Tutto sta nel titolo dell’opera più nota, “Lama’at”, qualcosa come “divini lampi”. A dire della fugacità del tutto – soprattutto, del proprio passaggio su questa terra –, dell’ispirazione ferina, che procede per improvvisi assalti – del fedele che deve farsi, allo stesso tempo, preda di Dio, Suo prediletto predatore.
Fakhr al-Din Iraqi sarebbe nato nel 1214 a Komjan, Iran, da famiglia importante. Leggendaria la sua precocità: a sei anni passa a memoria il Corano, a diciassette è già insegnante in una scuola coranica, ad Hamadan. Geniale nell’interpretazione coranica, percepisce i sigilli esegetici come un ostacolo alla propria ricerca spirituale. Comincia così il fatale pellegrinaggio di uno dei maestri più atipici della tradizione islamica sufi. Prima, si unisce alla Qalandariyya, confraternita di mistici erranti che pratica l’antinomismo, la via negativa e l’arte dei dervisci. Dopo due anni di vagabondaggi in India, Iraqi approda a Multan, in Punjab, dove diventa discepolo di Bahauddin Zakariya, erede del lignaggio di Suhrawardi. Qui apprende l’importanza dell’erudizione, a macularsi tra gli altri in abiti ordinari, senza ostentare il carisma della propria ricerca – impara a celarsi e a riferire in versi le proprie esperienze. Apprende a misurare il credo alla storia. Sposa la figlia del maestro, prova a mettere famiglia: riceve il compito di guidare la comunità mistica.
Le vicende storiche, tuttavia, si intrecciano all’inquietudine di Iraqi. Un gruppo di adepti si ribella alla successione e il mistico poeta deve lasciare Multan per sempre. Dopo un pellegrinaggio alla Mecca, Iraqi è in Anatolia, a Konya, centro radiante della nuova sapienza. Vuole ascoltare gli insegnamenti di Sadr al-Din al-Qunawi, il grande allievo di Ibn Arabi. Grazie a lui, penetra nei segreti del linguaggio ‘poetico’: allarga gli argini grammaticali perché Dio, frequentando il verbo, abbia spazio, si procuri un nido tra il biascicare delle vocali. La scoria umana – la ragione intesa come limite – deve sciogliersi per far tralucere l’alfabeto di Dio. Da qui, l’importanza della poesia, la necessità dell’ebbrezza linguistica. In questo periodo, Iraqi compone i suoi “divini lampi”: raccolta di versi, spesso brevissimi, che hanno lo scopo di dissigillare la mente, di squadernarla per immergerla in Dio. L’arte del paradosso è portata agli eccessi: come può la coppa del mio cuore mortale contenere l’eterno oceano divino?
Dopo la morte di al-Qunawi, Iraqi vuole conoscere l’opera di Rumi: lo ascolta e pare che partecipi ai suoi funerali, nel dicembre del 1273. La sua fame di sapere è implacabile; Iraqi rifiuta ogni ruolo – quello di maestro, anzi tutto – consapevole che rallenterebbe la sua rincorsa verso l’Unico. Alcuni rivolgimenti politici lo obbligano a spostarsi a Sinope, città che presta soccorso ai sufi, altrimenti osteggiati dai legionari della Legge. Lo troviamo poi al Cairo, dove ottiene il sostegno del sultano locale; infine, insieme al figlio, Kabir al-Din, è a Damasco, dove muore, nel 1289.
Nei suoi versi, l’Amore ha la figura della fenice, uccello dall’evanescente solarità, che non lascia traccia e uccide senza essere visto. L’Uno, invece, si disperde, su questa terra, in migliaia di immagini, tutte egualmente veritiere e fallaci. Conoscersi vuol dire perdere se stessi: solo riconoscendosi niente si può sfiorare il tutto. Iraqi è l’icona del cercatore che mai si contenta, all’ostinata ricerca di maestri – che brucia i maestri come rivoli di carta, che precipita nella sapienza fino al fondo che non reca eco – ed è lì, vuoti, che accade l’Incontro. All’appuntamento si arriva dopo essersi scotennati, per questo sapere, in fondo, è pratica marziale.
Iraqi e i suoi discepoli in un manoscritto del 1580 ca.
