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Un amore di Caterina da Siena, primitiva dolcezza che scrive

Nel 1347, a Fontebranda, venne alla luce Caterina di Iacopo di Benincasa, il frutto matto delle terre toscane, la salvezza. Solo nel grembo fu addomesticata ma uscita da quella prima armatura incendiò le mura frequenti e subito parlò del suo regno. Caterina nacque da una doppia vita, per metà frantumata. Infatti la sorella gemella Giovanna morì dopo pochi giorni di vita. Dopo un voto privato, segnalato intimamente nel sotterraneo delle vesti, l’entrata nel Terz’ Ordine Domenicano, quello delle Mantellate. La sua moderna famiglia però, composta da eletti adulatori, non tardò a comporsi e lei ne diventò mamma.

Il suo corpo era tagliato come da un esame, una prova di coerenza, ma il vero agone era fuor di lei, dove è possibile ascoltare. Il dolore è costante come la fatica nella vita di Caterina, una frequenza che inganna il tempo, che vuole eccedere nel disonore, nel pianto e trovare il grumo che non si può custodire, quel grasso e lordo morbo che se è mimico, fraterno può solo incantare dall’esterno della terra, dal presente. Come tutte le somme dilezioni si può approdare al dolore o esserne torturati e Caterina seppe tradurne lo spazio, illanguidirsene. Il lazzaretto era questo spazio e tutto lo spazio era il lazzaretto. Sempre fuori per essere ospitata, è la grazia.

Ma la fede è solo una sbavatura fiorente senza il laccio, la carità e il coltello. Tre usanze fedeli a Caterina, tre fiere che pervenivano nell’estremo suo amore. Spettacolo frequente nelle sue membra era inoltre il digiuno, quell’arma di austero risucchio che sperimenta, leviga, sostiene il corpo solo nelle sue linee, nella sua corteccia finché la carne diviene finalmente venerabile, spossessata dall’ambiguità della bilancia.

Era una barbara, una primitiva dolcezza che scrive, con quell’uso altero ma piccolo delle parole più possenti che sono sì alte se nominate dalla sua penna ma conquistate con piccola perfezione. Sembra un miracolo comune, una cosa fatta per essere sciupata la sua lingua, non c’è vera umiltà e neppure vera superbia (addirittura la accusarono di protagonismo) ma un’imminenza di cose lievi, maestose. Grandi spazi pieni di sazietà e un’ansia che è già finita, già ridotta ad osso, appena una dopo l’altra le parole sfilano. Nelle lettere soprattutto lo stile si fa spesso lento pure se icastico, detto e ridetto quasi come se il testo, prima di essere veramente redatto, Caterina lo avesse già imparato a memoria e recitato lucidamente. Il suo dialogo è un censimento fatto di parole che vogliono toccare tutti, segnarsi sulle fronti; mai davvero rivolto ai suo destinatari anzi se questi la spingevano al colloquio lei subito ne evadeva, dopo i primi ringraziamenti o rimproveri, recandosi dove non c’è apparenza, dove si può “mangiare e gustare anime”, scrivere dunque con la carne accesa.

Sotto il suo mantello scorreva un calore, un bene disancorato, gravissimo che lasciava stigmate dolci sulle ferite dei suoi ammalati, stigmate che anch’essa riportò quando si trovò in Firenze. Di questo evento però mai fece veramente parola poiché da quelle spine senza rosa, da quelle mani attraversate non sperava in un distintivo ma in un amore virile, che fosse tutto da consumare, da porre al centro della mensa. La immagino disinvolta, con il sangue che cerca sulle sue impronte un argine, una via di discesa e lei un poco disinteressata, con la postura di statua in costruzione, la testa rivolta verso il basso e un’aria domestica di certezza e fedeltà. Mai fu davvero necessaria quella fuga esemplare di divinità anzi quasi servile per una madre arteriosa come Caterina. Ella scorgeva il sangue pure sotto il pallore, sotto l’incanto, nell’affetto, nel sorriso; tutto era visione di sangue e sangue visionario. Il mondo stesso era l’autentica realtà sanguinaria di Dio, il suo sconvolgimento.

Sono tante le spinte ventrali che giunsero alla Chiesa quando Caterina marciava sulla sua zolla. Lei non era un’icona statica, una croce vecchia che attrae i raggi ma un giglio affaccendato, irruente, consolidatosi su carboni ingenui. La chiesa era cosa temporale, cosa di cartacce e strati, la Santa invece si preoccupava di una sola carne fresca, il vero bambino: Papa Gregorio XI. Con un tono rigoroso ma assorto scriveva al santo Padre, colui in grado di «pacificare tutto l’universo mondo». Nelle fasce di uno scisma che incombeva Caterina da Siena si trovò abitata dalla storia ma non ne rintracciò mai il punto esatto, la firma sul corpo. Lei era l’alto monte a fianco di un lebbroso, l’ascesa che spetta all’orrore. Non si è mai interrotta ai piedi del vero scontro, il suo era un coraggio che si rivelava ai chiodi solo con lo sguardo e pure davanti alle piaghe non mostrava tentennamento anzi magica fascinazione per quel sangue (“Io voglio sangue”) che evocò fino alla fine nel suo cantuccio allargato di fedeli e amanti, perché mai fu per lei necessaria una tana, un claustro.

Blu Temperini

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