24 Ottobre 2023

Stato di grazia e terribile violenza. Vent’anni fa usciva “Mystic River”, un capolavoro

«Un re sa cosa deve fare e lo fa. Anche se è difficile […] perché sono tutti deboli Jimmy, tutti meno noi. Noi non lo saremo mai. E tu puoi regnare su questa città».

Questo il terribile e conclusivo peana di morte che Laura Linney rivolge a Sean Penn cercando di consolarlo di fronte al baratro che ha inghiottito le loro vite. Quando la realtà supera l’incubo e il mondo non ha più nulla da offrire, non rimane che chiudersi in sé stessi.

Sono passati vent’anni da quando Clint Eastwood dirigeva Sean Penn, Kevin Bacon ed un ispirato Tim Robbins in Mystic River, quello che rimarrà nella storia come uno dei migliori noir della cinematografia moderna. Il film, che per sottigliezza psicologica e crudezza del racconto si imponeva allo sguardo della critica e del pubblico, è tratto dall’energico thriller La morte non dimentica di Dennis Lehane e descrive il conflitto ambiguo e scostante di tre uomini; un complesso rapporto che a volte sembra svanire per trasformarsi in solidale amicizia e a volte degenerare in autentico duello per la sopravvivenza. Una storia che nel suo dispiegarsi ricorda un’antica danza macabra dove gli allontanamenti e gli avvicinamenti delle figure hanno il sapore delle insidie e degli inganni.

Tutto inizia con la terribile violenza perpetrata ai danni di un ragazzino che viene rapito mentre gioca per strada con due suoi amici. L’avvenimento – sconvolgente e inaspettato, come lo sono le peggiori tragedie – si impone nelle menti dei tre ragazzi come un definitivo punto di rottura. Il momento in cui, d’un tratto, si è obbligati ad affrontare il mondo in tutta la sua sconfinata violenza, dovendosi lasciare dietro di sé i pomeriggi spensierati e la giocosa infanzia.

Poi, i tre ragazzi ormai adulti si ritrovano, riuniti nel segno di un’altra terribile storia di violenza, come se tra loro, solo questa, possa essere condivisa.

Sean Penn, in una delle sue prestazioni più autorevoli, è un ex criminale ormai redento che conserva dentro di sé il pericoloso seme della superbia. Tim Robbins è sconcertante, intelligentissimo e dotato: non riesce però a venire a capo dello spaventoso trauma subito in giovinezza. Kevin Bacon, il detective a cui è stato affidato il caso, deve farsi mediatore di un conflitto inesauribile, in costante ricerca di quell’equilibrio vitale alla sopravvivenza. È lui l’unico a rimanere lucido, a non affrettare le conclusioni, a riconoscere il peso ontologico della ricerca. L’importanza di non essere avventati e il coraggio di persistere sulla propria strada. Ricerca esistenziale, dunque, che nel racconto si sovrappone ad un’indagine più concreta, quella del detective. 

A far da cornice, una storia d’amore sepolta che coinvolge lo stesso Kevin Bacon ed una donna misteriosa il cui volto rimane celato per la quasi totalità del film. Una storia d’amore evocata dal regista senza un motivo apparente ma per un profondo bisogno di natura psicologica, la necessità di non rimanere soli.

La virtù, lo diceva già Aristotele, consiste in una forma di medietà, una medietà che si impone tra due eccessi, ed è forse questo il vero, profondo tema di Mystic River. Un film dove il vorticoso inseguirsi dei personaggi sembra sigillare la condizione di un unico individuo, combattuto tra insicurezza, arroganza e senso del dovere.

Tenebrosa allegoria della psiche umana più che semplice thriller, Mystic River è un film complesso, profondo, eppure terribilmente semplice nella messa in scena, nella conduzione degli attori, nelle scelte registiche, nella colonna sonora – composta dallo stesso Eastwood – che risulta perfetta nell’accompagnare la narrazione senza mai debordare, senza mai pestarle i piedi, ma anzi assecondandola per poi esaltarla quando necessario.

La regia essenziale è il marchio di fabbrica del miglior Eastwood, premiata dal botteghino (più di centocinquanta milioni di incassi a fronte di un budget di trenta), gli ha concesso di legittimarsi stabilmente al centro di un canone narrativo che fa della sottrazione la più evidente cifra stilistica e che si concentra sul mettere a fuoco il cuore del racconto con ogni strumento a disposizione.

Quelli di Mystic River coincidono con gli anni di grazia di Eastwood, che in una decade girò film come Gli spietati e Un mondo perfetto e che poco dopo si sarebbe confermato con Million Dollar Baby e Gran Torino, in quello che potrebbe essere definito il suo testamento artistico. Mystic River è stato girato in appena trentanove giorni e rappresenta l’apice della produzione di Eastwood, con grandi attori che lo seguono telepaticamente nei ranghi di una storia fortemente americana ed una visione mistica del racconto che trova nella forza delle immagini e nel carisma degli attori significati altrimenti inesprimibili.

Una storia di formazione universale e particolare, insomma, intima ma non autoreferenziale. Un’opera di grande portata, dotata di incredibile sottigliezza. Il tutto veicolato dalla maestria dei grandi autori e dalla leggerezza di chi riesce con un’inquadratura, un movimento, uno sguardo, ad aprire inauditi squarci sulla natura del mondo e dell’uomo.

Giovanni Soldi

Gruppo MAGOG