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«Ringrazio i miei amici, e pure i miei avversari». La fionda di Ernst Jünger

Ernst Jünger è sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Wilflingen. Durante la funzione con rito cattolico che si tenne nel febbraio del 1998, tra i vari cori anche due canti mariani; il primo, intonato dalla nipote Irina e l’altro, un canto collettivo con la confessione a Cristo («a Lui mi voglio dare; e là trapasso in pace»). Una sorpresa per molti. Al ricevimento che seguì la sepoltura fece da sottofondo uno strano bisbiglio su questa conversione. In realtà, il sacramento del battesimo lo aveva ricevuto due anni prima e questa scelta era frutto di un processo graduale iniziato nel 1929 quando, recensendo positivamente un volume di Bernanos, prese spunto dal testo per celebrare il cattolicesimo.

L’inizio dei suoi studi teologici vanno collocati intorno al 1933: «Durante quell’anno giunsi alla conclusione che nel cristianesimo si celano ancor oggi imponenti riserve che potranno essere disvelate facendo uso degli strumenti a disposizione del XX secolo». Ne La pace, scritto in piena Seconda guerra mondiale, arriva invece a piena maturazione la tesi che «la vera vittoria sul nichilismo e la pace stessa saranno possibili solo con il sostegno delle Chiese».

È con questo stile che Jünger attraversa il Novecento, muovendosi nel solco di una risoluta spiritualità e di una ribellione all’esaltazione razionalistica per la quale ogni cosa è solo se può essere misurata e quantificata. Un secolo dominato dal positivismo, dalla psicoanalisi, dalla rivoluzione scientifica, dai grandi sistemi ideologici e grazie al quale si è strutturato un processo di riduzione per cui tutto ciò che non rientra nella logica matematica viene scartato e considerato magma limaccioso sospeso tra l’irrazionale e il superstizioso.

Lo attraversa destreggiandosi all’interno di questa dualità da cui è impossibile sottrarsi del tutto, e abbracciando con sguardo stereoscopico sia le superfici che le profondità delle cose. Da una parte, leggendo con capacità profetica lo sfondo razionalistico della nostra epoca («ogni razionalismo sfocia nel meccanismo, e ogni meccanismo nella tortura, che è la sua logica conseguenza»), e dall’altra, tentando la resistenza individuale. E forse la conversione al cattolicesimo fu proprio la chiave di volta per superare questa dualità di cui racconterà gli stilemi pure nei suoi romanzi distopici. In Eumeswil – per esempio – la città tiranneggiata da Condor, limitata da un deserto alle spalle e dal mare davanti, ci racconta di Martin Venator il quale, incalzato da un ordine che esige sottomissione, tenta di sfuggire tentando una via iniziatica individuale e quindi si sdoppia: storico di giorno e barista notturno nella casbah.

Ma lo farà soprattutto ritornando sulla sua disastrosa esperienza scolastica, la sconfitta più tormentosa della sua vita, l’incubo ricorrente anche da vecchio, ancor più delle battaglie e dei cadaveri. Quel mondo serrato in regole dure, che mai lo accettò e che lo relegò ai margini, appariva come perfetta metafora della età contemporanea.

Ne scriverà spesso. In maniera più accurata in Cacce sottili (1967) e in Tre strade per la scuola (1991) ma sopratutto in Die Zwille che è del 1973 ed ora proposto dalle Edizioni Settecolori (La fionda, 2021). Una ossessiva dualità che si ripropone talmente all’infinito che è presente già nel titolo: Zwilling è infatti il gemello, ma Zwille, a sua volta, è la fionda che è giocattolo ma anche arma.

Nei personaggi del romanzo riconosciamo diversi alter ego dello scrittore. Il timido e malinconico Clamor, tredicenne della Bassa Sassonia, con la sua natura sensibile e quasi svagata, lascia la campagna per entrare in un liceo cittadino ma è perseguitato da un senso di inadeguatezza. È bloccato da una morbosa malinconia per ciò che ha lasciato alle sue spalle ma, allo stesso tempo (e qui, ancora la dualità!), ricorda la falsa dirittura morale e la rigidità educativa del pastore di Oldhorst, da cui lui proviene, dietro le quali si nascondevano sadismo, pederastia e abusi e su cui verterà poi la fine del romanzo.
Ma nel nuovo liceo la situazione non muta. Il rendimento scolastico è scarso e Clamor vive una sorta di sdoppiamento anche con la nuova realtà. Continua a chiedersi: «Come sono finito qui?», non può lasciarsi andare alla lettura perché le sue veglie notturne sono dedicate ai problemi di geometria e alle formule di matematica e, infine, parlando una lingua diversa dai compagni, il Plattdeutsch, il dialetto del Nord della Germania, viene ancor di più isolato.

A Clamor fa da contrappunto Teo, il compagno di classe, più grande di qualche anno. Ostile ad ogni autorità, tanto che con un morso aveva quasi evirato il padre, è una sorta di antagonista furbo, in grado di padroneggiare ogni situazione, financo di reggere dialetticamente il confronto con gli insegnanti. Teo è per certi aspetti, l’altro Jünger, il legionario e il combattente delle guerre mondiali, che vuole farsi beffe del buon senso borghese. A leggere bene, in entrambi si ripropone la condizione reale del giovane Jünger. I traslochi della famiglia da una città all’altra e la sua avversione nei confronti della scuola lo portarono a cambiare vari licei («Una volta, credo fosse in quarta, ebbi la pagella peggiore che sia mai stata data al Liceo II di Hannover. “La promozione è assolutamente da escludere”, stava scritto in fondo a questo documento») fino alla fuga nella legione straniera e l’avventura della Grande guerra. Su queste continue e necessarie polarità scivolerà la vita dello scrittore tanto da rimarcarlo al compimento del centesimo anno: «Ringrazio i miei amici, e pure i miei avversari. Entrambi fanno parte del karma – senza di loro nessun profilo».

Polarità utili perché complementari e che acquisiscono consistenza se inquadrate nella grande metafora della scuola che lo rincorrerà lungo l’intera esistenza e nella scelta finale dell’abbandono in seno alla chiesa di Dio: «Perché una delle prospettive di riconoscere un ordine al cosmo è quella pedagogica: lo attraversiamo affrontando una serie di esami».

Luigi Iannone

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