17 Giugno 2024

Negli occhi della bestia, un frammento del paradiso perduto. La scrittura femminile e la natura

Un volume scritto a più mani da studiose di filosofia, storia e letteratura, questo La natura nel pensiero femminile del Novecento (Il melangolo, 2023), che squarcia un velo sul significato della creaturalità, rivelandoci in parte il segreto della vita. Questa visione mediata dalla scrittura femminile e dalla riflessione anch’essa femminile sulla scrittura di altre donne, da Simone Weil a Cristina Campo, da Elsa Morante a Etty Hillesum, da Rosa Luxemburg a Sylvia Plath, per citarne solo alcune, è costruita su uno sguardo vero perché generato da autentica rachamim. È la compassione profonda, suscitata nel ventre dalla sofferenza che non preclude la gioia, anzi, ma con essa si intreccia per il progetto diveniente da Genesi.

La Natura leopardiana, incontrata all’equatore dall’Islandese giunto al termine del suo lungo viaggio dopo aver abbandonato la propria terra inospitale, evocata nella prefazione dalle curatrici della raccolta, la filosofa Isabella Adinolfi e la storica Lucetta Scaraffia (pp.7-19), è figura femminile gigantesca, di proporzioni smisurate e, come tale, agli occhi del poeta, bella e temibile. Ciclopica Mater Matuta, possente e impassibile, sintesi manifesta di grazia e tremore: eppure madre di tutti. Di fronte alla sua presenza immanente, oggi minacciata da téchne pervasiva, questa raccolta di contributi ne ridiscute il rapporto stretto con l’umanità, sin troppo filtrato da presa di coscienza poietica rispetto alla percezione non-mediata degli animali, ignari del proprio “oltrepassare” eppure in grado di ammaestrarci con la proiezione della loro Umwelt, vissuta in pienezza di sensi, senza alcuna soggezione antropocentrica – la stessa che sacrifica l’autoconservazione della specie al punto di calpestare la vita presente e la possibilità di vita futura nei propri simili. In spregio al significato stesso della morte inesorabile.

L’universo non è creazione umana: il suo segreto non si esaurisce nell’apertura al mondo di Sapiens. Delle possibilità di infinito del creato si potrà svelare agli uomini solo un pezzetto finora incompreso o frainteso: è questa una delle intuizioni maggiori di questo testo corale. Come in quel brano del romanzo Aracoeli (1982), l’ultimo di Elsa Morante, in cui la scrittrice evoca la cacciata dei progenitori da Eden dopo che si sono nutriti del frutto proibito, “ma non quello segreto della vita” (p. 140) che Dio ha tenuto loro nascosto per non farne degli dèi. Quel frutto segreto è in realtà custodito ovunque: in una roccia come nelle ali di un insetto (torna alla vista il filo d’erba pirandelliano). O traspare dagli occhi di un animale: il nostro sguardo condizionato dalla storia può nonostante tutto stabilire con quegli occhi una relazione che ci radica in un ritrovato senso creaturale. Per la nostra salvezza morale.

Isabella Adinolfi è l’autrice del saggio dedicato alla natura come modello di obbedienza a Dio in Simone Weil (pp. 103-124). Un tema questo che ha intessuto il pensiero della filosofa francese, radicandolo in esperienze visive e visioni metaforiche con un approdo conclusivo che è quello del rapporto creatura-creatore, dove la consapevolezza della saggezza divina è svincolata da “eccessi e forzature ideologiche” – tipiche di certo ambientalismo contemporaneo. In Weil sono la ragione e il numinoso il miglior argine contro le sradicanti derive. Dalle iniziali posizioni “cartesiane” della presa d’atto di una separatezza fra l’uomo che pensa e la natura pensata (pp. 104-114), in Weil si sviluppa una ridefinizione dell’approccio al creato, grazie soprattutto all’esperienza di fabbrica e alla prassi del lavoro che le fecero comprendere l’obbedienza a quelle leggi della realtà esterna che l’uomo cerca di rappresentarsi e di comprendere, per affrancarsene, senza però considerare che nella natura sussiste una continuità definita da una serie di vincoli. Vi sono forze naturali, scriverà la Weil nel primo Quaderno di Marsiglia (1933-34), che superano infinitamente l’uomo, ma che è l’uomo stesso a poter governare, in un rapporto/meccanismo di obbedienza e di dominio (non sottomettendole ma gestendole).  Egli ne è in qualche forma ostaggio, res cogitans soggetta alle leggi della necessità cosmica, ma anche timoniere intelligente (è la metafora weiliana del marinaio sulla barca: p. 110-111) che naviga lungo le rotte dell’evoluzione, col corpo e la mente, verso un adattamento fenotipico, espressione di “un patto originario dello spirito con l’universo” come la Weil scriverà nelle sue Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (1934).

