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Lasciamo risplendere “Les Olympiques” di Henry de Montherlant!

Parigi, il collegio, la corrida, la guerra, gli stadi, i viaggi e le colonie, le seduzioni e l’eros, la pagina bianca e la scrittura romanzesca, autobiografica e teatrale. Questi sono stati i “luoghi” – in alcuni casi letteralmente il terreno, come l’arena della tauromachia e il campo sportivo – in cui Henry de Montherlant ha vissuto.

Dapprima vissuto, e, in seguito, scritto. Con una presa sulla verità nella quale la messinscena, l’analisi delle umane passioni hanno fuso il realismo e l’irrealismo a un livello che sembra avere pochi eguali. Come nelle icone sacre di El Greco. Come nei versi di Omero e Virgilio. Come nella grazia delle statue elleniche. L’incontro tra i corpi e le alte solitudini. Umano e divino. Natura e lirismo. La vita e il mito. Una stilizzazione.

*

Dopo il collegio, la corrida, la guerra, quella Grande, quella di Verdun, i giovani di Parigi, di Francia, d’Europa, e con essa uno dei suoi maggiori poeti, lì lì per diventare il più grande scrittore del Novecento, di lingua francese e non soltanto, si trovano riuniti nelle palestre, negli stadi, a tentare di rimodellare non solo il corpo, ma anche l’anima, e cercare una nuova armonia tanto individuale quanto di gruppo: le staffette non più sul fronte, nelle trincee, ma sulla pista, e le squadre, le nazionali in vista delle Olimpiadi che nel 1924 avranno luogo proprio a Parigi, accompagnate da un repertorio iconografico il quale attinse, è lo spirito del tempo, a quelle figure scultoree neoclassiche che ritorneranno nei filmati berlinesi di Leni Riefenstahl.

*

Diversamente dalla guerra, nelle Olympiques, accanto ai ragazzi ci sono le ragazze, delle nuove ragazze, dagli atteggiamenti e dai fascini ben diversi da quelli stereotipati della società borghese, delle fanciulle un po’ più androgine e, se distanti dai maschi, meno che in altri contesti, in maniera assai differente e agli occhi dello scrittore ben più seducente.

Lo testimoniano certe splendide pagine recuperate in tarda età di Mais aimons-nous ceux que nous aimons?, raccolta d’inizio anni Settanta, che contiene alcuni dei passi più erotici e conturbanti di tutta la produzione di Montherlant, il quale v’indulge nel resoconto intimo di una duplice storia d’eros e amore, di cui una nata proprio sui prati delle arene sportive dove aveva trasferito le sue ardenti brame, dopo l’avventura della tauromachia in terra iberica e basca.

Analogamente alla guerra, capiterà che i figli dei proletari si trovino accanto ai figli dei borghesi – e, come nel caso dello stesso Henry, accanto ai nobili veri o presunti, ma certo decaduti – senza più le distanze imposte dagli schemi sociali di fine Ottocento e inizio Novecento, in una capitale che, negli stadi, assume nei versi del poeta degli aspetti bucolici.

Si rivelano dunque delle egloghe del XX secolo, Les Olympiques, in miracoloso equilibrio tra oggettività, soggettività e mito, vita moderna, paganesimo e cristianesimo, volte a celebrare tanto il corpo quanto l’anima, degli atleti certamente, ma in primis degli esseri umani, e ancor più della giovinezza, segnata da un vitalismo a tutto tondo che sarà marchio autoriale di Montherlant, non meno della sua inusitata capacità di esplorare la psicologia delle passioni.

L’opera, pubblicata proprio nel 1924 e divisa in due sezioni, è un prosimetro in cui l’autore dà conto della sua visione dello sport quale luogo di amicizia e solidarietà, di amore e compassione, di “culto”, di “sfida”, di messa alla prova, e di fair-play. Di uno sport ancora davvero puro. Un sogno infranto dallo specialismo e dal professionismo (le sue “attrezzature”, lo scrittore, finirà col bruciarle). Ma anche una fase determinante della sua enfance de l’art (l’“apprendistato”, in francese, lingua tanto puntuale). Henry, centometrista da 11 secondi e 8 decimi, portiere di calcio, e che per poco non fece il cronista di pugilato, lasciò presto lo sport anche per via di alcuni problemi di cuore, tenuti a lungo nascosti, ma porterà per sempre con sé, assieme alla vita in collegio, alle corride, agli amori, alla guerra, alle colonie, l’esperienza agonistica, in ciò che vi è di essenziale, per definire il terreno in cui poi si troverà a muoversi ogni suo eroe o anti-eroe romanzesco e teatrale, dalla “tetralogia delle ragazze” a Il Maestro di Santiago, con distacco da un mondo divenuto tutto lotta e carriera, anche nello sport.

In questi versi si respira invece la brezza profumata d’erba, d’agrumi, di pelle sudata e mezze nudità, sotto le ombre degli alberi che circondavano le arene parigine, e a regnare sovrani sono i giovani amatori, i dilettanti, in azione e contemplazione per l’appunto con amore, per diletto.

Le più autentiche Olimpiadi sono qui; e il multiforme Montherlant c’è stato. L’alta poesia è stata anche nelle palestre e nelle arene. Tutto il resto è assai meno sublime, e meno fascinoso. Non che non possa talvolta riaffiorare; ma non pervade più l’aria degli stadi. Certo non con un simile zenit d’intensità e profondità. Che solamente un poeta può sentire, per poi scriverne.

