21 Agosto 2020

Ho dormito dove santa Caterina da Siena ha ricevuto il dono della scrittura. Da analfabeta, tra Madonne severe, martiri bellissime, lapidi senza nome

Ho dormito dove ha dormito Caterina da Siena, nella stanza dove la mistica – che non sapeva leggere né scrivere – ha ricevuto il dono della scrittura. La casa è privata, una targa ricorda che “in questa rocca… per testimonianza sua abitò Santa Caterina da Siena”; nella stanza, piccola, ascetica, c’è un inginocchiatoio. Sotto teca, un foglio ne ricorda la vita, esemplare, esclusiva: “Facea astinenze e grandi digiuni, alle volte visse dal giorno delle Ceneri sino all’Ascensione del Signore col solo pane Eucaristico. I suoi scritti a sufficienza dimostrano, che la sua Dottrina non fu acquisita ma infusa”. Per effetto contrario, dove Caterina ha ricevuta il carisma della scrittura dovrei disimparare a scrivere, tornare bianco, raso, roso dal verbo, senza più parole a lambirmi, fuori dal labirinto.

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A Radicofani, nella Chiesa di Sant’Agata, un’opera di Andrea della Robbia

Rocca d’Orcia è di fronte a Bagno Vignoni: in quella vasca d’acqua bollente Caterina si tuffava per provare l’audacia, la febbre della fede. A Bagno Vignoni consuma la carne; a Rocca d’Orcia è riempita del Verbo. Per accogliere una parola è la carne a dover essere sarchiata. “L’anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è fatta d’amore, ché per amore la creai”, scrive Caterina nel Dialogo della divina provvidenza.

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Sulla Val d’Orcia m’aveva educato Girolamo Melis: “È forse il Luogo del tempo che non si trasforma in Storia ma fa nascere un Bambino che porta e dona al mondo il mistero del ventre materno, dell’ordine naturale che solitamente viene vanificato dagli Adulti fin dal primo vagito”, scrive in un romanzo autobiografico, autopubblicato, Un’infanzia di crete rosse e azzurre. La Val d’Orcia è una incongruità: la Cappella della Madonna di Vitaleta eretta dal Rossellino in mezzo ai campi dissodati, i cubi di terra marrone, come visi di giganti, le arature gialle. La facciata rinascimentale – cioè: proporzioni greche, armonia sapienziale – in un paesaggio marziano. Poi mi fece vedere Nostalghia di Andrej Tarkovskij, film di memorabile lentezza, più poema che altro. Dal deserto dell’Orcia ai boschi dell’Amiata, sacro agli etruschi. Dall’esodo alla rivelazione, pare un rotolo sacro, scrittura incisa su lastra – tutto è dovuto al deserto, tutto dona il bosco. Il cielo fa lo scalpo a tutto ciò che non è improbabile.

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A Castiglione d’Orcia la Madonna di Pietro Lorenzetti ti indaga con uno sguardo che sembra una freccia. Di fronte, a una ventina di chilometri in linea d’aria, il forte di Radicofani. Tutti, in questo luogo che sprofonda negli evi, si guardano in cagnesco, da torri rabbiose, e vengono rapiti dalla bellezza di Madonne inaudite. Nella Chiesa di Sant’Agata un’opera di Andrea della Robbia, con la Madonna dal volto paradisiaco, bianco per l’eternità.

Visioni del Monte Amiata

Di fianco a lei, quasi una replica, più fragile, Cristina di Bolsena, specie di San Sebastiano donna. Una freccia le trafigge il collo. L’agiografia la dice giovane, bellissima, martirizzata sotto Diocleziano, uccisa con un colpo di freccia dopo atroci torture. Le Madonne, qui, alternano severità e dolcezza. Chiedono, in ogni caso, estremo sacrificio.

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Sant’Anna in Camprena, l’antico monastero degli Olivetani, ora è un agriturismo. All’interno, hanno girato alcune scene del Paziente inglese, il film. Soprattutto, il refettorio è adornato da affreschi di Giovanni Antonio Bazzi, “il Sodoma”, tra i grandi pittori in Vaticano, sotto Giulio II. L’agriturismo, però, è chiuso, causa pandemia, dunque è interdetta la visita al monastero. Rimane il cimitero. Povero e bellissimo. L’erba cresce vivida intorno alle lapidi e alle croci. Il tempo ha usurato i nomi di chi è sepolto, le date che circoscrivono vita e morte. Nella cappella, spoglia, in fondo al piccolo terreno murato, una rondine sbatte ripetutamente contro la finestra credendo che sia cielo. Siamo come dentro un cono dove rotolano i dadi, in attesa della cifra che convalidi la vittoria, il fallimento. Comincia a piovere, ma le nuvole, in verità, sono grumi di luce. Vedo tre lapidi mute, bombardate da escrescenze bianche, il tempo lebbroso. Penso che il compito, ora, sia quello di inventare le vite di chi è sepolto lì sotto, far rivivere i morti. (d.b.)

*In copertina: lapidi mute nel piccolo cimitero adiacente al monastero di Sant’Anna in Camprena