielo
e dal cielo
cadevano
le bombe.
Mio fratello diceva:
bisogna tramontare
non vedi che il sole
sorge ogni mattino
e ogni sera pentito
se ne torna via?
La bellezza è in declino
e delle donne
non resta altro che uomini.
Ci siamo sposati con gli uomini
e abbiamo partorito
i deserti.
***
La bomba cadde sulla scuola
volevamo gridare aiuto
volevamo chiamare i nostri figli per nome
ma anche le lettere dell’alfabeto erano in fiamme.
All’inferno
come parlano tra loro gli uomini?!
Nella mia terra
dove migrano i canti?
Dove si nascondono le danze?
Dove vanno le poesie?
Chi chiede acqua
dietro le sbarre
vuole ingoiare
il proprio dente.
Ehi vita!
Questo non è respirare
non è respirare
no, non è respirare.
È la morte
che riempie e svuota
i nostri polmoni.
La guerra brucia
e i vigili del fuoco
non sanno spegnere l’omicidio.
Guarda!
Brucia mia figlia di cinque anni
e il suo nome
come carta di caramella
sgualcisce tra le mie mani.
Non sentirti solo
non sentirti solo figlio mio!
Questo è il Medio Oriente
dovunque scaverai la terra
spunterà fuori
un amico, un caro, un fratello.
***
Perfino del cielo
ho brutti ricordi
e dei fiumi
che portavano i cadaveri
verso il mare,
non credo sia ancora blu
il fondo del mare.
Ho brutti ricordi
dei ricordi:
muri crollati
cadaveri gonfi sotto il sole
non si muove nulla
qui
sembra più
un’istantanea che vita.
Mosche
sulle facce
mosche
sullo spirito
mosche
sulla verità.
Io ho visto:
prima marcisce la pelle
poi la carne
poi le ossa.
Un ultimo cenno di speranza
ti tiene in vita
per toccare lentamente
le particelle di questa tortura.
Mi metto allo specchio
e lo specchio
tenta tenta tenta
di costruire un volto
dai frammenti delle macerie.
Cammino tra le macerie
e penso alla melagrana
rinsecchita sul ramo,
eccola la Terra
Dio le passa accanto
senza volerla
cogliere più.
***
Scriverò tanto di te
da consumare tutta la lingua.
Vorrei questa volta
iniziare ad amarti
dal fondo fino in cima
se no è troppo facile
camminare su due piedi.
Vorrei stringerti
con il mio cadavere
vorrei scriverti
con il mio sangue
che scorre nei fiumi
scorre nel Tigri
nell’Eufrate
nel Karoun
così tanto
da consumare il mare.
Ho nel petto una ferita
una ferita che non parla con me
né con i miei amici
né con il medico,
una ferita che attende la notte
per poterti chiamare
dagli insanguinati abissi.
Ti ricordi?
Eravamo di fronte al mare e
il mare se ne era andato in cerca delle onde.
Ti ricordi?
Eravamo seduti di fronte
prima di prenderci la mano
le nostre parole si sono alzate
e avvinghiate l’una all’altra
hanno partorito i figli.
Ti ricordi…?
Ora che non ci sono più
stira e abbottona
la mia camicia
lucida le mie scarpe
tieni in ordine
la mia assenza.
Ora che non ci sono più
leggi le mie poesie,
voglio essere la tua voce
la tua bocca
le tue labbra
lacrima che scende a terra,
la tua terra.
Ora che non ci sono più
di’ a mia figlia di disegnarmi
voglio entrare nel suo zaino
tra le tante carte.
Ora che non ci sono più…
Ora cosa resta della vita
oltre questo foglio bianco
messomi davanti
per confessare?
Ma io
come quando avevo sette anni
corro sulla neve
e loro
non sanno trovare le mie tracce.
***
Bisogna tagliare le vene
a questa poesia
perché soltanto il sangue
può scriverti.
Più volte avevo visto
dal tavolo cadere giù un ricordo
incrinarsi un pomeriggio
frantumarsi una notte
ma una casa
una stradina
una città con tutti i suoi viali…
Come raccontare per farvi credere?
Come raccontare per farmi credere?
Ricordo solo:
salii le scale come una rovina
scostai i mattoni dal corpo
raccolsi le ossa tra le macerie
staccai il volto dalla faccia
chiamai al telefono mia madre, le dissi:
«Ciao! Io non ci sono più!
La mia assenza la angosciava
aveva bisogno che qualcuno…»
Poi, poi, poi
non ricordo più
ricordo solo
che quel giorno
quando il mio sguardo partì col treno
la mia mano
restò immobile
come una statua d’addio
e i miei piedi migrarono
vicolo per vicolo
e il ruscello vicino alla stazione
si riempì di fango
pensando all’inesorabile.
Ricordo solo
che tornai a casa
come un albero spoglio
e chiusi la porta a tutte le stagioni.
Quanto era grande
la tua valigia
per portare via
l’intera mia vita?
***
La canzone che bisbigliavo
è ancora sotto la mia pelle
o mi ha abbandonato?
Perché
più scavo la terra
e meno raggiungo le mie radici?
Mi hanno detto
che sono nato quarant’anni fa
allora perché più suono il campanello
e meno sono a casa?
Perché le pietre nascono morte?
Perché più scavo questo pozzo
e meno raggiungo i gemiti della terra?
Perché questa poesia non finisce?
Perché questa poesia ha ingoiato la sua fine?
Perché questa poesia
va e contemporaneamente torna:
è notte
le formiche
spostano l’angoscia della terra
è notte
la scrivania rotta
si sforza di sorreggere
i suoi ricordi
è notte
colui che al cielo
con mille chiodi ha fissato il buio
di che cosa vuole vendicarsi?
Noi siamo seduti nel tempo
e il tempo in noi cammina
noi nel tempo avanziamo
e il tempo in noi arretra
noi nel tempo cadiamo a terra
e il tempo continua la sua strada.
Se tu avessi mille cuori
moriresti comunque mille volte.
Entra in casa mia
a chiudermi gli occhi
spegni le luci
e nel lume delle lucciole leggi:
lavate il mio corpo con la poesia
pulite le mie unghie
dalle ultime fatiche
custodite il mio silenzio
fin quando
forte sentirete
come un albero nella foresta
cadere un mio capello
lì sedetevi qualche istante
e poi…
poi seppellitemi
nel grembo di mia madre.
***
Dissi al mio spirito
ora sei libero
puoi andare via quando vuoi.
Perché io
continuerò a scrivere
perché io
continuerò
a cancellarmi.
Scrivo mare
e butto via la costa.
Scrivo albero
e taglio via il cielo.
Scrivo oggi
e lo confondo con ieri.
Guardo il foglio stropicciato
che adagio gira nel vento
forse la terra
è stata scritta e gettata via così?
Scrivo ferita
e la bendo
con una piaga più amara.
Perché
il cielo
dopo ogni tortura
è ancora più azzurro
perché il mare
dopo ogni tortura
è ancora più profondo?
Scrivo porta
e la lascio aperta
per farti entrare.
Scrivo:
solo quando la solitudine ti avrà abbandonato
capirai il senso della solitudine.
Scrivo tempo
e leggo:
tutto ciò che non invecchia mai
ci ha invecchiato.
Fisso gli ultimi fiocchi di neve
le ultime righe
cadere su di me.
Oh inverno di tutte le pagine!
Potrà mai discioglierti
la poesia che mi sgorga dentro?
Garous Abdolmalekian
*In copertina: Gabriele Basilico, Isfahan, Iran, 1970