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“Pasolini era un’ala scattante, Heidegger una mezzala sinistra di qualità”. Il calcio, oppio poetico dei popoli

In principio fu la religione! Opium des Volks, secondo la definizione di Marx elaborata negli Annali franco-tedeschi del 1844. Strumento di alienazione e oppio dei popoli perché fin troppo consolatoria rispetto alle ingiustizie sociali, tramortente sotto il profilo della reattività sociale e interessata a sperimentare ipotesi di un mondo ultraterreno più che intenta a fornire le chiavi pratiche per padroneggiare il reale e il quotidiano.

Passata la buriana marxista, ma non la sottospecie progressista, la nozione di ‘oppio’ fu traslata e applicata alla lettera ad ogni condizione o espressione collettiva intesa a limitare l’azione del singolo cittadino che doveva essere naturaliter vocato alla battaglia politica e quindi «vero e unico soggetto della Storia». La presenza di elementi spuri che non appartenessero alla grande battaglia collettiva veniva infatti denunciata come strumento astuto da parte della classe dominante per tenere sottomesse le masse e fare in modo che si perpetuasse una condizione ancora una volta apatica e per tanti aspetti pilatesca.

Tale transfert ideologico ha segnato pure l’epoca recente ed è stato applicato al calcio, il rito collettivo più includente del nostro tempo. Godersi festosità e compiacersi di continui batticuori per una palla rotolante, appare come condizione straniante, sintomo di superficialità e di poca propensione per la dialettica pubblica e la partecipazione civile.

Queste pesanti e soporifere analisi, pur avendo un fondo di verità, si scontrano però con elementi connaturali all’uomo e al suo essere ‘sociale’ anche nelle attività considerate collaterali. Eppure, a ben riflettere, cosa saremmo senza le pratiche considerate superflue e che, invece, ci confortano e ci completano? Esse sono infatti necessarie e irrinunciabili! Iscritte nel pre-politico e in una condizione umana senza tempo. Noi possiamo e dobbiamo ricevere ‘consolazione’, almeno nel senso inteso da Roger Scruton, da pratiche comunemente considerate di secondo piano. Non possiamo rinunciare a bere del buon vino, desinare con familiari o amici, volgere lo sguardo attento ad una pittura del ‘700, a un capolavoro del cinema, o assistere ad una competizione sportiva; vale a dire, non possiamo rendere un tutto-organico privo di una parte.

Nonostante il profluvio di retorica, la parcellizzazione del rito domenicale in mille piccoli eventi quotidiani, la mediatizzazione e la sovraesposizione televisiva ad uso e consumo della pubblicità resta qualcosa di indecifrabile, ancorché misterioso che ci lega al calcio forse perché, come scriveva Pasolini, «è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci». Ed è infatti in queste righe che si scioglie il dilemma. A dispetto di tutti gli aspetti di modernizzazione appena citati, il calcio resiste e segna nel profondo la vita sociale di milioni di persone perché è mistura di carne e sangue, fantasia e metrica, raziocinio e poesia, follia e rappresentazione teatrale. Di tutto ciò, e di molto altro ancora, parla Alessandro Gnocchi nel suo bel libro Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno (Baldini+Castoldi, 2021) nel quale, con abbondanza di aneddoti, rimarca questa unicità che, per certi aspetti, viene ottimamente sintetizzata nell’esergo di Massimo Fini: «Visto dalla parte del tifoso il calcio è una passione totalmente gratuita. Esulta come un bambino se la sua squadra vince, piange come un bambino se perde. Ma a lui personalmente non viene in tasca nulla».

