Luigi Riccio è un surrealista indossa camicie surrealiste realizzate apposta per lui.
Nell’incontro che attuiamo a scopo propedeutico per questo articolo ne indossa una, mi sembra ci siano disegnati sopra gli orologi molli di Dalí de La persistenza della memoria, ma non ci sono, sembraappunto, è una mia proiezione inconscia: siamo nella surrealtà.
Si materializza ai reading Luigi (ma io ho ancora qualche dubbio sulla sua presenza de facto anche quando ce l’ho davanti) con degli occhiali di gran lunga più efficaci rispetto a qualsiasi altro paio di occhiali possiate trovare sul mercato. Ha in uso biologicamente una delle caratteristiche più invise al mondo della poesia: è simpaticissimo.
Tra le domande più importanti che ci siamo posti durante il corso di un reading considerato – dagli altri – importante, c’è stata quella sul fatto che a fine settembre avesse già perso tutta l’abbronzatura accumulata in agosto. La postura Roman Beat di Riccio è stata sancita nel momento in cui ho avvolto la sua pubblicazione personale all’interno dell’antologia Roman Beat Generation ed è stata un’operazione in stile dada che ha portato l’autore con gaudio all’interno del nostro movimento che dichiara nella prima riga del suo manifesto di non esistere e perciò è presentissimo, opera a livello inconscio-informale-inesatto. Si muove sinapsi per sinapsi diviso due. E in questo modo trova il suo focus.
A fine serata – dopo una pizza ai funghi e un risotto alla pescatora, nella tundra di ordinazioni della comitiva beat – ci siamo ritrovati nel semicitazionismo creativo fra le edicole votive, i lampioni accesi e le vetrine coi “books in english”, nell’aura di Pasquino. C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma in mezzo ai vicoli di Roma.
Tra le varie ricerche sulle tematiche serie, molto serie, serissime, importanti e importantissime che ho sentito elencare negli anni recenti, ho condiviso con Luigi un suo interrogativo in corsivo che rifulge subito dal brodo alchemico del suo testo, l’ho fatto mio questo interrogativo, che mi risuona, con le sue parole:
(e come li porti
e nutri questi pulli di capoccia d’acqua, come li amministri?)
Ecco: è per rispondere a domande come questa che mi sono avvicinato alla poesia. È per scrivere laddove non si va a scrivere che ricorriamo all’arte del linguaggio e ci appelliamo anche al verbo poiein. Per fortuna poi Luigi ci darà delle risposte, quindi mi sento più tranquillo anche nella scelta dei testi che trovate qui sotto.
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(Si cibano i bimbi dell’ignoto bianco al pelo di
acqua, con le pinze della fame sottile e con la carità
democratica del siero. Si cibano giorni
dopo il giro che ancora abbonda, a tentativi
per festa. Si cibano per sfregamento, per eritema
aperto, per appetito marino, per fotosintesi
attaccata alle coste, per sempre e tutto. Si
cibano a impressione sazia.)
Questa mattina hai letto di avere confini diversi, uno stormo
dalla tua pelle a mollo. Ti descrivi
come un banco, hai un calore di pancia (e come li porti
e nutri questi pulli di capoccia d’acqua, come li amministri?).
da Luigi Riccio, Ovologio, Mar dei Sargassi, 2026
*
Allora Luigi, prima domanda: come li porti e nutri questi pulli di capoccia d’acqua, come li amministri?
Il fatto principale davanti al quale si viene messi quando si straparla – a volte per anni – di un libro che non esiste (cioè che esiste da tutti i punti di vista immaginabili, meno quello materiale, men che meno quello testuale: l’Ovologio è molto di più dello spot che se ne fa, proprio perché esiste come un giocattolo, con quei colori. Lancia missili e ha batterie lunghe decadi) è che volente o nolente ci si crea chi legge, e segue. E si straparla, beninteso, tantissimo e con tantissimi. Ma dei testi nulla. Epperò se fai l’uovo poi magari devi anche aspettarti che qualcuno ti pigoli di volere, cioè che è. E allora bravo fesso, bella responsabilità. Tu non sei e loro sì, e devi pure farci i conti. Più che voler giocare e mangiare con te loro ti danno ascolto. Quindi, insomma, eccoti che fai il poeta, o il padre, che poi è lo stesso, ed è molto meglio se i pulli li fai giocare da soli, assieme.

Seconda: sono molto interessato al “cibarsi per sfregamento e per eritema aperto”, come funziona questo appetito?
Mangiare da soli è noioso. Tra l’altro: non dice nulla di noi e nulla in generale. Se con la polenta ingoiamo il chiodo il fatto è tuttalpiù annotabile, e nemmeno progettuale. Invece: l’unica cosa di cui si può essere certi quanto alla creazione di una propria identità è quanto mangiamo dagli altri, a distanza ravvicinatissima. Il fatto che il chiodo ci venga dato o si dia, e lo si voglia preparare salato e pepato a certo modo, che lo si veda digerire e lo si impari, come poi lo si usa progettando rapporti di causa-effetto che sono fuori di noi, non totalmente visibili. Non si hanno le scodelle messe al centro? E vabbè: senti che buono, ora, quanto ho tra le dita, e metto. Si impara dai rapporti e cresce ed evolve eccetera eccetera, come a grattare via ogni singola fibra proteica dallo stracotto, metterla altrove e saperlo.
Hai conoscenza della carcinizzazione dei ventri
delle spigole dorate che finemente troppo
rosa lavorano le corazze. (Hai) conoscenza
(hanno loro filetti rimasti
ciechi. Hanno il dominio storiografico
dell’infettivo) delle graminacee
e di che non fa la frittata o di chi si
riduce, fa nodulo,
dente che il dente spezza e non rigenera.