Seguirà l’esperienza mistica, la Kehre weiliana, in una prospettiva religiosa che non annulla l’esperienza razionale ma la ritraduce. Al centro di questa svolta sta il concetto di de-creatio, “creazione come svuotamento” (p. 114), atto kenotico del Creatore del Tutto che per creare l’universo ha rinunciato a dominarlo. Viene da chiedersi se in questa rappresentazione della pensatrice vi sia l’eco della concezione lurianica dello tzimtzum. È nella kenosi la generatività di Dio, la sua compassione, che attraverso la rinuncia di sé, della propria pervasività, si fa ordine cosmico fondato sulla libertà e il rischio. Ma un ordine esiste, ed è piantato su una radice divina, in una generazione che si rinnova e supera la morte fino al modello supremo del Lógos incarnato. Di questo ordine condiviso, non subìto, non è garante l’uomo con la sua libertà feconda e devastatrice, bensì lo sono i gigli del campo e gli uccelli del cielo del discorso di Gesù in Matteo e Luca (p. 116). Ciò perché, nella sensibile obbedienza, imparziale e disinteressata, istintuale, in ossequio a una legge morale che sgorga dal cuore e protende da ogni fibra del corpo, sta la vera obbedienza e l’autentica carità (p. 118).

La natura ci è maestra, e l’uomo-creatura deve farsi “perfettamente obbediente” in quanto a immagine di Dio, dove la figliolanza è anche rinuncia nella perfetta adesione a quella “prima radice” che è e resta divina. Si è santi e creature imitando così Dio nella rinuncia alla propria potenza. Questa vocazione alla creaturalità è ben espressa in alcune pagine di Elsa Morante, presentate nel volume da Ricciarda Ricorda (pp. 125-140). In un saggio del 1950, Il Paradiso terrestre, la Morante afferma che gli animali, non avendo mangiato del frutto della conoscenza del bene e del male sarebbero rimasti privi della capacità di giudizio (p. 125). Pertanto, in loro compagnia, noi “adamiti” ritroviamo un frammento, un riverbero visibile della nostra condizione perduta. L’uomo che nega che gli animali possiedano un’anima, di quest’ultima confondono la luce con l’ombra, per causa di quella conoscenza che ha ottenebrato l’anima/il soffio/il nome infusi per atto/dabar divini di Genesi. L’ombra che sfiora l’uomo alla nascita progressivamente lo avvolge e lo ottunde: ma gli animali squarciano quel velo con la loro compagnia in una condivisione intima delle specie oltre ogni barriera (p. 129), fino ad evocare similitudini e affinità che restituiscono (per qualche istante) l’uomo allo stato di perfezione nella figliolanza incorrotta di Eden. L’integrità del Giardino ha però, nei fatti, ceduto il posto alle laceranti conquiste della libertà, proclamazioni ambiziose di autonomia della creatura che non è sfuggita alla trappola del calcolo e dell’inganno – come avrebbe invece fatto la lepre nel celebre acquerello di Dürer all’Albertina di Vienna: vigile da cinque secoli e pronta allo scatto.

Il terzo contributo che ho scelto, fra gli undici di questa bella raccolta, è quello di Wanda Tommasi dedicato ad Anna Maria Ortese (pp. 149-164). Questa scrittrice per molti versi “irregolare”, dalla sensibilità spiccata e complessa, riconosce nella libertà la forza e il condizionamento dell’uomo che con l’intelligenza ha comprato sì la realtà ma al prezzo della morte. La vita invece per la Ortese è un “respiro” (ben difficile da possedere o trattenere a lungo), e il mondo respira del respiro di tutti gli esseri che lo popolano – in proposito si legga il dialogo contenuto nel prezioso volumetto ortesiano Corpo celeste (1997), dove l’autrice di Poveri e semplici (1967) ricorda la sorte della cagnolina Laika, il primo essere vivente mandato nello spazio e sacrificato dalla scienza. È la legge cosmica che non è solamente libera ma spontanea (e come tale obbedisce al disegno del Creatore) ad associare ogni creatura. Quest’unione è la relazione più stabile, poiché tiene conto della compassione e dell’empatia (p. 153) anche di fronte all’alterità più spaventosa, a colui cioè che è divenuto mostruoso (non solo ombra ma deformazione del Dio vivente), tanto che nemmeno l’uomo che si dissocia totalmente dalla partecipazione al dolore degli altri privandoli della vita, proprio per quel respiro condiviso, non può essere semplicemente reietto ma va compreso in un disegno vitale (leggendo queste riflessioni sovviene la presa di posizione della Ortese sul caso Priebke, che sollevò accese polemiche). Tanto che se così non avvenisse la resurrezione “di tutti i morti nell’ingiustizia” (p. 163) sarebbe impedita, così come si bloccherebbe quel respiro più profondo che si identifica (e ci associa) con la libertà e la vita (p. 164).

Alberto Castaldini

Gruppo MAGOG