Proprio così! Il coraggio, la veemenza generosa, la severa rudezza di un’entrata a tackle, gli schemi di gioco, le parabole fantasiose, gli attimi che precedono un incontro e quelli subito dopo… insomma, non tutto può essere morfologicamente ridotto ai singoli eroi della pedata o, al contrario, a puro business. C’è qualcosa in più, che attraversa e che poi travalica entrambi i fronti! Quel qualcosa in più che ci fa sogghignare quando magari rivediamo vecchi filmati di Indro Montanelli allo stadio di Firenze che, in tribuna centrale, si erge in piedi e strepita contro l’arbitro e poi, a fine partita, commenta con profusione di particolari e incontrollata passione le fasi di gioco. O quando, dopo un gol, vediamo esplodere di gioia incontenibile una persona pacata nei modi e pacifica in ogni altro contesto.

Perché il punto è proprio questo! Il calcio resta avvinghiato a qualcosa di misterico: è acrobazia temeraria tra professionismo e campi di periferia, tra le moderne mega strutture simili ad astronavi che nel ventre accolgono terreni di gioco ma anche centri commerciali e ristoranti e i vecchi cortili delle case di periferia o i campetti polverosi non ancora conquistati dal sintetico.

Il lettore troverà trattate diffusamente tutte queste considerazioni ma soprattutto aneddoti su Ancelotti o Desmond Morris, autore de La scimmia pensa ma anche della meno nota La tribù del calcio, su John Huston (Fuga per la vittoria), su Ken Loach e Cantona (Il mio amico Eric), su D’Annunzio o Mario Luzi. E poi sulle canzoni, sulla filmologia da Lino Banfi (L’allenatore nel pallone) a Sordi (Il presidente del Borgorosso), e ancora sul mondo della tifoseria, molto cambiato nel tempo, i cui chiaroscuri vengono abilmente pennellati dalla commedia all’italiana ma anche da film come Hooligans (2005) con Elijah Wood o Ultrà di Ricky Tognazzi.

Storie, fatti, aneddoti con l’aggiunta di non poche sortite sorprendenti ed ironiche: «Pasolini era un’ala scattante. Albert Camus era un buon portiere. Forse non ci crederete, ma Martin Heidegger era una mezzala sinistra di qualità. Jacques Derrida era un ottimo centravanti. Osvaldo Soriano segnò una trentina di gol nelle categorie inferiori. Ludwig Wittgenstein ebbe un’intuizione geniale osservando una partita a Cambridge».

Una passione che dunque coglie a tutti i livelli e, come dice Gnocchi, svela sempre una «libertà che si muove dentro le regole, come la poesia» conferendole così efficacia esistenziale. Sulfurea e carnale, proprio come la poesia. La stessa stramba dicotomia che ricaviamo quando peregriniamo dietro le avventure filmiche di Emir Kusturica e i suoi “tanti” Maradona o rimarchiamo le eccezioni alla regola seguendo le peripezie private di George Best, ‘pazzo’ irlandese che è metafora di tutti coloro che hanno voluto forzare il destino. Occhioni furbi e malinconici, ossuto, tipo insomma poco michelangiolesco, con calzettoni sempre abbassati alle caviglie, capelli lunghi, macchine costose e veloci… molto vicino nelle fattezze proprio a Pasolini, nonostante si compiacesse della sua natura ribelle («Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato») e di un edonismo da parvenu che gli fece scoprire gli agi della ricca borghesia cittadina fino ad inabissarsi in essa e arrivare al tracollo finale, riuscì meritatamente a vincere il Pallone d’oro.

Il calcio si presenta oggi con un eccessivo surplus mediatico e di interessi economici aggregati ad un impoverimento linguistico e un frasario inverosimile (“il portierone”, “il falso nove”, “attacca lo spazio”, “la sventagliata”, “la palla col contagiri”, “macina gioco”, “fa a sportellate”, e così via) che insieme tendono a contenere ogni forma poetica. Tuttavia, nonostante una narrativa che si popola di questi nuovi fantasmi, l’incantesimo pare resistere. Se Camus affermava che tutto quello che sapeva della vita, l’aveva imparato dal calcio, e se poeti e letterati di ogni genere e sotto ogni latitudine hanno affrontato e ancora affrontano il tema del loro rapporto con il calcio è forse perché obbediscono ad una volontà che si perde nella notte dei tempi.

Luigi Iannone

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