I versi di Iraqi, tuttavia, sono destrieri di un mistero. Le uniche notizie che abbiamo dell’esistenza reale del poeta sono nell’anonima introduzione al suo divan. La vita di Iraqi è narrata con sfolgorio epico, ma quel testo è composto non prima del XV secolo. Il nome di Iraqi appare per la prima volta in un compendio di “eventi storici” (“Tarikh-i guzida”) redatto quarant’anni dopo la sua morte. Iraqi passa leggero tra i mistici maestri dell’Islam, a piedi nudi – di sé si è sforzato di esibire la cancellazione. Dicono – a decoro dei suoi alti meriti – che sia stato sepolto al fianco di Ibn Arabi; eppure, della sua tomba non c’è traccia. Tutto questo, se possibile, consegna ai suoi versi una densità segreta, un volo.
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Fakhr al-Din Iraqi
(Komjan, Iran, 1214 ca. – Damasco, 1289)
Hai cercato la vita incurante dell’Amico neppure un momento hai speso davanti alla porta dell’amore: mio Dio! Siediti e piangi! Il tempo della vita autentica è perduto.
*
Il primo passo dell’amore: perdere la testa. Di seguito sacrifica il misero ego: allora saprai rinunciare alla vita e sopportare ogni dolore. Così dunque procedi: leva la ruggine dell’ego dallo specchio di te stesso.
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Amore-fenice non puoi intrappolare cielo e terra non possono nominarlo
nessuno sa dove abiti il deserto non svela tracce
il mondo versa le ultime gocce ma l’acqua non esce dalla coppa:
dall’alba al tramonto accarezzo le sue trecce in un luogo dove non esiste notte né giorno.
Vento mattutino, se passi per il suo nido porgigli questo misero messaggio:
Tutti al mondo tutto vogliono io desiderio solo le tue labbra
da quando il mio cuore è incatenato a te, ho sapienza in lacci e in trappole –
congiungiti in amore a Iraqi anche se è indegno di un simile dono.
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Amato, ti ho cercato ovunque qui e qui – a chiunque di te ho chiesto notizia. Infine ti ho visto in me stesso e ho scoperto che siamo identici. Ora mi vergogno al pensiero di essermi messo sulle tue tracce…
Se perdi te stesso lungo la via ti sia chiaro: Lui è te, tu sei Lui.
*
Il mondo: nient’altro che un sentiero tra luce e ombra. Decifra il messaggio di questo cartiglio segnato nel sogno: distingui il tempo dall’eterno.
*
Che ti conoscano o ti ignorino, tutte le creature, ora e sempre s’inclinano verso di Te:
amare altro è futile vento rispetto al Tuo profumo
nessun’altro è degno di amore.
*
Il suo silenzio mi parla
sussurrano le sopracciglia l’occhio è un alfabeto – ecco
cosa mi dice: “Io sono Amore non abito il cielo né la terra
sono la Meravigliosa Fenice: di me non troverai traccia
con l’arco delle ciglia e i dardi dell’iride, vado a caccia per i mondi
ma nessuno sa dove nascondo le armi. Come l’astro, illumino ogni atomo
non puoi vedermi perché sono manifesto. Parlo ogni lingua, ho migliaia di orecchie
ti meravigli questo: la mia lingua e le mie orecchie sono invisibili.
Al mondo sono il solo a esistere: nessuno può somigliarmi”.
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Oste, riempi la coppa di quel vino: mio cuore, mio credo mia tenera vita. Bere è la mia liturgia? Fede significa: sorseggiare l’Amato da questo calice.
*
La sua bellezza s’irradia in migliaia di volti: in ogni atomo è diversa – Egli si mostra in ogni istante.
Uno è la sorgente di tutti i numeri: il tempo si frantuma e sgorga il dubbio l’incanto con cui ci incatena.
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Più fisso il Tuo volto più gli occhi si inclinano in ginocchio verso di Te come chi è assetato e sboccia le labbra all’onda sulla riva di un oceano: il destino della sete è moltiplicarsi. Non cercare perché non troverai: solo chi trova l’Amico lo cerca, ne anela.
*
Canto il piacere ineguagliato della zingara mendico gettando il berretto a terra – ho i sandali consunti – così
prendo a calci la vita e sacrifico il mio cuore – commercio nel caravanserraglio di questo e dell’altro mondo alla ricerca dell’Uno
*
Voglio l’Unione ma lui si separa da me il mio desiderio lo abbandono al suo
Tutto ciò che l’Amato fa è adorabile:
cosa può allora il demente amante?
Cerco la separazione perché voglio l’Unione libero da entrambi vivo nel tuo amore.
*
I miei occhi così fermi sulla tua figura è la tua figura tutto ciò che guardo
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Conosci te stesso: nube alla deriva dal sole rinuncia ai sensi e troverai il più intimo astro
*
Sei nulla e ti unirai all’Uno quando niente diventi tutto ottieni
*In copertina: E. J. Sullivan, Time and Death, 1889