Donna sofisticatissima, percorsa da audacie, Clarice Lispector sapeva di essere inclassificabile; diceva di “non avere stile”, ponendosi così al di là della letteratura, nell’eleganza degli angeli – alla levità dell’annuncio segue letale sguainare di spade. Se era bellissima lo era per quel viso tutto nodi e asperità, “occhi verdi, obliqui, zigomi marcati, pareva un lupo, un lupo affascinante”, disse di lei il poeta brasiliano Ferreira Gullar.
Nata in Ucraina il 10 dicembre del 1920 morì un giorno prima di compiere 57 anni, a Rio de Janeiro. Figlia di ebrei russi trasferitisi in Brasile che lei era in fasce, si accasò con un diplomatico, girò il mondo – in Italia, fu Ungaretti a tradurla, dopo averla incontrata ed esserne stato intaccato, era il 1944 – e fece figli. Non sopportava il cattivo gusto delle mondanità d’alto bordo; ridicoleggiava le “eccentriche” che fanno di tutto “nel loro desiderio di compiacere” – le trovava “innaturali”, “snaturate”. D’altronde, era naturale che gli uomini, per lei, per uno sfarfallio di labbra, si ammazzassero. “Non posso farci nulla – diceva, civettuola con quell’espressione da sfinge – ci sono uomini che non mi hanno saputo dimenticare neanche dopo dieci anni”. E poi, quasi infastidita, “un poeta americano minacciò di suicidarsi perché mi rifiutavo di ricambiarlo”. Naturalmente, dopo un tot, si separò dal marito.
Fu un incrocio, chimerico, tra Kafka e Virginia Woolf – il Brasile conferì ai suoi scritti la linfa del fervore.
Dalla sua opera, che sovrasta i generi, altrimenti notissima – in Italia, i suoi romanzi sono editi da Adelphi, i racconti da Feltrinelli – appaiono, come intermittenti fiocine, le poesie. Scritte sul margine di un’opera perpetua, smangiata, mangime per chi anela agli assoluti, le poesie di Clarice hanno un tono, spesso, assertivo, che incalza senza assoluzione, d’elitra e marmo.
Clarice volta la lama dei versi contro se stessa: si fa a pezzi.

La donna dalla morbosa avvenenza, cioè, si sveste di ogni corazza, dei paramenti terreni, e implora, nuda. È una scrittura al buio, la sua – con avvitamenti d’avorio. Pare ovvia la catabasi nella mistica: Clarice vuole restare integra perché soltanto Dio sappia consumarla; esplora il niente come alcova del tutto, vuoto che offre accesso all’eccedere, all’eccezionale.
“Scrivere fa paura”, scrive Clarice in un frammento lirico. Non tanto perché scrivere scateni il mostro – ma perché può ucciderlo: fino a che punto la carcassa risuonerà secondo il crisma degli arpisti celesti?
Memorabile il “metodo” imposto da Lispector: usare le parole comuni come cavie, come esche, per afferrare la “non-parola”. Il vocabolario è dunque una sacca di lemmi-esca: lo scrittore va al di là del linguaggio, va a caccia dell’indicibile. Soltanto quando s’intravede la non-parola – il retro della parola, se preferite, l’altra stanza, quella che nessuno conosce – accade la scrittura. Il resto è comunicare, narrare, fingere – quell’accasarsi tra i premi, in una catasta di ‘classifiche di qualità’.
Lo scrittore lascia che i lettori restino in sala da pranzo: gli è dato abbattere le inferriate e le serrature, i muri e le travi, vive nell’abbaino, dove abbaiano i venti e non c’è differenza tra il verbo essere e l’esagonale volo in cagnesco di un pipistrello.
***
Precisione
Tutto ciò che esiste
esiste con assoluta precisione:
questo mi rende tranquilla.
Ciò che misura quanto il capo
di uno spillo, non trabocca neppure
della frazione di un millimetro oltre
la dimensione di un capo di spillo.
Tutto ciò che esiste è precisione.
Ma tutto ciò che è così preciso
resta a noi invisibile.
La verità ci arriva tramite
questo segreto sentire delle cose.
Non possiamo che divinare, confusi
sull’idea della perfezione.
*
Vengo, scrivo, di dico che sono
All’estremo di me: lì soltanto sono. Io, l’implorante, io, l’orante, quella che chiede, prega, lamenta. Eppure: quella che canta – che parla.
Parola al vento? Che importa: i venti me le riportano intatte e io le possiedo.
Io, al lato del vento. La collina dei venti che ululano mi chiama. Vado, perché sono una strega.