Un ossimorico zenit di profondità. Del sangue che pulsa nei muscoli. Del sudore che traspira in movimento fino a emergere a fior di pelle. Un apice delle umane possibilità che si rivela in superficie nella nobile nozione di “finta”, la quale per Montherlant si collega sì innanzitutto a quella di gioco leale, corretto e giusto, quale è il fair-play, ma che su un piano più esteso, nella condotta di vita in senso più generale, significa passione e distacco a un tempo, agire nel mondo con un grado di credulità e partecipazione volontaria, e volitiva, ma relativa, che possa garantire la salvezza di sé in quanto soggetto, in una declinazione “laica” e per così dire filosofica di un precetto religioso. Come il Noli me tangere cristiano. Fondamentale per la sua esistenza. Persino nel contatto fisico di un incontro di rugby, di calcio, di boxe.

Marco Settimini

Criterium dei novizi amatori (1)

D’improvviso, l’irruzione dei corpi è uguale all’esplosione dell’orchestra.

Incrociati trenta volte per strada, li avessi sospettati così belli come in palestra!

Epifania dell’uomo-dio!

[…]

Dolce è l’acqua sul suo corpo che brucia, e la sua vita ovunque appoggiata.

Le tre corde posan le loro ombre sulle vertebre della spina dorsale bagnata,

bianca, imberbe e, come il puro avorio cesariano, riflettente.

Tutt’attorno che diventa la Francia? Ma qui si sta bene veramente.

È un qualcosa di sbottonato, senza un pensiero, che attimi riposanti!

E niente piega ai pantaloni, e il colletto molle e niente guanti.

Io al mio posto ho lasciato L’Action Française, mentre il mio vicino legge Le Populaire.

Ma fa niente, siamo amici comunque, il fratello mio non se la prende.

(Si noti che L’Action Française lasciato al mio posto, era un “servizio”.

Non vorrei si credesse che compro quel giornale, non è il mio vizio.)

Che piacere!

*

In piedi, corpi che a tanti corpi che sono stati uccisi sono uguali,

corpi che può esser che domani, sul fondo della trincea nuova,

sostituirò, già abituate alle fratellanze sono le mie mani,

In piedi, su, eterna gioia!

[…]

Ed eccolo là, nelle corde, e il sangue sul corpo di fresco lavato,

e le corde che a lungo rabbrividiscono mentre lui si è già rialzato.

Il piccolo, succinto calicò prende posto nel bel mezzo dei Viventi

Tramite il suo sangue nelle sue sante, subitanee apparizioni splendenti.

Da un secondo all’altro, assai distinta, ho l’impressione di una battaglia perduta. Che cos’ha? Anziché rispondere, si tira su i pantaloncini con le sue manone.

Si sistema i capelli, stupidamente (il gesto tipico del “novizio amatore”).

Lancia un’occhiata colma d’angoscia verso il gong liberatore.

E la sua guardia? Si copre! E le sue grandi stupide braccia che falciano! Bene!

Nel giro di tre round, si rende infine conto del sinistro che possiede!

Col sinistro, ancora! Col sinistro, ancora! Ah! Che disdetta! L’in-fighting (2) lo scuote!

Eppure tutto questo senza che il rossore gli monti alle gote.

[…]

Sorride. Come nei tiri al bersaglio, lo zuavo suona una piccola aria, se lo si tocca,

tutte le volte che è colpito bene, un povero sorriso gli contrae all’istante la bocca.

Vaga a braccia tese, come un uomo mezzo assopito,

si appoggia contro colui che lo colpisce, come sulla spalla del suo migliore amico.

Con sguardo dolente, implora l’arbitro che interrompa il combattimento,

io però, fossi l’arbitro, so bene che non lo interromperei anzitempo.

Molto spesso, anch’io sono stato groggy (3), al cospetto di un essere.

**

(1) Criterium è un termine più comunemente in uso per il ciclismo. Nel pugilato indica solo una serie d’incontri a livello giovanile.

(2) La lotta corpo a corpo.

(3) Intontito o barcollante.

*

Profumo d’arancio (1)

I

Una mano nel garretto bloccato. Una mano a strappare l’erba.

Le altre due per l’abbraccio sororale.

Il mio cane sfrenato vuol leccare la sua gamba imberbe.

 

II

La pelle delle sue reni un po’ contusa, perché la sua cintura stringeva forte. La pelle delle sue reni serba un fievole odore di cuoio. Oh cintura, io ti celebro! E celebro anche la retìna che tiene i suoi capelli!

 

III

I suoi boccoli sulla sua fronte d’uomo

cingono il volto bello.

La sua testa è mobile allo stesso modo

di quella di un uccello.

 

IV

I capelli le s’incollan sul capo, come se la forma del suo capo non dovesse andar perduta.

Il foulard sporge sui suoi occhi come la visiera di un casco.

Sempre una bretella che scivola e una spalla che si denuda.

 

V

Come nei capelli dei Romani la polvere d’oro,

dopo il salto, ha tra i suoi capelli la sabbia incollata.

Come una crosta di colore su una tavolozza dagli dèi amata,

dopo il salto, la sabbia sul suo corpo.

*

(1) Nel corso degli intervalli degli incontri di calcio o di basket, si danno alle ragazze delle rondelle d’arancio, ai ragazzi delle rondelle di limone.

Henry de Montherlant

*traduzioni di Marco Settimini

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