In particolare, sulle spigole dorate, vuoi aggiungere qualcosa?
Sono – e non scherzo – esattamente ciò che sembrano essere. Non c’è nulla di metaforico, mai. Ci sono le spigole dalle squame d’oro e dalla carne di un rosa senza senso. Ci si accumulano spaghi sottilissimi e bianchi molto spesso di grasso, col tempo. Nella carne, purtroppo, talvolta le vedi portarsi dietro una turba di insettini, coi loro carapaci, che pure si nutrono. Anche loro impareranno cresceranno evolveranno eccetera e un bel giorno – questo lo dice la scienza – si sveglieranno granchi veri. Lo faranno anche le spigole e pure noi (ricordo a memoria il verso di una sorella che mi faceva pressappoco: «Luigi, tu affermi che tutto / diventa granchio»). Sul serio: per il fenomeno della carcinizzazione poco a poco tutti gli esseri marittimi assumono chele e sei zampine e guscio. Cercatevelo. Ci diremo, quindi, che saremo diventati granchi, appunto. E, anche: ci porteremo appresso una serie di materie indigeste. È tutto qui.
Dal nome d’incantesimo diegesi come cammini hai
una saliva vivissima le tue corde soffiano un fuoco di piccoli
mottetti: tulipani di ferro sopra al soffitto o un segreto bolero che
si giganteggia. Hai orecchie buone per fischi. Stasera
farà il bagno un odore terribile una schiuma sotto le unghie
dormirai per prescelta in serra per convenevole d’uno-
due sarà stato agosto ci saranno le angurie di semi.Tamagotchi III
A proposito di agosto: una domanda in generale sulla laboriosità del fare poesia. Premessa: molti poeti hanno sofferto il caldo dell’ultima stagione estiva e hanno ridotto vertiginosamente la loro produzione in versi (esprimendomi ansiosamente la loro preoccupazione). Perciò vorrei chiederti: che cosa prevedi per l’estate del 2027? Hai una skill climatologica in grado di rassicurare tutti su questo fronte?
Qui potrei un secondo togliermeli, gli occhiali, e dire che – prevedendo per l’anno del signore duemilevventisette la più fresca di tutte le nostre prossime estati – se ci ritroviamo noi ad azzerare lavori creativi e culturali, fatta salva la salvezza – appunto – di classe di ben chiuse stanze climatizzate (ma in bocca al lupo poi a non causarsi un picco depressivo. Io non ci riesco. E non è appunto l’inverno la stagione che davvero ti blocca ogni mattina senza prospettive per alzarsi dal letto. Prospettiva che non sia lavorare per vivere, beninteso, ciò che prospettiva non è), figurarsi gli altri. Come skill climatologiche opterei per le risposte collettive e per il problematizzare quanto nero sia, adesso, mettere al mondo un’identità qui vincolata (la più fresca di tutte le nostre prossime estati, dicevamo), che è un po’ tutto quello che ho detto finora, con la tara aggiuntiva di essere l’ultimo a farlo.

Da ultimo, faccio il serio: raccontami un po’ del tuo progetto che ha portato alla pubblicazione dell’Ovologio.
Credo ci sia innanzitutto da sapere che ho una fissazione per gli insetti. Certamente la cosa ha a che fare con le loro forme e tinte particolarissime, e perciò con quanto ci sia di soddisfacente nello spiarli dopo averli raccolti e giustapposti, ma – soprattutto – per qualche anno mi è interessato molto riflettere su quanto (anche qui, non metaforicamente, e non con supremazia biotica) ci fosse da assumere dalle loro vite comunitarie (dal loro saper fare città) e dalla loro natura a conti fatti ectoplasmatica. Infestante, cioè, e indistruttibile per la nostra semplice azione. Volevo scrivere un libro sulla permanenza in questo senso, e per quante tracce ne sono scomparse (il primo macrotesto si basava sulla tracklist dei vol. 1 e 2 di Entomongaku (‘scrittura sugli insetti’), un progetto di ambience del musicista americano Chypho), altrettante – giustamente – se ne sono fossilizzate. Su tutte: la persistenza gigantificata dall’infanzia della propria educazione sentimentale. Che modo di guardare giocando; che cosa si guardava, proprio. Una caterva di monster catcher (Digimon, Pokémon), Neon Genesis Evangelion, il nutrirsi viscosissimo (qui cito proprio Sartre) de La città incantata; insomma, una caterva di parties (davvero lo spettro che va dalla carovana al festino) di bimbi prescelti alle prese con la costruzione di identità, comuni, talvolta di pranzi. Prima che Joe, uno dei destinati di Digimon Adventure, compia la propria personale ordalia alla scoperta del suo essere funzione narrativa del concetto di affidabilità – e in groppa a un soffice tricheco-unicorno in grado di sparare razzi dal capo –, tutti assieme mangiano e litigano su come vadano preparate le uova, per dire. L’Ovologio, adesso, è tutte queste cose qui, più, per questo, gli amici.
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BIO BEAT
Luigi Riccio (Napoli, 2000) è attualmente dottorando in Filologia e Critica presso l’Università di Siena e redattore di «Inverso», «Vallecchi Poesia» e «Acquacorrente». Ha pubblicato nel 2026 la raccolta Ovologio (Mar dei Sargassi), ed è incluso nell’antologia Napoli mille colori (Mondadori, 2026), a cura di Fabio Pedone. Ancor più che di questo si occupa – in ordine sparso – di giardinaggio, letteratura maoista, molluschi marini, collezionismo di cravatte d’epoca, muffe, cucina senza glutine, lotta fra scarabei. Ha molti amici a Roma.