26 Aprile 2021

"Era la prima volta che vedevo un poeta somigliare alla sua poesia". In un nuovo libro gli italiani che videro Pound faccia a faccia

Se si dovesse scegliere qualche definizione perentoria su Ezra Pound, oltre quelle che da qualche decennio lo accompagnano in tutta la letteratura secondaria e nelle non poche recensioni giornalistiche, si potrebbe limitare il campo d’azione a queste due: carismatico e spirituale. Non mancano testi appassionati e rigorosi sotto il profilo analitico e dell’esame filologico, sulla poetica e sugli incroci e riferimenti letterari, pur tuttavia l’indagine deflagra sempre verso due direzioni: la forza interiore che promana  e in maniera totalizzante – la sua poesia, e la capacità di sottrarsi ad un mimetismo da teatrante grazie ad un volto che mette soggezione.

Pound, infatti, non si cala in una parte e non indossa una maschera ma restituisce con forza, attraverso la fisionomia, la flebile ma penetrante voce, financo la prossemica, una potenza evocativa che viene da lontano e che non è del tutto comprensibile al nostro tempo. L’eleganza antica nei movimenti, quasi da patriarca di un altro millennio, il magnetismo del volto incorniciato in quei capelli elettrizzati e rivolti verso il cielo, una gradevolezza di immagine che è allo stesso tempo granitica nei tratti e tenera nei gesti. Una figura ieratica, fascinosa e misterica, che metteva in soggezione chiunque lo andasse a trovare o più semplicemente lo incrociasse per i vicoli di Venezia o Rapallo, e ancor oggi solletica interesse a chi ne scorge per solo qualche secondo le fattezze su uno schermo di un computer.

L’operazione che compie De Piante editore pubblicando È inutile che io parli, volume curato da Luca Gallesi e che raccoglie “Interviste e racconti italiani” di Pound dal 1925-1972 è proficua soprattutto da questo punto di vista. Il lettore scoprirà in queste duecentoquaranta pagine tutto il caleidoscopico quadro d’insieme di una intellettualità italiana – da Pasolini a Papini fino a Montale – che tenta di fare i conti con un monumento della cultura del Novecento e, nonostante qualche resistenza e spigolatura critica, non può che certificarne la grandezza quasi innaturale.

Se ne accorge Enzo Siciliano che, nel 1986, va a fargli visita e descrive l’avvicinamento in questo modo: «Pioveva. Cercavo l’alberghetto lungo mare. Lo trovai, e trovai finalmente Pound seduto contro il vetro socchiuso della finestra nella sua stanza. Le guance scavate, la barba trascurata fra lunga e corta, il colletto della camicia allentato: un respiro ritmato talvolta da un fischio lievissimo di affanno. Ero lì e non sapevo cosa dire. La folla di pensieri che avevo coltivato ansiosamente fino a quel punto dileguò. (…) le sue mani erano adesso, con le fini vene rilevate, abbandonate su un ginocchio. (…). Parlava piano, lentamente, con un suono lievemente roco».

E il superbo articolo di Montanelli, in visita al poeta nell’aprile del 1971, svela con maggior potenza evocativa questa comune malcelata deferenza: «Quando entrò e gli fui presentato, esitai a tendergli la mano chiedendomi se stesse a me farlo (…). Allora gliela porsi, lui me la afferrò in uno slancio di gratitudine, e d’improvviso mi sentii inondato di cielo: erano i suoi occhi, non ne avevo mai visti di eguali, una cascata di luce blu. Poi li abbassò e fu subito buio. (…) ero letteralmente ipnotizzato da lui che si era esiliato in un angolo del divano, e lì stava quietamente, la testa reclinata sul petto, le sopracciglia tirate a tenda sugli occhi in uno sforzo che gli tatuava la fronte di pieghe perpendicolari. Avevo visto di Pound, tante fotografie; ma ora mi accorgevo che nessuna riesce a rendere la pura, marmorea, assoluta bellezza al di fuori di qualsiasi corrente archetipo. Di volti come il suo, tra il profeta biblico e l’eroe omerico, ne sono usciti solo dalle mani di Michelangelo. Era la prima volta che vedevo un poeta somigliare alla sua poesia. (…). Solo sul registro dell’anagrafe, Pound, è un nostro contemporaneo. Appartiene ad altre età. E forse è per questo che ha smesso di parlarci».

In fondo, a solleticare l’interesse è il “Pound” carismatico e spirituale di cui dicevamo all’inizio, nonostante in tanti sprofondino verso quelle scomposizioni radiografiche e un citazionismo denso di aneddotica relativo alle simpatie fasciste, al manicomio, al carcere e a mille altre vicende. Si tenta infatti di intercettare primariamente la vicenda biografica per ingabbiare – per quanto possibile – nelle polemiche politiche la figura del poeta. In questo modo, la sua arte subendo un preventivo biasimo, e inserendosi – a volte anche inconsapevolmente – in un contesto di accuse o al contrario di cautele, viene limitata in parametri prestabiliti. Se ne sottolinea la grandezza ma poi ci sono sempre dei correlati a cui dare rilievo e che attengono ai suoi più intimi convincimenti, ai suoi principi e valori, e perciò alla sua visione della società e della politica. “Pound è un grande poeta ma…”, e c’è sempre quel “ma” a fare la differenza.

Tuttavia, questo è un punto dirimente e non secondario, rispetto al quale molti – pur commettendo l’errore più marchiano – fanno fatica a recedere. Perché andare avanti separando il poeta dalle sue vicende biografiche, ritenendo che l’ispirazione e la scintilla artistica facciano parte di una sorta di mondo notturno che esuli dalle vicende pratiche e della vita, per poi cadere nel tranello di leggere la vicenda Pound come una moderna riproposizione del dottor Jekyll e mister Hyde, non solo assurge a valutazione inefficace e pleonastica ma nasconde capziosità ideologiche.

I Cantos – lo avranno detto e scritto mille e mille volte – sono in fondo una magnifica opera dantesca dove lo stile poetico, la visione del mondo e dei rapporti umani, sociali ed economici di Pound si esprimono all’unisono e si fondono. E dunque, non sono possibili scissioni di sorta, puntigliosità tese a dirimere le parti oscure da quelle luminose. Il privato cittadino, feroce critico del capitalismo, è lo stesso che scrive versi raggianti contro il materialismo moderno; e così quello che disapprova i processi democratici è lo stesso che declina in poesia questa sua ossessione. La stessa poesia che, per la stragrande maggioranza dei critici, à forse la più bella del Novecento.

Pound, insomma, rappresenta una di quelle letture vincolanti per chiunque voglia conoscere la “grande letteratura” ma non può subire nessuna scissione. Ed è infatti ancora Enzo Siciliano, in uno di quei tanti incontri che vengono raccontati nel libro, a ricordarcelo: «Pound sognava un mondo dove la lealtà avesse la cristallina trasparenza, il filigranato segno come su maiolica, di un simbolo dipinto a palazzo Schifanoia da un ferrarese del Rinascimento. Sognava rapporti finanziari semplificati: via l’accumulazione bancaria, via il subdolo di qualsiasi contrattazione. Si illuse che tutto questo potesse essere realizzato dal fascismo. Pagò duramente la sua illusione; la pagò con accuse infamanti e col carcere psichiatrico. Ma era un poeta, un grandissimo poeta».

Luigi Iannone

Gruppo MAGOG