20 Agosto 2020

“Il vincere scioglie dall’ansia chi si cimenta allo spasimo”. Con la morte di Ben Cross muore l’autentico spirito delle Olimpiadi. Il fato e l’imponderabile sono stati uccisi dal cronometro e dalle statistiche

Ieri, nella gola del Furlo, perforato due millenni fa da Vespasiano, m’è venuto in mente il ritornello di Vangelis. Con afflato imperiale ho dichiarato ai figli la necessità di guardare, insieme, Momenti di gloria. Per me – infanzia parziale e marginale – fu un film fondamentale. Approdato in luoghi dove c’è la tivù, scopro che Ben Cross, il protagonista di quella pellicola, è morto. È proprio vero che i lutti danzano nel vento, che spettri veleggiano nelle orecchie.

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Uscito nel 1981, Momenti di gloria (in originale è “Chariots of Fire”, con nitore d’apocalisse), spopola agli Oscar: quattro statuette, tutte importanti (miglior film, sceneggiatura, colonna sonora, costumi), su sette nomination. Fu un ‘bel gesto’, un momento unico, di gloria, l’attimo indimenticabile: da quel film, regista (Hugh Hudson) e attori non hanno fatto altro di notevole. Il film fu chiuso nel 1980: i due attori fondamentali sono morti uno dieci anni dopo (Ian Charleston) l’altro a distanza di quarant’anni (Ben Cross). Le loro storie, in qualche modo, somigliano a quelle di chi hanno interpretato, in quel film indimenticabile. La vera gloria, in effetti, non viene dagli uomini ma dal fato e non può essere replicata.

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I Giochi Olimpici del 1924, a Parigi, Ottava Olimpiadi, sono sotto giogo americano. Gli Stati Uniti ottengono 99 medaglie, di cui 45 d’oro. Seguono Finlandia (37 medaglie totali, di cui 14 d’oro, guidata dall’incredibile Paavo Nurmi), Francia, Gran Bretagna e Italia. L’Italia porta in patria otto ori, grazie all’immenso Ugo Frigerio, a Francesco Martino agli anelli, alle nostre tipiche specialità: ciclismo, scherma, ginnastica. Quell’anno però tre medaglie maggiori vengono dal sollevamento pesi. Ogni medagliato ha una storia particolare. Quella di Carlo Galimberti, ad esempio, nato in Argentina da italiani emigrati, pompiere, fenomeno del sollevamento pesi, che muore a Milano nel 1939 dopo aver fatto evacuare una palazzina, prima che scoppiasse la caldaia.

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Ben Cross – in verità, Harry Bernard Cross, ma è curiosa la comunione tra ben, che in ebraico significa figlio e cross, croce – interpreta Harold Maurice Abrahams, figlio di ebrei immigrati in UK dalla Lituania, cresciuto a Cambridge. La finale dei 100 metri a Parigi fu il suo capolavoro, siglato con il personale – e allora record olimpico – di 10 secondi e 6. Il record assoluto era di Charles Paddock, muscolare atleta di Gainesville, Texas, sempre sorridente, che aveva fermato il cronometro a 10 e 2. Primo alle Olimpiadi Anversa del 1920, finì secondo a Parigi. Nella 4 X100 Abrahams arrivò, coi suoi, secondo. L’anno dopo si ruppe una gamba, esercitandosi nel salto in lungo, e lì terminò la sua carriera atletica. Il suo amico e rivale Eric Liddell ha avuto una vicenda ancora più avvincente. Scozzese, nato in Cina da missionari, avrebbe dovuto correre i 100 in quella stessa olimpiade. Rifiutò “perché la domenica è del Signore”. Vinse i 400, fu terzo nei 200; durante gli anni universitari lo “Scozzese Volante” – così lo chiamavano – fu efficace giocatore di rugby. Tutto velocità, appunto. Dopo le Olimpiadi, dal 1925, preferì continuare la tradizione missionaria, in Cina. Internato dai giapponesi durante la Seconda guerra, rifiutò un vantaggioso scambio di prigionieri – era pur sempre un medagliato olimpico – e morì, nel 1945, di tumore al cervello.

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L’attore che ha interpretato Eric Liddell in Momenti di gloria, Ian Charleston, ha avuto, dopo quel successo, brevi parti – lo vedete nel Gandhi di Richard Attenborough, ad esempio, e in Opera di Dario Argento – preferendo il teatro. Morì nel 1990, di Aids, mentre recitava Amleto per Richard Eyre.

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Anche Ben Cross preferì non sfruttare la fama del film, lasciando alla gloria soltanto quel momento. Recitò in film modesti – Il primo cavaliere – o dimenticati – La casa ai confini della realtà; lo ricordiamo in L’attenzione di Giovanni Soldati, dal romanzo di Moravia – spesso per la tivù. “Di tutti i lavori che mi sono stati proposti, quelli televisivi mi parevano di migliore qualità. I film che mi hanno offerto di fare, semplicemente, non mi piacevano. Un film gode di un pubblico internazionale, quindi devi essere molto esigente in ciò che scegli”, aveva detto, scusandosi, quasi.

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Il succo della storia, per così dire, è atletico. L’arte olimpica non può essere per professionisti, è lì per lasciare sfogo al fato, perché nel corpo, in quella particolare circostanza – fisica, psichica, atletica – qualcosa – il carisma, la gloria, il fiato divino – di altro accada. Alle Olimpiadi viene celebrato l’assoluto del gesto, come visione, specchio, arte; di solito vince (vinceva) l’imprevedibile, l’imponderabile e non il programmato nei piani quinquennali degli allenamenti olimpici. Per questo, non è importante il tempo – dominio della tecnica – ma l’estasi dell’istante. La medaglia, a quel punto, è una stimmate, un marchio conferito dalle altezze, qualcosa di sacro. L’agonismo – il sole della lotta – agonizza sotto la mannaia del cronometro. Eppure, gli dèi sono morti, sfibrati dalle statistiche.

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Il vincere scioglie
dall’ansia chi si cimenta allo spasimo.
Ricchezza istoriata di meriti
offre occasioni diverse
e alimenta profondo un impulso di preda;
è chiara stella, veracissimo scintillio
per l’uomo – purché s’aggiunga vedere il futuro…

Così canta Pindaro per festeggiare Theron di Agrigento – la traduzione delle Olimpiche è di Luigi Lehnus. Nella gara è steso il senso della vita, l’ingaggio della morte (“flutti diversi, momenti alterni/ di gioia e d’affanno vengono agli uomini”), la luce e l’oscurità, il riguardo verso il passato, lo sguardo per il futuro. La morte di Ben Cross mi manda agli scarpini rotti di Harold Abrahams – longilineo, viso cattivo, sicuro –, ai silenzi tesi come corda del film, alla pista dei cento metri, distanza – lo sa chi l’ha percorsa – che sta tra profezia e avvenuto, tra tutto e nulla. Non esiste secondo, lì, non esiste medaglia d’argento, orpello per i buoni di cuore. (d.b.)

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