E mi trasmuto.
Oh, cagnolino, dov’è la tua anima? È presso il tuo corpo? Io sono il mio corpo. E muoio, lentamente. Cosa dico? Dico amore. Nella cerchia dell’amore, lì siamo.
*
Non liberare i cavalli
Come sempre, quando scrivo ho il timore
di andare troppo lontano. Perché? Mi fermo
come se arpionassi le redini di un cavallo
pronto a scattare al galoppo per portarmi
chissà dove. Mi contengo. Perché? A cosa serve
questa rinuncia? Me ne sono accorta quando
ho scritto “per scrivere non devi avere paura”.
Paura di che cosa? Di circoscrivere i giardini
del mio talento? Forse è la paura
dell’apprendista stregone che non riesce a limare
i propri incantesimi. Come una donna che resta
intatta e dona il suo giorno d’amore, voglio
morire integra perché soltanto Dio possa avermi.
*
Dio mio dammi il coraggio
di vivere trecentosessantacinque giorni e notti
del tutto vuota di Te. Dammi
il coraggio di credere
che questo vuoto è una presenza.
Che sia la tua umile amante
intrecciata a Te nell’estasi.
Che sappia parlare
con questo immenso vuoto
per ricevere in risposta
l’amore materno che tutto nutre.
Dammi il coraggio di amarti
anche se non ammetto il modo
in cui hai offeso la mia anima.
Che la solitudine non mi distragga.
Che la solitudine sia mia complice.
Che sappia stare nel niente
per sentirmi piena di tutto.
Ti dono i miei pensieri
peccaminosi.

*
Ma c’è la vita ciò
che intensamente
deve essere vissuto.
Vivi fino
all’ultima goccia
senza timore
di morirne.
*
Non è la morte a farci male
ciò che ci ferisce è vivere:
la morte è qualcosa d’altro
qualcosa che preme dietro la porta.
La mania dell’uccello di darsi al Sud
prima che arrivi il ghiaccio:
sfida la latitudine più adatta, ma noi
siamo gli uccelli che rimandano il volo.
Siamo quelli che tremano, alla soglia
delle porte, implorano una briciola
finché la neve, la piena di pietà,
non addestri le nostre piume a tornare a casa.
*
Ho paura di scrivere
Ho paura di scrivere.
perché scrivere fa paura.
Chi lo ha provato lo sa.
Il pericolo di penetrare
ciò che è occulto
perché il mondo
ha sommerso le sue
radici nel mare.
Per scrivere devi installarti
nel vuoto. Nel vuoto
esisti appena, a pena intuita.
Ma il vuoto è terribile:
da lui estraggo sangue.
Sono uno scrittore che ha paura
dell’agguato delle parole:
le parole che dico ne nascondono altre
quali? Un giorno, forse, le dirò.
Scrittura: pietra gettata
nel fondo di un pozzo.
*
Note sull’arte di scrivere
Scrivere: maledizione che salva. Maledizione: perché obbliga e trascina, come un penoso vizio di cui è impossibile liberarsi. Salva: perché benedice il giorno. Il giorno non esiste se non se ne scrive.
Il processo della scrittura è difficile? È difficile quanto il modo estremamente accurato e naturale con cui si sviluppa un fiore.
Non posso scrivere nell’angoscia, perché faccio di tutto per far passare le ore. Scrivere, al contrario, è prolungare il tempo, dividerlo in particole di secondo e donare a ciascuna di essere una vita insostituibile.
Scrivere: usare le parole come un’esca per catturare ciò che non è parola. Quando la non-parola abbocca, allora qualcosa è scritto. Una volta pescata la frase, la parola, finalmente, può essere rigettata.
*
Poesia
mi ingannerò ancora dicendo
che la mia vita non sboccia
non ha più sbocchi – eppure
il futuro appena sognato è possibile
ne sono certa – nulla
di ciò che ho appreso è vano
lo so, lo sento: fare un sogno
non significa nulla
non potrei scegliere
un futuro più luminoso
lo sento sempre di più
non ho speranze
e non voglio più mentire
perché la vita è una festa
oggi riconosco che è questo:
vivere non è ingaggiare un’illusione.
*
Chi devo imitare?
La questione è questa: devi imitare te stessa. Intendo dire: la tua opera è scoprire un volto dietro questo volto, la donna che potresti essere se fossi più attraente, singolare, inconfondibile. Quando “crei” questo volto, avendo te stessa come fondamento, la gioia è quella della scoperta, della rivelazione.
Clarice Lispector